L’illusione dell’azzurro è preferibile alla certezza fangosa e stagnante di una pozzanghera. Se la guardi da lontano per un attimo il cielo è lì, in quel piccolo solco pieno di acqua piovana.
Così è per tutte le cose. Se riuscissimo ad evitare di avvicinarci fino al punto di vederne il fondo sarebbe una conquista di portata storica. Ma siamo animati da un demone che, come una calamita, ci porta a farci sempre più prossimi al nostro oggetto di osservazione, fino al punto in cui si vedono tutte le meschinità e le imperfezioni di questi fardelli transeunti che ci portiamo dietro e che siamo noi stessi…
Il tempo dell’illusione è una benedizione della quale comprendiamo la grazia solo nel momento in cui, ormai svegli, dopo esserci stropicciati gli occhi per vedere più chiaramente, ci rendiamo conto che si è dissolta ed ha sublimato il suo incanto.
Eppure, rimanere per sempre in attesa, prigionieri delle lusinghe di un’illusione è il peggiore dei mali che possa capitarci. Bisognerebbe trovare un giusto mezzo, un compromesso tra sogno e realtà e, se si sceglie la realtà, se si sceglie di avvicinarsi alla propria meta, essere pronti ad accettare che probabilmente una delusione è dietro l’angolo, pronta a tenderci una trappola mortale. Ma, in fin dei conti, è meglio cadere nel pozzo e scoprire cosa c’è al fondo – per quanto dolore ciò possa causare – piuttosto che stare per tutta la vita affacciati all’orlo domandandosi cosa ci sia lì sotto…
Listening to:
Grace – Jeff Buckley
Questa riflessione trae ispirazione dall’ultimo post di Aurora
-
3 commenti su En attendant…
-
Lo stupore è ritrovare un tratto curvilineo conosciuto, ma sepolto nella memoria, e ritrovarlo su una superficie nuova. Quella stessa increspatura su di un tessuto differente. E non me ne ero accorta. Forse inconsciamente…inconsciamente sì, non può che essere così. Adesso è tutto molto più chiaro.
Listening to:
Una notte in Italia – Ivano Fossati -
Potrei scrivere un post pieno di acredine, dettato dal malumore che mi hanno causato due insolenti e-mail ricevute ieri, ma sono una persona riservata e soprassiedo…
Le feste sono terminate per fortuna. Quest’anno è stato un autentico massacro. In un solo colpo ho scoperto quanto sono lontana dai parenti e da alcune persone che reputavo amici. Colpa mia? Certo, in parte è sicuramente così, ma diciamo che le mie controparti ci hanno messo del loro…
Siamo ad un bivio e da adesso in poi le nostre strade non possono far altro che divergere sempre di più. Pazienza. Mi dispiacerebbe di più se stessi perdendo le persone così come io le ricordavo, quelle a cui avevo voluto bene, ma visto che si tratta di copie sbiadite di quelle, la cosa non mi fa soffrire più di tanto.
Arriva per tutti il momento in cui scegliere di accontentarsi di un’illusione ottundente e borghese. Sfidare le correnti è difficile e faticoso e capisco che per alcuni sia preferibile smettere e riposarsi, rassegnandosi ad entrare nel novero della gente comune.
Io preferisco continuare a guardare in faccia il mondo con un sorriso sardonico…Listening to:
My Generation – The Who -
Avrei potuto trascorrere un banalissimo S.Silvestro giocando a carte da qualche parte. Avrei potuto vestirmi bene, mettermi un bel paio di scarpe, indossare una allegra faccia di circostanza e guardare i minuti passare sul quadrante dell’orologio durante qualche noiosissima e interminabile partita di Mercante in Fiera. Di certo, se l’avessi fatto sarei considerata una persona normale, ma non mi è mai importato molto della “normalità”, così ho deciso di fare esattamente il contrario. Mi sono vestita come in ogni altro giorno dell’anno, ho indossato le scarpe da ginnastica come sempre e ho riso di cuore, sguaiatamente forse, ma sinceramente.
E’ stato un Capodanno speciale, per nulla razionale, ma tremendamente divertente. Non lo dimenticherò per molto, molto tempo: il consueto tour della Piana; il brindisi in Piazza Pozzo; l’esplorazione della suggestiva via S.Basilio; il messaggio cifrato lasciato a chi ha deciso che è tempo di unirsi ai “normali”, a quelli che – per citare il grande Gaber, di cui ricorre oggi l’anniversario della morte – fanno finta di essere sani…
E che la gente continui pure a guardarci con occhi che esprimono disapprovazione, a giudicarci imbecilli. Quando siamo insieme e facciamo le nostre “stupidaggini” noi siamo felici, questo conta. E provo pena per quelli che hanno perso la capacità di non prendersi sul serio.
Rido di me stessa e rido del mondo, rido di cuore, senza sforzo.
Listening to:
Far finta di essere sani – Giorgio Gaber -
Se la realtà sfugge basta stringere il pugno più forte. L’ottimismo è uno stato mentale. Il cupio dissolvi si può curare con poco, basta solo una risata di cuore. E se a volte sembrerà non essere così, mi impegnerò per far sì che lo sia comunque.
I colori delle cose testimoniano la vita di cui il mondo è imbevuto e che spero ardentemente mi sommerga, che mi inzuppi fino al midollo e mi rammollisca come un biscotto. Ci sono tanti spigoli in me che vorrei smussare. Mi procurerò una buona dose di carta vetrata e inizierò a strofinare forte.
Sono fiduciosa. Come ho già promesso a Bra e al Menestrello, il 2007 sarà il nostro anno…
Listening to:
Sing for absolution – Muse -
Pomeriggi pigramente raggomitolata a sonnecchiare facendo girotondi con i miei pensieri. Vortici e spirali. Che portano da qualche parte, anche se non mi è chiaro dove.
Il vapore che sale da una tazza di tè è la felicità. Il liquido giallo-verdastro è un medicamento miracoloso per fluidificare l’abulia quotidiana.
Passeggiate serali osservando l’immensa distesa d’acqua salmastra sullo sfondo, che si muove incessantemente e odora di casa.
Centinaia di luci intermittenti sui tronchi delle palme del lungomare mi ricordano che a volte basta davvero poco a rendere le cose più belle…Listening to:
78 Stone Wobble – Gomez -
Dopo una due giorni di maratone gastronomiche e di regali (pochi, per la verità…) da scartare, la stanchezza si fa sentire. Ed anche un certo retrogusto amaro sulla lingua.
E’ stato un Natale interlocutorio. Bello per quello che ha riguardato il mio nucleo familiare – che cosa magnifica ritrovarci tutti insieme attorno ad una tavola, come non accadeva da molto tempo ormai – e gli amici; un po’ meno a proposito dell’incontro con altro parentame vario: zii, cugini etc.
Vabbè, sono stata lontano da casa per un bel po’, ma mi sono sentita estranea tra estranei e non mi è piaciuto affatto. Ignorata, ecco la parola giusta. Non è propriamente questo che io intendo come Natale…
Il “Natale anticipato”, la scorsa settimana a Torino, era stato nettamente più caloroso e gratificante. Non solo perché la maggioranza dei regali l’ho ricevuta in quell’occasione, anzi, ma soprattutto perché mi sono sentita considerata, ben voluta, gradita, “in famiglia”. E questa sensazione non si è limitata alla giornata trascorsa a casa dei miei zii.
Sapevo già che i rapporti familiari alla lunga, con la lontananza, inevitabilmente si sarebbero allentati e fatti più formali, ma non immaginavo che sarebbe accaduto così presto. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore…però cavolo che velocità!Listening to:All apologies – Nirvana
-
Nell’atmosfera sospesa di un dicembre umido e grigio mi sorprende il sovvenire.
La realtà non mi appare tagliata di netto con un coltello affilato, bensì sfilacciata, con strascichi e appendici che attendono di essere rimossi. E io aspetto. Aspetto gli eventi.
A volte l’ignoto mi scuote e mi spaventa e vorrei affrettare il destino, sapere. Io che sogno che il tempo metta le ali: è alquanto curioso.
Ma non leggete, vi prego, malinconia e sconforto nelle mie parole, non inferite terrori che non esistono. Non sono triste, davvero. E’ solo un dolce rimuginare.
Oscillo tra sentimenti alterni nei confronti della mia attività cerebrale. A volte maledico questo continuo considerare e sezionare e analizzare e speculare, ma mai con assoluta sincerità, ché in fin dei conti mi piace crogiolarmi in questo magma di riflessioni caotiche. Aggrovigliarmi attorno a un punto e non andare in nessuna direzione. Il moto rettilineo non fa per me. Sono una campionessa nel perdere e nello sprecare, nell’arrivare fuori tempo massimo. E’ il mio modo di vivere. Non ho intenzione di rassegnarmi a diventare decisa e diretta. Prima di afferrare le cose mi piace accarezzarle a lungo…
Listening to:
Climbing up the walls – Radiohead -
Caro Babbo Natale,
è davvero troppo tempo che non mi faccio viva.
Come va? Spero tutto bene. Anche con trigliceridi, colesterolo, glicemia ecc., ché alla tua età danno sempre un po’ di problemi…
Io sto bene, anche se dall’ultima volta che ti ho scritto sono cambiate un milione di cose. Non gioco più con le Barbie. Ho preso la licenza elementare, poi quella media e mi sono diplomata. A marzo ho discusso la tesi della triennale. Sono cresciuta di circa 40-45 cm, o forse più e di certo se mi vedessi adesso stenteresti a riconoscermi, se non fosse per i miei occhi che continuano ad essere grandi, scuri come il carbone e innocenti.
Non è stato un bel gesto da parte mia rinnegarti da un giorno all’altro e ti chiedo scusa. Se puoi perdonarmi – ed ecco che spunta il lato utilitaristico di questa lettera – avrei un paio di richieste. Sarò breve. La prima cosa che vorrei chiederti è di far sì che gli esami della sessione invernale vadano bene (e per BENE, sai cosa intendo…). Sono un po’ preoccupata, è una realtà nuova e mi dispiacerebbe sfigurare.
La seconda – che non è meno importante, (tutt’altro), è solo meno immediata – è di avere qualcuno vicino che faccia un pezzo di strada con me. Mi sono stancata di non avere alcuna progettualità. Del qui e ora e domani chissà…
Infine, vorrei che tutto il resto rimanesse esattamente così com’è.
Io, dal canto mio, ti prometto di essere buona e gentile con tutti – anche con quelli che mi guardano con occhi che sembrano dirmi «brutta terrona tornatene a casa tua!» – e di darti una mano a realizzare i miei desideri. Perché tanto lo so che dipende tutto da me…
Adesso ti saluto, so che in questo periodo sei oberato. Mi raccomando, riguardati. E copriti bene, ché sulla slitta fa freddo.
Un abbraccio.
Con affetto
Maria
Listening to:
The Christmas Waltz – Frank Sinatra -
Le giornate dissonanti si inseguono l’un l’altra, aumentano, accrescono il loro volume. Quante ancora? E poi?
Cara Vale, “Il Piccolo Libro delle Risposte” non basta a risolvere tali interrogativi. È solo una droga come un’altra per provare a sedare questi palpiti e, in verità, non riesce neppure ad ammansirli lievemente: semplicemente li moltiplica. Alla prova dei fatti, “Il Libro delle Risposte” non è altro che un generatore pret-à-porter di domande.
Non dormo. Penso. Non mi fa bene, anche perché la frattura tra i miei pensieri e le mie azioni è troppo profonda e si divarica progressivamente…
Faccio sempre esattamente il contrario di quel che dovrei. Divento reticente quando dovrei essere espansiva. Sfuggente quando dovrei abbandonarmi. E adesso avrei davvero tanta voglia di arrendermi, di consegnarmi senza opporre la minima resistenza. Evidentemente, però, quello che mi sembra inevitabile, non è neppure lontanamente probabile. In fin dei conti, anche se mi duole dirlo (perché è una ferita inferta alla falsissima modestia del mio amor proprio), ho molto meno “potere” di quanto sarei stata disposta ad ammettere soltanto un mese fa. No, non tutto è a portata di mano…
Listening to:
La settimana bianca – Baustelle


