• Pompieri, incendiari e visionari

    19 luglio 2025
    Riflessioni
    luglio 2025

    Se la nostra vita manca di zolfo, cioè di una costante
    magia, è perché ci compiacciamo di contemplare le nostre
    azioni e di perderci in riflessioni sulle forme fantasticate
    delle azioni, anziché lasciarci condurre da esse.

    Immaginare le possibilità e inseguirle, non escluderne alcuna – non ancora e forse mai – convincendosi che l’agentività duri quanto il proprio tempo e non esistano date di scadenza. O, all’opposto, affrettarsi a procacciarsi uno striminzito premio di consolazione, ben più esiguo del minimo sindacale, per poter almeno dire di non esser rimasti del tutto a mani vuote.

    È curioso come in una manciata di giorni due amici della stessa età m’abbiano rivolto esortazioni antitetiche e, considerando le differenze nelle variabili statistiche, è certamente interessante dal punto di vista sociologico. Da un lato m’è giunto un invito alla baldanza e a non considerare precluso alcunché; dall’altro un incoraggiamento a demistificare ogni velleità con disdegno volpino, a lasciarsi espugnare dalla rassegnazione con apparente serenità.

    Nondimeno, per quanto superficialmente contraddittorie, entrambe le sollecitazioni poggiano sul medesimo assunto: l’individuo ha il controllo sulla propria vita e ne può instradare a piacimento l’itinerario. M’è venuto allora da pensare al magnifico ribelle Antonin Artaud, alla sua idea che questa potestà includa finanche la possibilità d’accendere la vita come s’innesca una miccia, per cui pure la magia e il mistero scaturirebbero da atti deliberati.

    Nessuna delle suddette visioni, tuttavia, mi convince pienamente. Ai miei occhi, infatti, ciascuna inciampa nella mancata considerazione della schiera completa degli attanti che contribuiscono alla scrittura della storia di ciascuno, a prescindere da quanta volontà, costanza e programmazione si possa avere. Oltre a tener presente l’innegabile verità che l’individuo è costantemente immerso in un oceano di forze esterne manifeste, che lo influenzano e hanno il potenziale di deviare le traiettorie impostate, ho sempre avuto l’impressione che esista un reticolato invisibile di connessioni che conduce inevitabilmente a certi appuntamenti, a certi luoghi, a certe persone. Che piaccia o meno.

    Non è sicuramente possibile – tantomeno auspicabile – abbandonarsi a tali forze, ma ho sempre considerato sciocco ritenere che si possa piegarle in ogni circostanza. Mi pare ovvio che non si abbia mai il pieno controllo dei risultati, al pari del contadino che semina e, se lo fa nella stagione più propizia e con la tecnica corretta, può ragionevolmente sperare di raccogliere a tempo debito, ma ciò non costituisce in alcun modo un’ipoteca sugli eventuali frutti. Gelate, siccità, inondazioni, parassiti: sono tanti gli antagonisti che non può scartare. E così è necessario aprirsi all’idea che la vita in larga parte accada da sé.

    Nel mondo contemporaneo pare ridicolo che una persona moderatamente colta possa credere che ogni uomo abbia un destino. Occorre, piuttosto, essere cinici e realisti, ragionare in termini scientifici e rifiutare tutto quel che puzza di soprannaturale come una trogloditica superstizione. Eppure non m’è mai riuscito di sfrattare certe idee, forse deleterie, e chissà che non stia già pagando il prezzo di questa incapacità.

    Listening to:
    Tell me I never knew that – caroline & Caroline Polachek

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  • Haiku #1

    15 luglio 2025
    Poesia
    luglio 2025

    Verde la grazia
    elusiva intagliò
    il suo sigillo.

    Listening to:
    Wound – The Smashing Pumpkins

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  • Il senno di poi

    10 luglio 2025
    Riflessioni
    luglio 2025

    Capita di tanto in tanto che gli eventi attorno a noi suggeriscano, se non addirittura impongano, di fare un’escursione nel passato e all’improvviso di accorgersi che la propria memoria di quei giorni s’è trasfigurata. Ricordi che avremmo giurato fossero minuziose immagini dei fatti ci appaiono tutt’a un tratto differenti, come se il passato nel mentre si fosse riscritto da sé. Si scopre allora che la memoria non è un archivio di filmati registrati in tempo reale e custoditi al riparo da ogni manipolazione, bensì un processo dialettico.

    Del resto, a ben pensarci, se la psiche è dinamica, non si vede perché anche i ricordi non debbano essere l’esito di un’incessante negoziazione tra l’io che rimembra e l’io narrato, che condividono un’identità eppure sono due personaggi totalmente differenti, le cui motivazioni e cognizioni spesso non coincidono. L’esperienza è il prisma attraverso il quale guardiamo il passato e il presente e immaginiamo il futuro, e più se ne accumula più facce acquista il poliedro. Così le immagini si riflettono, rifrangono e scompongono via via in maniera più articolata, mentre le prospettive si moltiplicano e variano le angolazioni da cui si effettua l’osservazione. Perché stupirsi, dunque, che dall’analisi a posteriori emergano dettagli e significati ch’erano sfuggiti?

    Quel che sembrava ovvio da interpretare rivela retrospettivamente la propria complessità e ci si accorge che di tanti fatti s’intese solo la lettera, perché allora non se ne conosceva la crittografia. Si è costretti, perciò, a prendere atto d’aver frainteso gesti e parole, di non aver colto segnali, di aver sottovalutato alcune situazioni e di averne sopravvalutate altre.

    *****

    A guardarla da qui, quella seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso a cui ultimamente mi sono trovata non di rado a ripensare, non pare più così terribile come quando ero invischiata nei suoi giorni faticosi e confusi, nei quali mi arrabattavo per trovare un equilibrio irrealizzabile tra la voglia d’essere me stessa e quella di aderire alle incessanti richieste che spietate, a suon di sensi di colpa e di vergogna, esigevano una perfezione astratta e disumana, un’impassibilità irraggiungibile. Oggi vedo con chiarezza i momenti di autentico splendore che, a dispetto di tutto, comparvero a punteggiare quell’agone quotidiano, e che a quel tempo passarono inosservati, o con frequenza si scambiarono per il loro contrario, perché ero troppo concentrata a tentare di dimostrarmi conforme alle aspettative di cui ero stata investita. Così come vedo senza tentennamenti tutte le ombre e le crepe che erano già apparenti, sebbene all’epoca non riuscii a notarle o scelsi d’ignorarle, nei momenti che, poco più d’un decennio più tardi, sembrarono i più belli mai vissuti.

    *****

    Come ricorderò il tempo attuale – se me ne sarà data occasione – tra dieci o vent’anni? Guarderò indietro con la tenerezza con cui si rievoca l’ignoranza piena d’ansie e trepidazione d’una gestazione, oppure col bilioso senso di colpa con cui si rivisitano i rimpianti? Non è dato saperlo da qui. L’angolo che avrà allora la prospettiva è ancora un segreto ben custodito. Non resta che attendere, vivere e ricordare quante volte la prossimità m’abbia già tratta in errore in passato, quante volte da quella distanza infinitesima abbia confuso la felicità con la tristezza e viceversa – e per scarsa lungimiranza e per inesperienza – e così mi sia incaponita in ciò che avrei dovuto lasciare andare senza l’ombra d’un ripensamento e, al contrario, mi sia lasciata sfuggire quel che avrei dovuto a tutti i costi trattenere.

    È un’ignoranza avvilente e provvidenziale, ché altrimenti si starebbe immobili ad attendere un destino già scritto. Invece tocca procedere sempre per tentativi ed errori, in bilico tra lo slancio e l’apprensione, sforzandosi di concedersi indulgenza per gli sbagli fatti e per quelli che di certo restano ancora da fare.

    Listening to:
    Live forever – Oasis

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  • Nelle sirti

    14 giugno 2025
    Riflessioni
    giugno 2025

    You’ve been listening to the answers to your own questions for too long. That’s
    what dries up a writer — not listening (we all dry up, it’s not an insult
    to you). That’s where it all comes from. From seeing, from listening.

    Lasciarsi permeare dal mondo. Intridersi delle sue immagini, dei suoni e degli odori. Restarne sbigottiti, nel bene e nel male. La ricetta per ricominciare a scrivere è semplice e ben nota.

    Ma ogni ipotesi di slancio creativo s’infrange miseramente contro l’ostruzionismo della quotidianità. Dei suoi impegni, delle sue scadenze, dei suoi rituali tediosi e ineludibili. Dunque non si ha nulla da dire, ché quel che rimane sono solo gli acri rigurgiti che risalgono come ovvio esito del monotono osservare un orizzonte angusto: il proprio riflesso.

    E questa, a suo modo, è un’altra sciagura, ché entro i confini d’un ecosistema minuscolo nemmeno è dato di vedersi con cinica oggettività. L’uomo, animale sociale con innato spirito pioniere e pellegrino, rivela e conosce pienamente se stesso solo nella relazione con l’altro e con l’ambiente circostante, mentre quand’è asserragliato nella propria rocca interiore si vaglia attraverso il filtro delle proprie illusioni e parzialità, dipingendo un quadro di sé che non può essere altro se non un tentativo abborracciato.

    È certamente un traguardo da festeggiare l’aver compreso finalmente quanto sia inutile, noiosa e mediocre questa scrittura ostinatamente confessionale, ma l’abitudine caparbia al gesto solito di tanto in tanto richiama a fare quel che s’è sempre fatto e a rompere il silenzio.

    Mentre in sottofondo suona un album di oltraggiosa banalità, che nemmeno il caratteristico sound arioso e riverberante – che forse, tocca ammetterlo, è ormai diventato vetusto e superato – di Daniel Lanois riesce a sollevare da un’insignificanza che non può non rattristare chiunque ai tempi sia stato folgorato da Funeral, e che nel suo miglior momento suona come la versione estremamente annacquata d’un brano scartato dei New Order, si cerca di tirare le fila di un discorso sconnesso, intavolato solo per evitare che questo posto viola diventi un angolo derelitto. E non si può far altro che ammettere, con rassegnata delusione, che questo è il massimo di cui si sia capaci al momento e sperare in tempi migliori.

    Listening to:
    I love her shadow – Arcade Fire

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  • A sangue freddo

    20 Maggio 2025
    Riflessioni
    maggio 2025

    I never saw a wild thing
    sorry for itself.

    Cosa è meno interessante dell’autocommiserazione? E cosa c’è che possa risultare più disdicevole, in un mondo in cui osceno l’orrore di una pulizia etnica spacciata per legittima difesa si dilata di giorno in giorno, al punto che la parola “efferatezza” pare essere diventata ormai blanda e striminzita?

    Bisognerebbe avere, se non la dignità, per lo meno la morigeratezza di ricondurre tutto alle giuste proporzioni, guardare la propria vita spassionatamente e accettare che le sue traversie sono solo contrattempi, non sventure. Si dovrebbe avere il ritegno di mostrarsi, se non grati, per lo meno impassibili, ché nel quadro generale il proprio dolore è ridicolo. L’autenticità di un’emozione o un sentimento non ne riscatta l’indecenza né ne mitiga l’insignificanza e farsi vittime, trovare irresistibile piangere per le proprie miserie, ha come sola conseguenza di restringere e imbruttire lo spirito. Bisognerebbe mettere le redini alla sconcezza della rabbia che si prova, ché non esiste vincolo che imponga siano remunerate la buona fede e la buona condotta, dunque non si ha motivo di sentirsi traditi o defraudati.

    Ma non s’è consumati a sufficienza nel mestiere di vivere da poter avere il controllo dello stile con cui lo si fa. O forse è il talento a difettare, l’alchimia misteriosa tra grazia e istinto che permette di navigare con stoica ed elegante sopportazione i giorni di burrasca. Oppure – chissà! – la freddezza è un muscolo da allenare e oggi si paga meritatamente lo scotto d’essersi fin qui concentrati all’eccesso sul suo antagonista.

    Listening to:
    Between the bars – Elliott Smith

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  • Coazione a ripetere

    30 aprile 2025
    Riflessioni
    aprile 2025

    La luce è dorata in questo caldo, assolato, lungo pomeriggio prefestivo. Il lavoro che rimane da terminare lo si terminerà domani, a dispetto della ricorrenza, ché adesso non si può fare a meno di perdere tempo qui, a tentare di disinnescare sezionandola scrupolosamente la malinconia improvvisa che una canzone mai piaciuta ha suscitato a tradimento.

    È curioso come siano immancabilmente cose che la presunzione d’avere sempre avuto un gusto raffinato ha portato a snobbare – o addirittura a irridere – a prendermi alla sprovvista, rivivificando in un attimo la mistica dell’infanzia e l’adolescenza con le sue mitologie, che più ci si allontana più s’ingrossano. E non c’è davvero nulla da rimpiangere, se non che s’era giovani e croccanti come frutti ancora acerbi: ero inquieta e scontenta pure allora, perfino quando la mia età era appena a una cifra. Eppure la distanza annebbia la ragione e abbellisce le istantanee serbate nella memoria, regalando – magra consolazione – l’illusione pietosa che il panorama non sia stato sempre così piatto e desolato, che esista un paradiso perduto del quale rammaricarsi, i cui custodi – Dio solo sa perché! – apparentemente sono band che ho sempre considerato con sufficienza, se non del tutto disprezzato.

    È come se rimpiangessi il passato di qualcun altro, i ricordi di una vita immaginaria in cui non s’è sprecato il grosso dei giorni da sola ad ascoltare musica e scrivere in una stanza, come invece è stato da che ho imparato a usare una penna per fare altro che non fossero scarabocchi.

    L’immaginazione e la scrittura: i piaceri e le maledizioni della mia vita, che tanto la rovinano quanto la rendono sopportabile. Più volte ho provato a mettere un freno a entrambe, a disertare questo posto e a “vivere nel momento”, per ostacolarne l’ingordigia, cavandone solo insuccesso e frustrazione. Ché anche quando m’impegno strenuamente, il destino ci mette lo zampino, coi suoi agguati armati di Crows o Dave Matthews Band, e mi riporta sulla strada del mio vizio intrinseco, che mi piaccia o meno.

    Listening to:
    Anna begins – Counting Crows

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  • “Never thought I’d see her again…”

    15 marzo 2025
    Riflessioni
    marzo 2025

    C’è vento. Il cielo è esangue come se spirasse lo scirocco e da giorni fa caldo come se fosse già primavera. Che importa, se il calendario dice che non è ancora primavera e il caldo è solo per il vento che soffia dritto da sud! C’è una nuova ossessione con cui trastullarsi e s’è accesa la miccia del solito pizzicore, quello che prende quando il tarassaco inizia a occhieggiare nelle aiuole e il verde della pervinca si punteggia timidamente di violetto, quello che suggerisce d’imitare la natura e risvegliarsi dal torpore, ispirando propositi che per un breve tratto ci si dimentica di non avere né l’audacia né la costanza di materializzare.

    A dispetto di tutta la complessità ostentata, funziono in modo alquanto elementare: per riaccendere il fuoco sotto la pentola del mio entusiasmo, perché ricominci a ribollire, in fondo basta solo una canzone nuova da far girare senza sosta per ore e ore, finché non venga a noia o ci si imbatta in un’altra che faccia innamorare.

    Dicono che presto arriverà la tramontana e ci offrirà un ultimo boccone d’inverno. Magari – chissà! – insieme a quest’anteprima di primavera finirà per azzerare pure il fervore che si sente lievitare dentro. Per il momento, tuttavia, la storia d’un inatteso fantasma del passato, che torna e travolge con l’inarrestabile moto uniforme che hanno le cose che si sono lungamente e segretamente anelate – che l’elegante voce baritonale di Matt Berninger canta s’una musica a metà strada tra i New Order e il power pop, pienamente nel solco dei National prima maniera – dà una piccola felicità e innesca una trepidazione immotivata, che né i fatti presenti né quelli in vista legittimano, ma che non si ha voglia di reprimere col nerbo della logica.

    Non che si speri nella riproposizione di cose trascorse, ché non c’è niente e nessuno di cui si abbia nostalgia, se non della spensierata spontaneità con la quale si affrontava la quotidianità quando l’età ancora autorizzava a pensare di avere davanti a sé un’abbondanza di tempo e possibilità. E proprio al ricordo di quella leggerezza si tenta di aggrapparsi, nell’illusione che tanto possa bastare a convincerla a concedere una replica tardiva.

    Listening to:
    Bonnet of pins – Matt Berninger

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  • Maree

    25 febbraio 2025
    Riflessioni
    febbraio 2025

    There is a tide in the affairs of men.
    Which, taken at the flood, leads on to fortune;
    Omitted, all the voyage of their life
    Is bound in shallows and in miseries.

     

    Impietriti, come nella calma piatta di “un oceano dipinto.”

    Si sta così per contrappasso, a scontare e l’eccessiva titubanza e l’inappropriato entusiasmo che suggerirono l’una cautela quando le acque erano propizie e l’altro ardimento dinanzi a secche flagranti. Si è pagato e si continua a pagare ciascuno degli errori commessi, senza alcuna speranza d’amnistia in vista.

    Le miserie della vita si snocciolano giorno dopo giorno, ciascuna col proprio ammaestramento. Lezioni amare, che si apprendono col senso di colpa e la disperazione del saperle tanto meritate quanto del tutto inutili. Non serve – né probabilmente mai servirà a nulla – quel che si è imparato, ché questa odiosa immobilità pare indissolubile: non si ha l’animo di riscuotersi e, peggio ancora, non se ne ha mai l’occasione. Difetta sempre un accidente, quella circostanza inattesa e perentoria che irrompe a rivelare il carattere autentico dell’individuo, a dirottare il corso sonnolento delle cose.

    Come si evoca una marea, ammesso che sia possibile suscitarla con la sola volontà? Qual è l’incantesimo in grado di provocare le acque, di farle montare perché sia possibile prendere il largo? Si resterà per sempre arenati? E, se sì, quando arriverà almeno la compassionevole defezione della speranza? Ché dover sopportare le lusinghe delle possibilità, ancorché remote, che di tanto in tanto fanno fugacemente capolino somiglia ogni volta di più a un sofisticato supplizio.

    Listening to:
    Mistakes – Gregory Alan Isakov

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  • Fare o non fare

    19 febbraio 2025
    Riflessioni
    febbraio 2025

    La vita è sempre nient’altro che un tentativo. Si prova a farne qualcosa, al meglio delle proprie possibilità. La boria incoraggia alcuni ad affrontarla come fosse un progetto, ma in essa non c’è nulla che abbia la natura prevedibile – quell’espletarsi indefettibile e impassibilmente procedurale – di un algoritmo e, dunque, non è mai davvero possibile avere il controllo totale di azioni e conseguenze. In qualunque momento forze esterne – il caso, gli altri, le fatalità, la grazia… – possono mettere a soqquadro il diagramma di flusso che abbiamo minuziosamente elaborato e tutto può sfumare o fiorire inopinatamente.

    Forse scrisse bene colui che la definì “uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro”.

    *****

    Da qualche giorno c’è una matita che occhieggia per richiamare la mia attenzione; implora d’essere afferrata e usata per scombiccherare un altro dettaglio del mio personale sbozzo nel vuoto. Tuttavia, il timore – meglio, la speranza inconfessabile – che, pur nella sua mondana e quintessenziale inutilità, lo scarabocchio potrebbe finire per non essere un tentativo inane, è come una paralisi improvvisa e irreversibile.

    Così me ne sto come la moglie di Lot davanti alle scelleratezze di Sodoma, consumandomi nell’inazione, nell’ideazione preliminare, nell’intenzione della perfezione che immancabilmente inibisce la realizzazione di alcunché. Come sempre irragionevolmente nemica di me stessa e come sempre pusillanime, anche quando nell’impresa non ci sarebbe davvero nulla che si potrebbe finire per perdere…

    Listening to:
    Quiet light – The National

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  • Messaggi in bottiglia

    8 febbraio 2025
    Riflessioni
    febbraio 2025

    […] solo questa è la porta da cui,
    se mai, potrai trovare scampo.
    Scrivi, scrivi.
    Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via,
    una riga si potrà salvare. (Forse).

    Ho visto tante albe ultimamente. È forse il solo risvolto gradevole di questi tempi dissanguati dall’incombere di una filza infinita di scadenze che, mentre si smaltiscono, si rigenerano. Il lavoro rende la vita un uroboro obnubilante, ma non è questa la ragione della mia imperdonabile diserzione, ché – a volerlo davvero – il tempo di passare da qui in un modo o nell’altro l’avrei potuto accozzare. È, piuttosto, il disagio di sapere d’avere addosso occhi predatori, che sorvegliano questo posto con regolarità maniacale. È tale controllo ossessivo, che sbigottisce e infastidisce in pari misura, a togliere il piacere di frequentare la mia stanza viola.

    Ho sempre saputo e accettato che l’espormi scrivendo “in pubblico” comportasse inevitabilmente attirare lettori sgraditi, ma vi sono circostanze che rendono alcuni sguardi particolarmente molesti e non è solo (e non è tanto) l’indiscrezione a spiacere – l’idea che venendo qui si possano carpire chissà quali segreti – è l’impressione d’essere studiati per poter essere meglio decifrati e manipolati o perché si possa identificare una falla da cui trarre vantaggio all’occorrenza.

    Riconosco che sia paradossale dolersi delle infrazioni alla propria privacy, dacché s’è deciso di sacrificare volontariamente il proprio culto della riservatezza esibendo la propria vita interiore sul web. Ma non si tratta d’una scelta fatta a cuor leggero. Non è per capriccio che si viene qui a scrivere: è per necessità.

    E la necessità s’è fatta nuovamente vivida e pungente in una delle tante albe salutate, mentre il giorno si schiudeva rosato e croccante e tiepido come in un anticipo di primavera. Ché quest’attività apparentemente futile, per l’ennesima volta, m’è apparsa nitidamente per quel che è: la sola cosa che mi riesca, se non proprio bene, di certo meglio di tutte le altre. E, dunque, l’unica risorsa che ho, ché intimamente ho sempre intuito l’impossibilità d’avere altra salvezza, grazia, incantesimo o esorcismo. Se qualcosa di buono è destinato a venire per me, sarà per questa via; non vedo come potrebbe essere altrimenti.

    Ancora una volta, in assenza d’alternative, non mi resta che prendere atto della necessità di raccontarmi – agli altri come a me stessa – scrivendo queste “lettere al mondo” quale farmaco per sconfiggere ritrosia e inazione e nutrire la speranza, pregando che uno dei tanti messaggi in bottiglia affidati a un destino ignoto, prima o poi, a dispetto degli sguardi malevoli e invadenti, s’areni sulla riva giusta.

    Listening to:
    Il diavolaccio – Marco Parente

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