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  • Discontinuità

    27 novembre 2007
    Senza categoria
    Wittgenstein accumulava segni d’interpunzione perché rivendicava il diritto ad essere letto lentamente. Io accumulo segni d’interpunzione perché non sono capace di pensare altro che il frammento. L’istante è l’unica dimensione che conosco. La storia mi sembra un mosaico di tessere difformi. Credo poco nei nessi causali, molto nella casualità. La logica del mondo è disarmonica e disomogenea.

    Listening to:
    Everything you can think – Tom Waits

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  • Gli angeli ci invidiano

    26 novembre 2007
    Cinema

    L’inizio della conferenza è previsto per le 11.00, ma arrivo con largo anticipo, avendo preventivato una grande affluenza. Non mi sbagliavo: alle 10.40 l’Aula Magna del rettorato è già piena e c’è ancora una lunga fila di persone che attendono di entrare.
    L’ospite d’onore è un nome di grandissimo richiamo e l’organizzazione non si è risparmiata: c’è una troupe pronta a riprendere il tutto e proiettarlo sugli schermi disposti nella sala, affinché anche noi poveri reietti delle ultime file possiamo vedere bene; e ci sono cuffie in abbondanza, perché tutti possano usufruire della traduzione simultanea. Io faccio a meno delle cuffie: mi hanno assicurato che il regista parlerà in inglese e incrocio le dita sperando abbiano ragione. Alle 10.55 l’Aula Magna è già stracolma: non c’è più neppure una sedia. Ci sono parecchi giovani. Le tipiche facce da DAMS o da Scienze della Comunicazione. E c’è qualche professore, ma non sono in molti. Noto con piacere che l’età media della platea è decisamente al di sotto dei quarant’anni.
    Alle 11 in punto fa il suo ingresso discreto il Preside della Facoltà di Lingue, Prof. Paolo Bertinetti. Come al solito azzimato, in abito e cappotto blu, sfoggia il suo impeccabile aplomb d’ordinanza. Quest’anno è riuscito a fare il colpaccio: un servizio sui TG è garantito. Il suo volto, sempre composto e dai lineamenti di un’eleganza quasi d’altri tempi, lascia trasparire una giusta soddisfazione. La risonanza di un evento del genere è superiore a quella di mille spot pubblicitari.

    L’attesa continua ancora per qualche minuto. La sala straripa. Ci sono professori seduti sui gradini e molti ragazzi sono rimasti in piedi, appoggiati alle pareti.
    Alle 11.15 entra finalmente Wim Wenders. Ha i capelli grigi, legati in una folta coda, un paio di occhialini con la montatura nera e camicia e giacca beige. Si accomoda al tavolo. È un uomo imponente, dall’aria bonaria e composta. Sembra affabile, per nulla pieno di sé. Ascolta la traduzione simultanea, sorride, prende appunti su un blocco di carta.
    I professori chiamati a intervenire lo incensano, come di prammatica, e gli pongono domande scontate, non senza prima aver fatto abbondante sfoggio di cultura e autoreferenzialità. Vengono citati Baudrillard, Kundera, Bazin e tutti in modo quantomeno poco pertinente. È la prassi delle conferenze. Credo lo facciano per un complesso d’inferiorità nei confronti dell’ospite: vogliono dimostrare di non essere da meno e provano a seppellirlo con le citazioni. Wenders risponde alle domande che gli vengono poste in maniera tranquilla, ma non si perde in giri di parole. Si evince chiaramente che non è un logorroico, e ho il sospetto che non ami particolarmente parlare di sé e del proprio lavoro. Le risposte che dà non sono memorabili, così come le domande che gli fanno. Parla, nell’ordine: di come sia cambiato il lavoro del regista negli ultimi anni, dei critici, di cosa si dovrebbe insegnare agli aspiranti registi, di identità della Germania, di cosa rappresenti oggi per lui il concetto di “patria”, del viaggio come utopia, di Berlino, della ricerca della verità (che, a suo avviso, è opposta alla bellezza), di montaggio.

    Poi, finalmente, il lampo: gli chiedono di parlare degli angeli de “Il cielo sopra Berlino” e allora il discorso si fa accattivante. E il regista arriva a fare delle affermazioni sorprendenti. Dice perfino di credere davvero negli angeli; sembra serissimo e restiamo tutti abbastanza spiazzati.

    Tutto sommato è stata una mattinata piacevole, benché non formidabile come avevo immaginato. Però, posso dire di essere stata per due ore sotto lo stesso tetto con uno dei più grandi registi viventi: direi che non è niente male, no?

    Listening to:
    The ground beneath her feet – U2

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  • Deliri umidi

    24 novembre 2007
    Senza categoria

    Piove senza sosta. Da giorni. Torino sembra iniziare a rammollirsi da quanto è annacquata; se continua così finirà per sfaldarsi a poco a poco. Un pezzo alla volta. Che meravigliosa fine sarebbe per questa città spocchiosa e provinciale, che si pavoneggia della gloria che passò! Non una solenne esplosione, né un maestoso incendio e neppure l’imponente violenza di un terremoto: solo un lento disfarsi, un incessante trasformarsi in poltiglia sudicia. E alla fine di Palazzo Madama e Mirafiori, di Via Po e del Valentino, della collina e di Piazza San Carlo resterebbe solo un cumulo di pappetta fuligginosa e ammuffita.

    Listening to:

    Sotterraneo – Bluvertigo

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  • A posto

    22 novembre 2007
    Senza categoria
    Ogni tanto a quest’ora metto in ordine le cose sparse per la camera: i vestiti buttati sulla spalliera della sedia che stratificandosi diventano una sorta di imbottitura posticcia; i cumuli di fogli e scontrini, bottiglie d’acqua ormai vuote, monete isolate, penne e matite e tutte le altre cose distrattamente appoggiate sulla scrivania; le sciarpe ammonticchiate sull’appendiabiti; le scarpe spinte per pigrizia sotto al letto; i libri che iniziano a torreggiare sul comodino. Cerco di mettere ordine per scongiurare ed esorcizzare quel senso di precarietà che ha preso possesso della mia vita. Provo a mascherare il tutto con una patina di normalità. Non è che senta il bisogno di percepire un legame con questi luoghi, ma alla lunga è affossante avere l’impressione di essere turisti della propria esistenza e ci si rassegna a predisporre dei riti, delle piccole scadenze quotidiane, che punteggino di sicurezze le proprie giornate. Così alla sera quando non sono troppo stanca metto in ordine, quindi mi siedo sul letto e mi godo la prospettiva della stanza sistemata alla perfezione, con i libri allineati sullo scaffale, la sedia denudata dalla sovrapposizione di abiti, la scrivania sgombra. Poi mi addormento e sogno di essere da un’altra parte.

    Listening to:
    Ramshackle – Beck

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  • Ci vorrebbe…

    20 novembre 2007
    Senza categoria
    In sere come questa bisognerebbe avere qualcuno con cui parlare piano prima di addormentarsi. Sussurrare frasi nel buio della stanza. E ci vorrebbe una stanza meno impersonale, qualcosa che parli di noi e non quattro pareti spoglie prese in affitto. Spenta l’abatjour, ci vorrebbero due braccia salde e una voce confortante per accompagnarci senza timori nel cuore della notte e propiziare sogni piacevoli. Non un misero plaid, che non fa sentire freddo ma non scalda. E se proprio non si potesse avere tutto ciò, ci vorrebbe almeno qualcuno a cui dedicare il proprio ultimo pensiero, quello che rimane sempre a metà perché ci si addormenta prima di finirlo. Qualcuno che valga la pena di sognare e che, magari, ogni tanto a sua volta ci sogni.

    Listening to:
    Via Del Campo – Fabrizio De Andrè

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  • Noia

    19 novembre 2007
    Senza categoria
    “When the evening is spread out against the sky
    Like a patient etherized upon a table”
    (T.S. Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock, vv.2-3)

    La finestra è socchiusa: un invito al freddo della sera a fare il suo ingresso discreto nella stanza, che è troppo calda, troppo umana per non risultare fastidiosa. Le stelle sono oscurate dai bagliori della città e chi voglia esprimere un desiderio non può far altro che rivolgersi ai fari, ai lampioni e alle finestre illuminate, che punteggiano di giallo l’orizzonte scuro. E, forse per la scarsa maestà degli interlocutori, ciò che viene fuori è una richiesta bizzarra: ogni sera dimenticare qualunque cosa, a partire dal proprio nome. Sarebbe l’optimum. Ci si sveglierebbe leggeri e innocenti. Senza passato e, tutto sommato, senza futuro. Solo un fuggevole oggi da vivere ogni giorno con l’entusiasmo del debuttante.

    Listening to:
    Weddings – Broken Social Scene

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  • Afasica

    18 novembre 2007
    Senza categoria
    Difficile scrivere di qualcosa che non riesco a capire, né a definire. Il rischio in agguato è quello di drammatizzare o minimizzare e in entrambi i casi non centrerei il bersaglio. E’ un’urgenza. Ecco, l’ho detto. Ma non so bene di cosa.

    Listening to:
    Pelle – Afterhours

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  • Lapidaria

    16 novembre 2007
    Senza categoria

    L’inquietudine è sentire di avere un secchio pieno d’argilla e non sapere come modellarla.

    Listening to:
    Ageless beauty – Stars

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  • E se avevamo qualche spicciolo in più compravamo un Tango

    14 novembre 2007
    Riflessioni
    novembre 2007

    Quand’ero piccola giocavo a calcio in cortile. All’epoca nel mio palazzo c’erano solo cinque bambini: io, mio fratello Vincenzo, Franco e Milena (anche loro fratelli, abitavano all’ultimo piano), più l’altro mio fratello, Giuseppe, che allora era poco più che un lattante e, ovviamente, non poteva essere dei nostri.

    Era l’inizio degli anni Novanta. Tra il più piccolo e il più grande di noi c’erano tre anni di differenza e trascorrevamo insieme ogni momento libero. Inseparabili, dominavamo quell’anomalo pezzo di centro: un’area bucherellata di scavi per fondamenta, con pilastri che venivano issati giorno dopo giorno e in breve sarebbero diventati gli sghembi edifici del complesso “Diamante”, che avrebbero precluso qualunque panorama. Una specie di enclave, che somigliava a una periferia postmoderna, ma era al massimo a un paio d’isolati da qualunque punto “chiave” della città.
    Si giocava per pomeriggi interi, fino al tramonto. Fino a che una mamma non s’affacciava al balcone intimandoci di tornare a casa, e allora strappavamo altri cinque minuti di gioco rassicurandola che «Sì, stiamo salendo!», presente progressivo, come se fossimo già per le scale; invece continuavamo un altro po’, prima di raccattare il pallone.

    In quattro si potevano fare solo partitelle di due contro due, tra le macchine parcheggiate e senza falli laterali. Oppure si giocava a tirare i rigori, ispirandosi per metà a Holly e Benji, per metà a Roberto Baggio e Totò Schillaci.
    La composizione delle squadre variava di volta in volta, a seconda dell’umore. A volte erano miste, spesso una coppia di fratelli contro l’altra; altre si giocava maschi contro femmine, se i maschi volevano vincere facilmente e fare un poco i bulli. Io e mio fratello, quando ci toccava di giocare insieme, di solito perdevamo sempre: nessuno dei due è nato con i piedi buoni, con sommo scorno di mio padre che, come ogni padre, anche se non faceva pressioni e non lo diceva, sotto sotto s’intuiva che avrebbe voluto un figlio di cui poter vantare le doti calcistiche. Milena e Franco, al contrario, se la cavavano bene. Più Milena di Franco, in realtà. Il fratello riusciva a superarla solo per la maggior prestanza fisica, ma lei aveva i piedini sensibili e, se non la si affrontava in maniera aggressiva, quasi ai limiti del lecito, ti dribblava senza difficoltà e s’involava velocemente verso l’area. O meglio, quella zona dal confine labile che identificavamo come tale.

    Ammetto che a volte, invece che giocare a calcio, mi sarebbe piaciuto giocare a campana; ma i maschi erano più grandi ed erano maschi, e i maschi non giocano a campana. Così si giocava a pallone.
    Io, che non ero nemmeno lontanamente brava quanto Milena, mi trovavo sempre un po’ in difficoltà. In attacco non andavo bene: non sapevo avanzare palla al piede e finivo per spararla lontano, colpendola malamente – come si dice dalle mie parti – “di puntazza” e attirandomi così le ire del mio sodale di turno. E non ero adatta a stare in porta: non sono un gatto, ho i riflessi sonnolenti. Così, la cosa che mi veniva meglio era sacrificarmi in difesa, perché m’incaponivo e di tanto in tanto riuscivo davvero a strappare qualche pallone. E poi non avevo paura dei gomiti alti, che a volte ti sfioravano il naso, né temevo il contatto con l’asfalto. Ero, insomma, un’operaia del campetto da calcio. Non avrei mai segnato, né sarei mai stata lodata per un gesto tecnico e, quando la mia “squadra” subiva un gol, mi toccava incassare in silenzio gli insulti e le espressioni contrariate. Non era bello, ma era il prezzo da pagare se volevo giocare.

    Tanto, l’insulto di oggi domani sarebbe stato dimenticato. Alla sera lo si lavava via dalla faccia insieme alla polvere grigia.

    Listening to:
    Canzone delle domande consuete – Francesco Guccini

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  • Walking the line

    13 novembre 2007
    Senza categoria

    Ogni volta si apre una porta e dietro a essa ve n’è un’altra in agguato, come in un gioco di scatole cinesi. Come matriosche, ogni domanda prevede una risposta che è l’incipit di una nuova domanda. La vita è un dettato incomprensibile che si prova a scrivere con una penna spuntata, capendone solo una frase ogni tanto e provando a farsela bastare. Essere padroni della propria esistenza è un’ingenua illusione che qualche coraggioso prova a forzare fino a farla coincidere con la verità. È questione di varcare una soglia, di passare un confine. Ma non è da tutti.

    Listening to:
    Tuareg – Gianmaria Testa

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NIENTE DI ALIENO

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