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  • Buon viaggio

    6 novembre 2007
    Senza categoria
    Potrei scrivere in terza persona, sarebbe di certo più “professionale”, ma qui non si tratta di professionalità: il motivo che mi spinge a scrivere di te e per te è l’affetto. Un affetto spontaneo che ho provato dalla prima volta in cui ho visto una tua trasmissione con un minimo di consapevolezza. Era il 1995, avevo dodici anni e c’era un nuovo programma nel quale un ometto canuto ogni sera dopo il Tg1 raccontava di fatti e persone in maniera sobria ed asciutta, ma senza tralasciare l’ironia e perfino il sarcasmo alle volte. Lo studio era spoglio, ridotto all’essenziale: solo una scrivania ed una sedia, nessun altro fronzolo. Quell’uomo bianco ed occhialuto eri tu, caro Enzo. Credo di non aver mai perso una puntata de “Il Fatto” e mentre quasi tutti i miei coetanei guardavano “Striscia la Notizia”, io me ne stavo davanti al teleschermo ad ascoltarti in religioso silenzio, fidandomi di tutto quello che dicevi.
    Mi sei piaciuto sempre così tanto che scherzando (neanche troppo, in verità) ho più volte detto che eri il mio uomo ideale: pacato, intelligente, curioso, pungente al momento opportuno, coraggioso, cortese, onesto. Non nego che se oggi incontrassi un ragazzo con le tue qualità potrei perdonargli la bruttezza e innamorarmene perdutamente. Ti ho ammirato e voluto bene come si vuol bene ad un nonno. Tu eri il mio nonno mediatico, un nonno mai incontrato eppure così presente, un nonno che mi spiegava l’Italia e il mondo e mi raccontava i suoi personaggi, un nonno fiero di essere stato partigiano e orgoglioso di essere testimone e narratore del suo tempo, un nonno schietto e per nulla snob che non si compiaceva di risultare oscuro alla casalinga o al pensionato con la licenza elementare. E sei stato un esempio di libertà, perché non hai mai avuto – come amavi dire tu – nessun padrone all’infuori dei lettori o dei telespettatori, perché ti piaceva la TV di Stato e non quella governativa, perché non sei mai stato servo della politica e hai reso un servizio importantissimo agli italiani, ai quali hai raccontato per più di mezzo secolo piccoli fatti e piccole storie che hanno fatto la Storia.
    Oggi mi sarebbe piaciuto essere a Milano ed incontrarti, (anche se in questa circostanza piuttosto infelice), e magari sussurrarti un grazie perché nell’adulta che sono diventata c’è anche del tuo. Ho sempre pensato che sia fondamentale ascoltare gli anziani per cercare di carpirne la saggezza e conquistare una visione prospettica delle cose che noi giovani, infinitamente meno esperti, non possiamo avere, e a tale scopo i soggetti ai quali mi sono rivolta sono stati i miei nonni. Purtroppo, uno di essi non l’ho mai conosciuto, ma devo dire che tu sei stato un supplente davvero eccellente.
    Ti voglio bene.

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  • Congetture e temporali

    5 novembre 2007
    Senza categoria
    Ho trovato giorni di pioggia e pochi spiragli di sereno. Un sole indeciso che non sa se concedersi o no e prima si offre per poi mostrarsi ritroso. E un tepore dolce e narcotico, che si impiastra sulle palpebre e imbeve il midollo e innesca procedimenti maieutici nell’inconscio. Scandaglia in profondità e riesuma sensazioni e ricordi così lungamente occultati che quasi non li si riconosce come propri, ma che adesso sono lì in superficie a far bella mostra di sé ed è impossibile ignorarli, trascurarne la portata. Si innescano confusioni e dubbi a catena e domande che ci si rifiuta di porsi seriamente per pigrizia o timore delle possibili risposte. In questa terra che solletica e sollecita l’irrazionalità, ogni risoluzione dettata dalla ragione sembra dover essere inevitabilmente messa in discussione e finanche distrutta senza curarsi dei pericolosi risvolti che ciò può comportare. Arzigogolare è l’unico mandato che assegnano questo cielo che è più azzurro e questa luce che è più luminosa e questa brezza sottile e quest’aria di mare…

    Listening to:
    The trees were mistaken – Andrew Bird

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  • In un nuovo tempo di discorsi sulla razza

    2 novembre 2007
    Riflessioni
    novembre 2007

    Mio padre dice sempre che sono troppo polemica. Vedo e rilancio: sono anche troppo poco indifferente e mi accaloro eccessivamente. Il problema è che certe cose non si possono proprio sentire né vedere e in questi frangenti io – forse per un infantile idealismo – mi sento di dover fare un poco l’avvocato del diavolo.

    Premetto che mi spiace per la signora Giovanna Reggiani e che, se verrà accertato che davvero è stato Nicolae Mailat ad aggredirla e gettarla giù nella scarpata, questi dovrà scontare una pena esemplare per il reato commesso. Tuttavia, non posso sopportare le tirate contro gli immigrati rumeni nelle quali si fa di tutta l’erba un fascio. Non esiste un popolo intrinsecamente criminale: è una solenne boiata anche solo pensarlo! E mi stupisco che ancor oggi, alla fine del 2007, ci sia qualcuno pronto ad affermare a gran voce una cosa del genere. Non si è poi molto distanti da Hitler, se si hanno tali convinzioni. A quando un bel genocidio per dare una ripulita al mondo e stare tutti un po’ più tranquilli?

    Invece di dire imbecillità, faremmo meglio a chiederci se il fatto che molti immigrati vivano di espedienti e spesso si dedichino ad attività illecite non derivi in gran parte dalle condizioni subumane nelle quali sono costretti a sopravvivere. Qualcuno di voi ieri ha visto durante i servizi televisivi quella sottospecie di baracche nelle quali abitano? Io sì e non ho potuto fare a meno di pormi alcune domande. Com’è che – giustamente, ci mancherebbe! – abbiamo tanta pietà per i cani randagi o abbandonati, ma abbiamo smesso di provarla per gli esseri umani? Perché siamo indulgenti con un ricco che commette reati finanziari per appagare la propria voglia di superfluo e non abbiamo neppure un briciolo di misericordia per chi tenta di pulirci il vetro al semaforo e si arrabatta per procacciarsi un pasto? Perché ci infastidiamo per la presenza di spacciatori e prostitute e non ci chiediamo mai chi siano i loro clienti? E potrei andare avanti a lungo…

    La miseria può annebbiare e rendere privi di valori, perfino feroci. Questo non significa che le colpe, quando accertate, debbano essere rimesse – la legge o è per tutti o non è – ma forse sarebbe opportuno fare un po’ di prevenzione, invece che piangere sempre sul latte versato e ricorrere alla violenza ritorsiva e alle espulsioni. Occorrerebbe essere più solidali coi nostri simili, per scongiurare l’emarginazione e combattere il degrado economico e morale. Qualcuno, all’alba della Seconda guerra mondiale, scrisse: “Hunger allows no choice / To the citizen or the police; / We must love one another or die.” Sarebbe il caso che ce ne ricordassimo tutti quotidianamente.

    Listening to:
    Maybe you’ve been brainwashed too – New Radicals

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  • "Stracciati, sporchi, barbe lunghe, molti senza scarpe, congelati, feriti"

    31 ottobre 2007
    Senza categoria
    Spero che a differenza di me tutti voi ieri sera siate riusciti a vedere interamente “Il Sergente”, lo spettacolo di Marco Paolini, gentilmente offertoci da La7 a fronte di nessun canone. Questa “piccola” emittente, sempre un po’ in difficoltà, che deve riempire i propri palinsesti di vetuste inutilità in svariate fasce orarie, ieri sera è stata il vero servizio pubblico, molto più della Rai che ormai ci propina solo presunti vip danzanti o naufraghi.
    Per di più lo spettacolo è stato preservato dalla pubblicità, cosa che ha consentito al pubblico televisivo di evitare il fastidioso “entrare ed uscire” dall’atmosfera: bastava ambientarsi all’inizio e il gioco era fatto.
    “Il Sergente” è un adattamento del famoso “Il Sergente nella Neve” di Mario Rigoni Stern, scrittore forse rozzo (come lo definì Vittorini), ma di certo molto efficace, che raccontò la guerra che aveva vissuto: una guerra senza eroi, di sole vittime e sconfitti da tutte le parti e di gente capace di gesti di grande umanità, incurante del colore della divisa. Non ho mai letto il libro per intero, devo ammetterlo, eppure per quel che ho visto ieri credo di poter dire che Paolini non l’ha tradito. Nell’ora e mezza di spettacolo che sono riuscita guardare (tutta la parte finale, per fortuna) ho ritrovato il Paolini di sempre, quell’omino vibrante ed espressivo che più che recitare racconta con trasporto e partecipazione; ho ritrovato i suoi lampi d’ironia e la sua voglia di testimoniare storie che oggi sembrano inattuali e sono sul punto di essere dimenticate; ho ritrovato il suo essere anti-divo ed anti-teatrale nei gesti, il suo scarnificare i costumi e la scenografia senza la spocchia di voler essere a tutti i costi sperimentale; ed ho soprattutto ritrovato la generosità di un uomo che si dona sul palco senza riserve, praticamente da solo per quasi tre ore nello scenario lunare di una cava di pietra.

    Listening to:
    La guerra di Piero – Fabrizio De Andrè

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  • Uno di Tre

    29 ottobre 2007
    Riflessioni

    Se ciò non andasse contro tutte le regole non scritte che mi sono data riguardo al blog, oggi creerei tre post diversi. Il primo sul PD, che delude ogni giorno di più e non ha ancora compiuto un mese di vita. Per il secondo prenderei spunto dalla notizia dei naufragi delle navi dei clandestini diretti verso le nostre coste. Nel terzo racconterei del mio viaggio. Ecco, visto che non posso scriverli tutti oggi, partirò con l’ultimo, che è anche quello soggetto a un “deperimento” più rapido, e mi dedicherò agli altri in seguito. Tanto sono certa che il PD non smetterà a breve di causarmi il mal di pancia, e che quelli annegati in questi due giorni, purtroppo, non saranno gli ultimi migranti a morire nel tentativo di sbarcare sull’italico suolo.

    *****

    In tutta onestà devo ammettere che questa volta le funeste previsioni riguardo alle mie compagne di viaggio si sono rivelate eccessivamente pessimistiche: tutto sommato non è andata male. Ho viaggiato con una signora di Misilmeri che era a Torino per vedere la figlia. Una donna gentile e taciturna, che mi ha risparmiato le solite inutili e fastidiose raffiche di domande riguardo a età, motivo del mio essere a Torino, eventuale fidanzato, e così via. Con noi c’era anche una bella donna straniera (probabilmente maghrebina), altissima e anche lei molto riservata. Doveva essere piuttosto stanca e ha dormito per quasi tutto il viaggio. Così, almeno fino a Pisa, le cose sono andate in modo più che soddisfacente e sono riuscita perfino a leggere un centinaio di pagine del libro che avevo con me, cosa che solitamente non accade a causa della logorrea delle altre persone nello scompartimento. Fino a Pisa, dicevo, perché lì è salita una donnina minuscola, poco più di un metro e trenta, di settant’anni al massimo (ma che ne dimostrava almeno dieci in più), che appena entrata mi ha subito fatto capire che la musica sarebbe cambiata radicalmente. Primo: con più di un metro di sedile libero, la signora ha comunque deciso di sedersi a una distanza da me che, se fosse stata un uomo, mi avrebbe consentito di denunciarla per molestie. Secondo: ha iniziato immediatamente a sbuffare e chiedere quando saremmo arrivate, cosa piuttosto assurda, visto che mancavano ancora più di dodici ore di viaggio per me e ben quattordici per lei e le altre. Terzo: dopo meno di quindici minuti trascorsi sul treno, è dovuta andare in bagno per la prima volta. Erano solo i prodromi della catastrofe che avrebbe avuto luogo la notte. Infatti, la signora si svegliava ogni ora e tre quarti per recarsi ai servizi, cosa che non mi avrebbe infastidito se a) non fosse stata incapace di aprire la porta dello scompartimento e non avesse quindi avuto bisogno che lo facessi io per lei ogni volta; b) il nostro scompartimento non fosse stato quello più vicino al bagno, che sui treni, come tutti sapete, non profuma propriamente di pulito e l’aprire la porta così spesso non faceva altro che permettere a tutto il tanfo d’insinuarsi all’interno…
    Dunque, la mia notte in bianco  – come sempre, ché in viaggio comunque non riesco a chiudere occhio – è trascorsa ammorbata dal puzzo di urina, facendo su e giù dalla cuccetta per far da portiera alla signora.

    Ma mi consolo pensando che adesso sono a casa, e che sarebbe potuta andare molto peggio.

    Listening to:
    A window – The Radio Dept.

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  • In carrozza

    26 ottobre 2007
    Senza categoria
    Oggi pomeriggio partirò per trascorrere a casa un lunghissimo ponte dei Santi, (ben quindici giorni), e, se la sfiga mi assiste, al mio arrivo potrei avere molti spunti per scrivere un bel post brillante, come ho tentato infruttuosamente di fare per tutta la settimana. Vedremo quale sarà la nuova spiacevole voce da aggiungere alla lista delle compagne di viaggio più moleste. Dunque, ho già: la fresca vedova che parlava del marito defunto per tutto il tragitto (ok, lo so che aveva le sue buone ragioni, che il trauma era recente e non aveva ancora elaborato il lutto, ma dieci ore di fila a sentire raccontare di uno sconosciuto e del suo carcinoma a microcellule metterebbero a dura prova chiunque…), la vecchia che russava emettendo un suono simile a quello di un’idrovora, la calabro-piemontese insulino-dipendente che si faceva le iniezioni sull’addome in pubblico, la pazza che cantava gli stornelli, la ragazza ignara dell’esistenza del sapone, la piemontese logorroica (credo che sia un caso più unico che raro) e, soprattutto, le due anziane che facevano la gara a chi aveva più parenti morti e, per di più, morti nei modi più cruenti che si possano immaginare (per inciso, ha vinto quella che ha detto di avere un nipote che era stato travolto da un’auto e i cui resti erano stati ritrovati sparsi sugli alberi ai lati del viale…no comment!!!). Finora credo di non aver mai avuto tre su tre compagne di scompartimento del tutto normali. Che sia la volta buona? Incrociate le dita per me.
    Listening to:
    Mio cuggino – Elio e le Storie Tese

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  • Lieve

    25 ottobre 2007
    Senza categoria
    Una dolce indolenza avvolge questi giorni di pioggia sottile e cielo di cadmio. Il passo del tempo sembra d’improvviso più cadenzato e i flutti della memoria sono assai meno violenti. La risacca è mite e la reminiscenza è una piacevole deriva in un mare lievemente increspato.

    Listening to:

    Non sempre rispondo – Cristina Donà

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  • Indifendibile

    24 ottobre 2007
    Senza categoria
    Forse sono troppo scostante. Forse non dovrei atteggiarmi in questa maniera. Forse cerco solo di creare una barriera. Forse tento di mettere in chiaro le cose nel peggiore dei modi. Troppi passi indietro così all’improvviso non possono che destare sospetto ed irritare. Sbaglio, non c’è dubbio, ma non mi viene in mente nessun altro tipo di approccio alla questione. E’ impossibile essere quella che ero, tuttavia, neppure irrigidirsi è la soluzione ottimale: credo risulti abbastanza irritante ed inspiegabile per la controparte. E mi sento un po’ in colpa per la mia incostanza. Odio dover disfare le illusioni di qualcuno e mi infastidisce ancor di più il dover farlo mostrando un volto che non mi appartiene affatto, ma forse è lo scotto da pagare. Mi dispiace solo d’essere arrivata a questo punto, di dover apparire altezzosa per scoraggiare qualcosa che prima avevo foraggiato e per di più volontariamente, però è una responsabilità alla quale, benché mi piacerebbe farlo, non posso sottrarmi. Ho commesso un errore esiziale e mi tocca accollarmi le riparazioni, non si discute.

    Listening to:
    Weird fishes/Arpeggi – Radiohead

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  • “Il demonio del grande rammarico il mio girovagare dovrà fuggire…”

    22 ottobre 2007
    Musica

    Cristiano Godano è un manipolatore formidabile della lingua italiana. La piega, la assottiglia, la rende rarefatta e l’impasta, la spiana, la ispessisce. Forse adesso è un po’ meno ellittico di quanto non fosse in passato, ma ciò che scrive non ha perso fascino e resta sempre icastico e dotato di un’efficacia raggiunta da pochi altri suoi colleghi nel nostro paese. “Uno” conferma la sua vena e rappresenta una sterzata dei Marlene Kuntz verso la canzone d’autore. Però, forse la sua straordinaria padronanza della scrittura inizia a debordare e a farsi prevaricante, perché in quest’ultima prova la musica resta quasi in secondo piano, così da consentire ai suoi testi – spesso davvero sontuosamente “letterari” – di risaltare adeguatamente.

    Per niente noise e piuttosto melodico, “Uno” è – almeno per me – convincente solo a metà. Scarnificare i suoni e “allentarne” la compattezza, rinunciando al sound denso e stridente che aveva reso noto il gruppo e l’aveva rapidamente fatto amare dal pubblico più esigente, è un vero atto di coraggio, che va apprezzato e riconosciuto; ma non ci si può esimere dal notare che, purtroppo, questo sembra essere l’ennesimo caso di un male tipicamente italiano, che prevede, come una sorta di tappa obbligata a un certo punto della carriera di un solista o di una band, il tendere verso il songwriting “raffinato”. In molti hanno provato a “riciclarsi” in questa direzione, ma non sono stati altrettanti a ottenere un risultato che rispettasse le aspettative, tanto che spesso viene da dire, citando uno che di cantautorato di qualità ne sa qualcosa, che in fondo “bella non è questa musica magra / anche lei sotto al torchio di troppe parole”. Temo di dover ammettere che il giudizio valga anche per i Marlene, ahimè!

    Listening to:
    Canto – Marlene Kuntz

     

    P.S. Per il momento mi va di scrivere di musica, avete notato?

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  • Che mi sta succedendo? Mi piace “Lifeline”!!!

    18 ottobre 2007
    Musica


    Io ho amato il primo Ben Harper, non certo quello divenuto fenomeno di massa. Per intenderci, non quello di “Diamonds on the Inside” o “Both Sides of the Gun”. Non l’Harper radiofonico, quindi. Ho amato Ben ai tempi di “The Will to Live” e “Welcome to the Cruel World” e poi ho continuato ad apprezzarlo con “Burn to Shine” e, soprattutto, ho letteralmente consumato il meraviglioso doppio “Live from Mars” a forza di ascolti.

    Dopo questa necessaria premessa, posso tranquillamente affermare che è assurdo che mi piaccia “Lifeline”. Quest’ultimo disco rappresenta solo una nuova tappa nella degenerazione dell’artista che ci scuoteva con pezzi di denuncia sociale come “Excuse me, Mr.”, che commuoveva con ballate come “Please, bleed” e che cantava gioiosamente di madri lesbiche in “Mama’s got a girlfriend now”; quello attuale non pare più lo stesso uomo di “Like a king” o “Faded”, né quello di “Roses from my friends” o “Burn one down”. Quell’Harper lì, il vecchio Ben, non aveva nulla a che fare con il compiaciuto artista di “There Will be a Light” o di quest’ultima fatica discografica.

    Eppure, inspiegabilmente, questo disco mi piace. Certo, non diventerà mai uno dei miei album fondamentali, però continuo ad ascoltarlo da un po’, anche se – ahimè! – suona troppo simile a Jack Johnson. Mah! Sarà che in alcuni pezzi mi ricorda l’amato Neil Young? Non so. E la cosa mi preoccupa alquanto…

    Listening to:
    Fight outta you – Ben Harper

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NIENTE DI ALIENO

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