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  • Cartolina da Torino

    14 dicembre 2007
    Senza categoria

    Fa freddo. Non ci sono altre novità.

    Listening to:
    Envoy- Kings of Convenience

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  • Il corteo

    11 dicembre 2007
    Senza categoria
    Si marcia dietro uno striscione rosso listato a lutto. I sindacati. Ma dov’erano quando gli operai denunciavano, ben prima della tragedia, il mancato rispetto dei loro diritti? Qualche voce urla: – “parassiti, andate a lavorare!”; e non ha tutti i torti. Un padre disperato fende l’aria con un giornale. La prima pagina è come un pugnale che ha trafitto il suo cuore e adesso la brandisce minacciosamente perché ferisca anche chi gli ha fatto questo. Non chiede giustizia, la dà per scontata. Non sa che in Italia è più facile che tra una proroga e l’altra, un rinvio ed un’insufficienza di prove, si arrivi solo ad un nulla di fatto. O forse lo sa, ma non vuol crederlo adesso, adesso che Bruno non c’è e che il Natale sarà un posto vuoto a tavola e una casa in silenzio.

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  • In nero

    10 dicembre 2007
    Senza categoria
    Oggi la città berrà il suo lutto in un unico bicchiere. Lo manderà giù tutto d’un fiato come i bambini fanno con le medicine sgradite: proverà un po’ di disgusto, ma in breve ogni cosa sarà passata. E quelli che siedono sulle poltrone che contano si sentiranno la coscienza a posto. Nonostante il lutto sia stato tenuto a bagnomaria per un intero weekend, perché non disturbasse gli acquisti del primo fine settimana pre-natalizio, perché non rovinasse il ponte a quanti magari avevano pensato di approfittarne e venire a Torino a vedere le luci d’artista. C’è anche chi contesta che in realtà non c’è nulla di strano in tutto questo, perché il lutto cittadino sarà oggi. Curioso, non mi risulta che quando muore qualcuno i parenti aspettino il giorno delle esequie per mostrarsi affranti. E che prima si diano alle feste ed alle gozzoviglie. Se dovevano esserci manifestazioni di cordoglio, esse dovevano essere immediate e spontanee, per dimostrare sincera partecipazione e non conformità alla prammatica.
    E sempre in ossequio alla prammatica (e con un occhio alle ricadute d’immagine), Unicredit si è sentita in dovere di aprire una sottoscrizione in favore dei familiari delle vittime. Era un’occasione di pubblicità a bassissimo costo sulla quale sarebbe stato stupido non avventarsi. Chissà quante volte l’istituto di credito in questione ha rifiutato un prestito o un mutuo ad operai omologhi a quelli defunti e chissà quanti altri operai, che invece il prestito o il mutuo l’hanno ottenuto, stanno precariamente a galla per l’onerosità delle rate e degli interessi da corrispondere. Ma ecco che adesso spuntano questa attenzione e questa partecipazione nuove di zecca. Quelli della Sanpaolo, la banca torinese per antonomasia, saranno rimasti con un palmo di naso vedendosi soffiare la preda.

    Adesso per qualche giorno si continuerà a battersi il petto e poi, rapidamente, tutto questo scemerà. ThyssenKrupp probabilmente lascerà Torino, ma ci saranno altre fabbriche e boite nelle quali si lavorerà privi di qualunque standard di sicurezza. E si aspetterà una nuova tragedia per tornare a parlarne.

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  • Il male minore

    7 dicembre 2007
    Senza categoria
    Una mattina esci di casa convinta che fuori tutto debba essere diverso: che il respiro della città debba aver cambiato ritmo, che i semafori debbano aver smesso di funzionare, che le persone debbano mostrare nuovi volti. Ti aspetti che il cielo sia ancora più grigio e che la città sia stata sventrata da una lama di dolore e aspetti di incontrare la voragine sanguinante che ne è il risultato. Ma cammini e non si intravede niente. Passi per via Po e pensi a quanto accaduto la notte precedente non troppo distante dai suoi portici eleganti e sembra impossibile che esista, così vicino a tutto quello, una realtà tanto diversa con capannoni ed operai chini sul proprio lavoro. E invece, l’industria è anche lì, quasi nel nocciolo della città, a pochi chilometri dalle vetrine luminose e dall’Università, dai locali di piazza Vittorio, dai dehors coi tavolini. E’ quel tipo di industria che una volta si definiva “pesante” e che era molto redditizia, ma che adesso, almeno qui a Torino, è ridotta a brandelli e avviata alla dismissione. Fiat ha delocalizzato e anche l’acciaieria non ha più ragion d’essere, così in pochi anni la forza lavoro è stata dimezzata, mentre di pari passo la zona diventava sempre più densamente popolata. Tra gli operai che sono rimasti la maggior parte sono giovani, quasi tutti sui trent’anni, che fanno turni lunghissimi e lavorano anche di notte mentre i loro coetanei sono ai Murazzi o al Quadrilatero a divertirsi.
    La città, tutta presa dalla sua smania di divincolarsi dall’identità industriale che l’ha sempre caratterizzata, vive come se questi ragazzi non esistessero. Pensa alle sue mostre, al suo festival del cinema, alle sue “luci d’artista” e fa finta che quei capannoni siano distanti milioni di chilometri e non dietro l’angolo. La città si è dimenticata. Torino non è più la “patria” degli operai e, potendo scegliere, preferisce albergare signore in cappotto di cachemire e colletti bianchi. Delle tute blu nessuno ne parla, come non si parlerebbe in pubblico delle proprie funzioni fisiologiche. Ormai sono solo un’appendice sgradita che si spera di poter rimuovere quanto prima.
    Ma poi ci sono delle mattine nelle quali il telegiornale ti sbatte in faccia la realtà: Torino è ancora, seppur in misura assai minore, una città industriale. E bisogna che muoiano tre operai perché ci si ricordi di questo. E il comune si affanna ad emanare un comunicato per esprimere il proprio cordoglio e si promette il lutto cittadino e si annuncia che lunedì sera le “luci d’artista” resteranno spente. Lunedì, ma non oggi e neppure domani, né domenica. Oggi le luci erano sfacciatamente accese, e così sarà ancora per due giorni, perché domani è l’Immacolata e inizierà ufficialmente il periodo natalizio e la gente pensa già ai regali. E sarebbe triste, e forse economicamente controproducente, fare gli acquisti di Natale senza le luci. Non si può sacrificare il weekend e se proprio non si può fare a meno di dare un segno, beh, che sia di lunedì. Chi vuoi che esca a fare spese di lunedì?

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  • Il retrogusto di una mattina grigia di dicembre

    6 dicembre 2007
    Senza categoria
    I capricci del tempo ricoprono il passato con palate di inutilità presenti e smarrisco la percezione della mia identità. Navigo a vista, ma c’è nebbia. I fendenti dell’insicurezza mi fanno barcollare come un’ubriaca, come se tutti i dubbi si fossero dati appuntamento proprio qui, proprio adesso. Non mi riconosco nello specchio, o meglio, so benissimo di chi sia quel viso, ma vorrei non fosse il mio. Come se essere un individuo qualunque fosse un peso intollerabile, un’onta, qualcosa di inadeguato ad una come me. Ma chi sono io per non meritarlo? Non ho talenti che possano stravolgere la situazione, che mi pongano al di fuori del gregge, e questa è solo una stupida presunzione. Perché non c’è nulla che mi elevi dalla massa che affolla i tram che tagliano l’aria fredda di mattine che non hanno promesse. Né dagli omini grigi che si accalcano ai semafori inscatolati nelle loro utilitarie, e sperano solo che arrivino presto le 18.00 e sembrano non avere altri desideri.

    Listening to:
    Il Nulla – Baustelle

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  • Puzzled

    3 dicembre 2007
    Riflessioni
    dicembre 2007

    Nel suo libro English. Meaning and Culture (Oxford University Press, 2006), la linguista polacca Anna Wierzbicka asserisce che l’inglese – e più in generale la cultura dei paesi nei quali questa lingua è quella ufficiale (che lei definisce Anglo culture) – si discosta dalla maggior parte delle altre per quanto concerne l’uso dell’imperativo. In particolare, tale lingua avrebbe sviluppato tutta una serie di perifrasi per evitare di ricorrere a questo modo verbale. Secondo Wierzbicka, ciò rispecchierebbe un’attitudine tipica della cultura anglosassone al rispetto dell’autonomia e dei diritti dell’individuo, le cui radici sarebbero da rintracciare nell’opera di John Locke.

    Alla luce di ciò, sorgono spontanee alcune domande: che fine fanno quest’enfasi e quest’attenzione nei confronti della libertà individuale al momento di colonizzare o bombardare un paese a caso sul planisfero? La signora Wierzbicka come spiega l’invasione dell’Iraq, la guerra in Vietnam e il colonialismo britannico? Ma, soprattutto, a Guantanamo gli agenti americani si servono o no dell’imperativo per dare ordini ai prigionieri?

    Listening to:
    Speed of Sound – Coldplay

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  • Sembianze

    30 novembre 2007
    Senza categoria
    Cercare il vento dove non c’è è un impresa degna di un vero eroe. Sarebbe bello se qualcuno mi assegnasse questa missione. Intraprenderei la mia personalissima queste con entusiasmo da far impallidire Perceval.
    Quest’aria sempre ferma sembra incredibilmente più spessa. Nel freddo delle mattine nebbiose e umide percorrere Piazza Vittorio è come passare attraverso una serie di pareti di cartongesso e alla fine, quando da ultimo si conquista il riparo del chiuso, le ossa dolgono e la pelle è livida. Ma forse è solo l’insulto del grigiore che mi storpia. Ed è la maledizione di quest’acqua in sospensione, che non piove, ma che aleggia in banchi fino a quando la mattina matura. Peccato non si tratti di una maturazione fisiologica, bensì di una industriale, cosicché le mattine anche se appaiono d’un giallo brillante, in realtà sono troppo sode ed aspre.

    Listening to:
    Fuga all’inglese – Paolo Conte

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  • Spazi angusti

    29 novembre 2007
    Senza categoria
    Le cose che non lasciano neppure qualche misera scoria negli angoli non sono mai davvero state; impalpabili nuvole di fumo travestite da mastodonti, passano senza scavare solchi. E non compromettono e non corrompono. Non esaltano e non atterrano. Non sono, e la loro non esistenza non è di quelle che urlano e danno scandalo. Non turbano il sonno, né suscitano domande, non fanno indignare, né titillano la nostalgia. Lasciano solo un po’ più di vuoto, un po’ più di spazio. Eppure, inspiegabilmente, si ha la sensazione di stare più scomodi.

    Listening to:
    Love and Mathematics – Broken Social Scene

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  • Discontinuità

    27 novembre 2007
    Senza categoria
    Wittgenstein accumulava segni d’interpunzione perché rivendicava il diritto ad essere letto lentamente. Io accumulo segni d’interpunzione perché non sono capace di pensare altro che il frammento. L’istante è l’unica dimensione che conosco. La storia mi sembra un mosaico di tessere difformi. Credo poco nei nessi causali, molto nella casualità. La logica del mondo è disarmonica e disomogenea.

    Listening to:
    Everything you can think – Tom Waits

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  • Gli angeli ci invidiano

    26 novembre 2007
    Cinema

    L’inizio della conferenza è previsto per le 11.00, ma arrivo con largo anticipo, avendo preventivato una grande affluenza. Non mi sbagliavo: alle 10.40 l’Aula Magna del rettorato è già piena e c’è ancora una lunga fila di persone che attendono di entrare.
    L’ospite d’onore è un nome di grandissimo richiamo e l’organizzazione non si è risparmiata: c’è una troupe pronta a riprendere il tutto e proiettarlo sugli schermi disposti nella sala, affinché anche noi poveri reietti delle ultime file possiamo vedere bene; e ci sono cuffie in abbondanza, perché tutti possano usufruire della traduzione simultanea. Io faccio a meno delle cuffie: mi hanno assicurato che il regista parlerà in inglese e incrocio le dita sperando abbiano ragione. Alle 10.55 l’Aula Magna è già stracolma: non c’è più neppure una sedia. Ci sono parecchi giovani. Le tipiche facce da DAMS o da Scienze della Comunicazione. E c’è qualche professore, ma non sono in molti. Noto con piacere che l’età media della platea è decisamente al di sotto dei quarant’anni.
    Alle 11 in punto fa il suo ingresso discreto il Preside della Facoltà di Lingue, Prof. Paolo Bertinetti. Come al solito azzimato, in abito e cappotto blu, sfoggia il suo impeccabile aplomb d’ordinanza. Quest’anno è riuscito a fare il colpaccio: un servizio sui TG è garantito. Il suo volto, sempre composto e dai lineamenti di un’eleganza quasi d’altri tempi, lascia trasparire una giusta soddisfazione. La risonanza di un evento del genere è superiore a quella di mille spot pubblicitari.

    L’attesa continua ancora per qualche minuto. La sala straripa. Ci sono professori seduti sui gradini e molti ragazzi sono rimasti in piedi, appoggiati alle pareti.
    Alle 11.15 entra finalmente Wim Wenders. Ha i capelli grigi, legati in una folta coda, un paio di occhialini con la montatura nera e camicia e giacca beige. Si accomoda al tavolo. È un uomo imponente, dall’aria bonaria e composta. Sembra affabile, per nulla pieno di sé. Ascolta la traduzione simultanea, sorride, prende appunti su un blocco di carta.
    I professori chiamati a intervenire lo incensano, come di prammatica, e gli pongono domande scontate, non senza prima aver fatto abbondante sfoggio di cultura e autoreferenzialità. Vengono citati Baudrillard, Kundera, Bazin e tutti in modo quantomeno poco pertinente. È la prassi delle conferenze. Credo lo facciano per un complesso d’inferiorità nei confronti dell’ospite: vogliono dimostrare di non essere da meno e provano a seppellirlo con le citazioni. Wenders risponde alle domande che gli vengono poste in maniera tranquilla, ma non si perde in giri di parole. Si evince chiaramente che non è un logorroico, e ho il sospetto che non ami particolarmente parlare di sé e del proprio lavoro. Le risposte che dà non sono memorabili, così come le domande che gli fanno. Parla, nell’ordine: di come sia cambiato il lavoro del regista negli ultimi anni, dei critici, di cosa si dovrebbe insegnare agli aspiranti registi, di identità della Germania, di cosa rappresenti oggi per lui il concetto di “patria”, del viaggio come utopia, di Berlino, della ricerca della verità (che, a suo avviso, è opposta alla bellezza), di montaggio.

    Poi, finalmente, il lampo: gli chiedono di parlare degli angeli de “Il cielo sopra Berlino” e allora il discorso si fa accattivante. E il regista arriva a fare delle affermazioni sorprendenti. Dice perfino di credere davvero negli angeli; sembra serissimo e restiamo tutti abbastanza spiazzati.

    Tutto sommato è stata una mattinata piacevole, benché non formidabile come avevo immaginato. Però, posso dire di essere stata per due ore sotto lo stesso tetto con uno dei più grandi registi viventi: direi che non è niente male, no?

    Listening to:
    The ground beneath her feet – U2

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NIENTE DI ALIENO

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