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  • Ci sto pensando

    29 febbraio 2008
    Senza categoria
    E’ molto probabile che in Aprile decida di andare a buttare via il mio voto. L’idea di segnare la croce sul simbolo del PD non mi solletica per niente: mi sembra un voto estorto e, sinceramente, mi sono stufata di andare alle urne a dare la mia preferenza ob torto collo a un partito le cui linee non condivido, solo per evitare un altro quinquennio di berlusconismo. Veltroni, del resto, altri non è che l’omologo del Cavaliere dall’altra parte della barricata: altrettanto presenzialista, altrettanto populista, altrettanto presuntuoso. Sarà un voto sprecato, ma sarà il voto che voglio.
    Mi sto convincendo sempre più che non si debba andare a votare solo come se fosse un oneroso dovere civico e morale, bensì che il voto debba in qualche maniera gratificare l’elettore che deve pensare così facendo di stare partecipando al processo democratico. Io voglio votare per dire qual è la visione che ho di come dovrebbero andare le cose e vorrei votare ‘per’ qualcuno, non sempre e solo ‘contro’ qualcun altro.

    Listening to:
    Morte di un poeta – Modena City Ramblers

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  • Avvistamenti…

    22 febbraio 2008
    Senza categoria
    La primavera è a un passo. Non che questa sia necessariamente una buona cosa: a me, ad esempio, non piace per nulla. Tuttavia, oggi ho incrociato il primo pesco in fiore e non posso negare che questo mi abbia stimolata al buonumore. Odio il rosa, ma i fiori di pesco hanno un loro innegabile fascino…

    Listening to:
    Metà Africa metà Europa – Rino Gaetano

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  • Please, tell me what's wrong with me!

    16 febbraio 2008
    Senza categoria
    I’m puzzled and kinda scared…

    Listening to:
    Hands away – Interpol

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  • Needle in the hay

    15 febbraio 2008
    Senza categoria


    “Your hand on his arm
    Haystack charm around your neck

    Strung out and thin

    Calling some friend, trying to cash some check
    He’s acting dumb
    That’s what you’ve come to expect
    Needle in the hay
    Needle in the hay
    Needle in the hay

    Needle in the hay

    He’s wearing your clothes
    Head down to toes, a reaction to you
    You say you know what he did
    But you idiot kid, you don’t have a clue
    Sometimes they just get caught in the eye, you’re pulling him through

    Needle in the hay

    Needle in the hay

    Needle in the hay

    Needle in the hay
    Now on the bus
    Nearly touching this dirty retreat
    Falling out 6th and powell, a dead sweat in my teeth
    Gonna walk walk walk
    Four more blocks, plus the one in my brain
    Down downstairs to the man, he’s gonna make it all okay

    I can’t beat myself
    I can’t beat myself
    And I don’t want to talk
    I’m taking the cure
    So I can be quiet wherever I want

    So leave me alone
    You ought to be proud that I’m getting good marks
    Needle in the hay
    Needle in the hay

    Needle in the hay

    Needle in the hay”

    (Elliott Smith)

    Sono ossessionata da questo pezzo che fa da sottofondo alla scena de I Tenenbaum nella quale Richie (n.d.a.,il mio personaggio preferito tra quelli del film; anche se – specialmente da quando mi sono tagliata i capelli – assomiglio molto a Margot, se si esclude il fatto che non sono bionda, non fumo e ho tutte e dieci le dita) tenta il suicidio. Credo di averla ascoltata almeno mille volte nell’ultima settimana. In qualche modo, non so bene perché, mi pare ci sia qualcosa che parla di me stessa…

    Listening to:
    Needle in the hay – Elliott Smith

    …ovviamente!

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  • Giri di boa

    11 febbraio 2008
    Senza categoria
    L’idea che ho del mondo, l’idea che ho di me, ciò che mi dispiace e quello che mi ravviva. Tutto è fluido e mutevole, eracliteo, proteiforme, problematico e sfuggente. Fatico ad afferrare il senso e quando mi pare di riuscirci, si tratta solo di una ragione già stantia, già inutile. Come una fotografia. Eppure, il più delle volte, per essere partecipe del presente nell’istante in cui accade, basterebbe aver il coraggio di fare e farsi qualche domanda, invece che tacere o aspettare confidando nel futuro, che è spietato e non perdona la speranza sterile ed immobile di chi siede in un angolo attendendo che il meglio venga da sé. Ma il meglio è un premio ambito, la corsa è feroce e senza meriti raramente si riesce ad accostarvisi. E ai piedi del podio, con in mano la medaglia di legno, diventa del tutto inutile fare domande e, per una crudele nemesi, è proprio allora che le si ha tutte pronte e formulate, sulla punta della lingua.

    Listening to:
    About Today – The National

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  • Nel pomeriggio

    7 febbraio 2008
    Senza categoria
    There's a certain Slant of light,
    Winter Afternoons --
    That oppresses, like the Heft
    Of Cathedral Tunes --

    Heavenly Hurt, it gives us --
    We can find no scar,
    But internal difference,
    Where the Meanings, are --

    None may teach it -- Any --
    'Tis the Seal Despair --
    An imperial affliction
    Sent us of the Air --

    When it comes, the Landscape listens --
    Shadows -- hold their breath --
    When it goes, 'tis like the Distance
    On the look of Death --
    (Emily Dickinson)

    Il cielo oggi è un cristallo azzurro pallido, solcato da aerei che volano verso Est sopra i comignoli fumanti. Il sole è rotondo, ma sbiadito e la luce biancastra, lattiginosa. Il pomeriggio cala sornione, molle e languido, decadente. Amo il pomeriggio e il suo non essere inizio, né fine, ma solo un ibrido breve tra luce piena e buio pesto. E il fatto che, con la sua atmosfera sospesa, può sembrare interminabile oppure brevissimo.
    Il pomeriggio sembra sempre il momento più propizio per quei moti convettivi che riportano in superficie bolle di ricordi e pensieri, che dal fondo tornano a galla per sfiatare. Sarà per quel taglio obliquo della luce, o per l’angolo particolare delle ombre. E il pomeriggio ha spesso un retrogusto strano, fatto di tutti i pomeriggi che si sono accumulati l’uno sull’altro e dei quali ormai ho perso il conto. Montagne di ore inutili, di libri ammonticchiati sul tavolo e di parole e formule che in gran parte si sono perdute in qualche angolo recondito; ore di cruciverba e radio in sottofondo, di pennichelle, di romanzi che sembravano sfogliarsi da soli, di pagine su pagine vergate con tratto disordinato e nervoso e frasi stucchevoli, di cd smagnetizzati per il troppo ascoltarli, di canzoni più o meno stonate e fuori tempo; ore di occhi rossi e guance paonazze, nelle quali ho pianto molto e riso poco, nascosta e protetta dalla porta chiusa della mia camera. E le volte nelle quali mi sono sentita perduta, e quelle in cui ho creduto di ritrovarmi, e le rare occasioni nelle quali ho preso delle vere decisioni: è stato sempre di pomeriggio. La sera e la notte successive mi sarebbero servite per pentirmi, per avere paura, per lasciarmi piluccare dai rimorsi. Non ho mai creduto che la notte portasse consiglio. Non sono mai stata tra gli eletti ai quali essa ha fatto delle rivelazioni, forse per difetto di sensibilità. Ho sempre fatto e disfatto tutto tra le tre e le otto.

    Listening to:
    Faded from the winter – Iron & Wine

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  • Il tempo si avvita su se stesso

    5 febbraio 2008
    Senza categoria

    “Le cose che ti cambiano
    tornano e tagliano
    come le lame più affilate delle spade
    bucano e non sbagliano…”

    Il metronomo ubriaco degli anni che passano. Pause lunghe e pause brevissime si alternano. Nuovi assalti e momenti di quiescenza. Sempre nel frangente meno adatto, ché i ricordi non conoscono cosa sia l’opportunità. E scavano il petto come un’immensa, famelica forchetta.
    Il muro bianco che mi osserva mi rende ancora più pallida, per riflesso e per soggezione. Sembra uno specchio. Questa stanza è soffocante. Amplifica a dismisura l’eco del vuoto. Mi siedo e osservo la desolazione e percepisco cose che so già, alle quali, però, mi pare impossibile arrendersi e, tuttavia, sarebbe sacrilego rinnegarle. E rimango in silenzio…


    “Per sentire il silenzio degli anni che ho scelto di vivere…”

    Listening to:
    La distanza (Tiromancino) & Se potessi incontrarti ancora (Riccardo Sinigallia)

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  • Io. Fuori di me.

    4 febbraio 2008
    Senza categoria
    E’ difficile, impossibile, smettere di appartenere a delle idee, quando farlo significherebbe smettere di appartenere a noi stessi. Quando queste idee sono talmente ancorate sotto la pelle da non riuscire più a distinguere cosa sia parte del nostro corpo e cosa no, quando diventano fisiologiche e anche solo immaginare di respirare ancora dopo averle estirpate suona come la più criminale delle bestemmie.
    Se mi osservo dall’esterno mi sembra di vedere un’invasata, mentre mi ascolto ripetere che spesso non riconosco i miei esatti confini corporei: come faccio a non capire, a non percepire che la punta delle dita è il limite ultimo di ciò che sono? E non è un’allucinazione panica: non credo di essere omogeneizzata nel tutto. Neppure lo desidererei. Ma a volte sento che c’è qualcosa di me che cammina su altre gambe, guarda con altri occhi, sorride con una smorfia diversa. E’ qualcosa che mi appartiene e a cui appartengo. E non è mio. Non sono io. Eppure, eppure, sì, lo sono, è mio, deve esserlo, e mi sento mutilata perché non riesco ad inglobarlo nel mio stesso corpo. L’impossibilità di questa introiezione dell’oggetto anelato, mi inchioda senza pietà ad una stasi nevrotica, in cui passato e futuro sono solo appendici identiche ad un presente piatto e atemporale. Che io riseca a scrivere di ciò è perfettamente inutile.

    Listening to:
    Hit the switch – Bright Eyes

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  • Ci siamo perduti

    2 febbraio 2008
    Senza categoria
    Un giorno ci sveglieremo nel posto sbagliato senza che ci sia un modo facile per uscirne. Non sarà più tempo di aver coraggio, ci dovremo armare di sopportazione e di qualche anestetico che ci faccia perdere di vista quanto angusto sia lo spazio buio nella nostra scatola. E se andrà bene, l’anestetico farà il suo dovere e solo di tanto in tanto guarderemo il coperchio della scatola sospirando, ricordando cosa c’era fuori dalle quattro pareti di cartone prima che ci rinchiudessimo in esse. Ma se andrà male, la dose di oblio non sarà mai sufficiente e cercheremo vanamente di arrampicarci e ci spelleremo le mani, ci strapperemo le unghie, strepiteremo, sbatteremo i pugni, scalceremo…ma niente avrà effetto: le pareti saranno sempre troppo alte, crudelmente impenetrabili e insonorizzate.
    E appena dieci anni fa chi l’avrebbe mai detto che potessimo finire così? Quando il destino sembrava trapuntato di promesse che pareva fin troppo ovvio fossero destinate a noi, e forse lo erano, ma ad un certo punto abbiamo sbagliato a credere che se ne stessero per sempre lì, ferme ad aspettarci, e ci hanno voltato le spalle. Perché noi esseri umani appassiamo molto più in fretta dei fiori e i nostri talenti non sono per sempre e ragazzi dotati spesso diventano adulti mediocri. I sogni, allora, diventano materia buona solo per foderare i cassetti.
    Sì, lo vedi che ci siamo perduti?

    Listening to:
    Upward over the mountain – Iron & Wine

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  • Ai ricchi ricchezza…

    28 gennaio 2008
    Senza categoria
    Doveva arrivare Bankitalia a dire quello che da anni tutti sospettiamo: il reddito dei lavoratori dipendenti non è cresciuto affatto tra il 2000 e il 2006, mentre quello dei lavoratori autonomi ha subito un incremento del 13, 1% in termini reali. Inoltre, il 45% della ricchezza del Paese è detenuto da un misero 10% di famiglie. In sostanza, i lavoratori autonomi stanno succhiando il sangue a quelli dipendenti, aumentando sempre più le loro parcelle in modo tale da accrescere comunque i loro profitti nonostante l’inflazione. E una sparuta minoranza detiene quasi la metà del patrimonio del Paese, lasciando al restante 90% degli italiani solo le briciole. Insomma, come recita il famoso proverbio siciliano: a li ricchi ricchizzi, a li scarsi scarsizzi (trad. ai ricchi ricchezza, ai poveri povertà).
    E credete che sia Berlusconi l’uomo giusto per mettere fine a tutto questo? Lui che di quel 10% è il “re” incontrastato?

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NIENTE DI ALIENO

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