No, davvero non credevo si potesse arrivare così in basso: sono stomacata! Non riesco a concepire come sia possibile anche solo pensare di fare una cosa del genere…
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Alfredo – Baustelle
No, davvero non credevo si potesse arrivare così in basso: sono stomacata! Non riesco a concepire come sia possibile anche solo pensare di fare una cosa del genere…
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Alfredo – Baustelle
Ma quanto tempo è passato? Contando gli anni che ho, è quasi metà della mia vita e, a volte, quando ci penso mi tremano le ginocchia. Era più o meno questo periodo e io, che attraversavo il momento più cupo della mia esistenza, ero il peggiore stereotipo dell’adolescenza. Gli Afterhours anche allora, proprio come in queste ultime settimane, monopolizzavano l’etere di una stagione estiva incipiente. “Non è per sempre” è stato il primo dei loro album che abbia ascoltato, e in quel momento sembrava perfettamente appropriato. Mi sentivo tremendamente “avanti”, perché nessuno di quelli che conoscevo sapeva chi fosse questa band milanese, e appena possibile introducevo l’argomento per poter sciorinare la mia (scarsa) conoscenza. Con il passare dei giorni iniziava a farsi avanti una tiepida fiducia che veniva allevata da amici nuovi, che trovavano interessante parlare con me e io, che non avevo mai creduto potesse accadere che qualcuno avesse voglia di ascoltarmi, mi sentivo inebriata dalla gradita novità di questo stato di grazia.
Poi l’estate maturò un frutto strano che non fui in grado di comprendere né di gestire. Ho sbagliato tutto ciò che era umanamente possibile sbagliare, annebbiata da un’incredulità tenace e da una salda e paradossale timidezza espansiva.
“…fare la cosa giusta,
essere razionali,
mentre ti gira la testa…”
Troppo difficile fare la cosa giusta quando non hai idea di quale sia e non vuoi consigli, perché non sopporti che gli altri depredino qualcosa che è solo tuo. E nel frattempo sentire distintamente che puoi considerare la possibilità di smettere di accanirti contro te stessa con una violenza sfrenata, perché quello strano frutto che non sai cogliere e hai paura perfino di osservare, testimonia felicemente che non sei un pezzo malriuscito e da scartare. Che esisti e occupi dello spazio e non è spazio sprecato e esistere non è una disgrazia. E con incommensurabile sorpresa scoprii che si può sperimentare la gioia di vivere anche quando hai ormai superato i dieci anni.
Sembrava che, dopo tanto attendere, quando pensavo ormai di andare via dal punto stabilito, la vita avesse deciso di presentarsi all’appuntamento. Ma le sue domande vorticavano tanto velocemente che non riuscivo ad afferrarle, e rispondere su due piedi era al di sopra delle possibilità che mi dava una stima di me esigua e per di più neonata. Così, temendo che quello stato confusionale fosse dovuto esclusivamente al fatto di sentirmi estremamente lusingata, annegai quel curioso frutto in una pozza oscura di diniego e di sostenutezza ostentata per non fare vedere quanto fossi debole.
“Ho smesso di pensarti ormai,
ma faccio sogni strani…”
No, non ho smesso, non è vero. Ti penso e spesso, con affetto e malinconia, e mi capita anche di sognarti. Sarà il mio inconscio che prova a far balenare dei messaggi alla mia coscienza, perché, a parte tutto, c’è una cosa che so da quando sono diventata una persona meno vacillante e incerta. E dovresti saperla anche tu. Debbo dirti grazie di persona. Devi sentirlo da me, uscire dalla mia bocca, o non avrò mai pace per non averlo fatto. Adesso non ha nessuna importanza e non fa affatto differenza fare la figura della rammollita o dimostrare rigore. Questa non è una gara a chi è più impassibile, e non lo è mai stata, nemmeno allora. E oggi non ho più paura di ammettere le cose, tutte.
“…Ora che son forte so
che sei più forte tu…”
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Riprendere Berlino + Tutto domani – Afterhours
Avere il senso dell’umorismo è dannatamente problematico quando il tuo aspetto non è consono a esso: pare sia uno dei miei difetti più grandi. È un problema in primo luogo perché, (prima ancora di arrivare alla questione dell’aspetto fisico), la maggior parte degli uomini ritengono che sia un loro esclusivo diritto divino essere arguti: loro fanno le battute e noi dobbiamo ridere; viceversa non è possibile. In secondo luogo, per gli uomini le donne si dividono essenzialmente in due categorie (n.d.a. è una verità scientifica supportata da numerose evidenze e pertanto incontrovertibile), che molto elegantemente definirò fuckable e non-fuckable.
Nella seconda categoria rientrano, nell’ordine: le consanguinee, le “cozze”, quelle ridicole (nel senso che la gente ride di loro) e (ma non per tutti) quelle sciatte. Tutte le altre donne si iscrivono nella prima, (comprese le “amiche”), seppur con diversi coefficienti di fuckability, questo è chiaro.
Visto che molti uomini non capiscono (o sono spaventati?) dallo humor femminile, sono spesso incapaci di concepire che si possa ridere per noi e non di noi, e quindi capita a volte che facciano l’assurda equazione “divertente = ridicola”. Sì, è così, ragazzi non negate, ché vi cresce il naso…ehi, ho detto il naso!!!
L’ironia femminile per troppi uomini – ahinoi! – è una qualità che farebbe scivolare perfino Pamela Anderson nella categoria non-fuckable. E, mentre sono sempre disposti a perdonare il vostro umorismo se siete brutte, perché tanto eravate già non-fuckable (anzi, magari lo troveranno perfino apprezzabile e intrecceranno con voi una simpatica amicizia, anche perché, sappiatelo, così potranno risparmiare un sacco di fatica riciclando le vostre battute per fare colpo su altre donne…), vi faranno passare la voglia d’essere ironiche e carine semplicemente iniziando a ignorare che siete l’ultima cosa.
Ecco, io non sarò certamente una bellezza da calendario, ma non credo di essere nemmeno propriamente una “cozza”, e ho sperimentato più volte come anche uomini che inizialmente “ci provano” perdano immediatamente interesse per me dopo aver ascoltato le mie battute (anche quelle assolutamente valide). È per questo motivo, credo, che ho un sacco di amici maschi e che tutti mi percepiscono come uno di loro, “uno dei ragazzi”, insomma; e si sentono liberi di comportarsi con me come mai si comporterebbero con (o nelle vicinanze di) una donna…
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Dove si va da qui – Afterhours
Con la scusa di traviare la giovane mente di mia cugina, che conosce poco la musica dei Rolling Stones, oggi ho rispolverato “Between the Buttons” che – insieme a “Exile on Main St.” e “Sticky Fingers” – è il loro disco che amo di più. E, per quanto l’abbia ascoltato milioni di volte, non ricordavo affatto fosse così bello. Mentre in sottofondo vanno “Connection”, “She smiled sweetly”, “My obsession” e “Ruby Tuesday”*, sono pronta a dimenticare e perdonare qualunque scivolone di Mick, Keith e compagni negli ultimi anni (diciamo pure decenni, ormai).
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Connection – The Rolling Stones
*Faccio riferimento alla versione americana dell’album, perché – essendo stato lanciato in UK come singolo – nella versione inglese “Ruby Tuesday” non c’è. Per qualche arcano motivo, infatti, all’epoca nel Regno Unito si usava escludere i singoli dagli album…
Sei cresciuta quando ti accorgi che per strada guardi i ragazzi in blazer blu e camicia, invece di quelli trasandati e “alternativi” che ti facevano girare la testa fino a qualche tempo prima. È come se avessi sviluppato un istinto che ti suggerisce che i secondi, se dimostrano un’età di poco superiore alla tua, devono essere degli universitari falliti (o quantomeno molto lenti), mentre i primi sono giovani lavoratori che si stanno facendo strada nella vita e quindi soggetti molto più affidabili.
Quando ti rendi conto di questo attraversi un momento di smarrimento: possibile che io sia già così vecchia da giudicare un uomo solo per la stabilità che eventualmente sarebbe in grado di garantirmi? Ma il mio orologio biologico è impazzito o cosa?
Sì, ti senti inquieta, soprattutto perché non hai la minima intenzione di accasarti entro un numero di anni inferiore al lustro e invece, inconsciamente, inizi a focalizzarti su quegli aspetti considerati chiave da ogni donna che voglia costruire un nido solido per la propria prole futura. Ma, in realtà, non c’è da farsi prendere dal panico: subire il fascino dell’uomo in blazer non significa automaticamente essere diventata tutto a un tratto venale e materialista, né essere sull’orlo di una prematura crisi di delirio-da-paura-di-rimanere-zitella. Perché, ricorda: ci sono diversi livelli di uomo in blazer prima di arrivare al baratro del Briatore di periferia.
Il primo livello (quello al quale mi colloco io per il momento) è popolato da quei ragazzi tra i venticinque e i trenta, probabilmente al primo impiego, probabilmente praticanti avvocati o qualcosa del genere, con stipendi poco pingui, ma l’obbligo di presentarsi sul luogo di lavoro in abbigliamento formale. Sono giovani per lo più poco spocchiosi, di quelli che portano le sneakers sotto il completo rigoroso e, se hanno una cravatta, ne hanno una di quelle scure e sottili, che indossano con il nodo un po’ allentato. Spesso li vedi andare al lavoro in bici (e a volte li incroci ai semafori e alcuni sono tanto carini che vorresti buttarti sotto alle loro ruote, così, se non muori nell’impatto, magari riesci a farti notare…). Niente chiome lunghe da seduttore consumato e niente abbronzatura fasulla e arancione per il momento, quelle arrivano ai livelli successivi.
Al secondo livello non sono più ragazzi. Gli anni sono tra i trentacinque e i quarantacinque e c’è già il macchinone, le cravatte si sono fatte più larghe e di colori brillanti: arancio, viola, giallo, blu elettrico. Il vestito da blu/grigio diventa gessato e il modello di stile dichiarato è Lapo Elkann. Ma, nonostante tutto, non hanno il coraggio di osare le sue orride camicie colorate con colletto e polsini bianchi, ed è già qualcosa.
L’ultimo livello, quello senza possibilità di redenzione, prescinde già dalla giacca, perché non ha bisogno di usare questo simbolo per ostentare una posizione sociale. Questo è il livello di quei cinquantenni (e più) in pantaloni ocra o rossi, giacca sportiva (tipo i bomber raccapriccianti di camoscio o renna), Hogan, Aviator e Rolex d’ordinanza. Hanno solitamente una bella stempiatura, ma quelle poche ciocche che per il momento restano ancora tenacemente attaccate al cuoio capelluto sono lasciate lunghe e svolazzanti. Non portano cravatte e i primi bottoni della camicia sono sempre aperti, per lo più con il fine non occulto di mostrare terribili collanine. Insomma, come detto prima, sono dei piccoli “wannabe Briatore”.
Se ti giri a guardare quelli del primo e, fino ad un certo punto (ma mai prima dei trenta abbondanti, però, eh!), quelli del secondo livello, non credo che sia il caso di drammatizzare. Però, se arrivi al terzo livello, devi seriamente riconsiderare l’opinione che hai di te stessa ed eventualmente contattare un esorcista con un bel po’ di pelo sullo stomaco…
E comunque – sappilo! – tutti questi uomini stanno con donne bionde o giù di lì, magre ma formose, invisibilmente (e impeccabilmente) truccate e senza alcun difetto apparente. Quelle donne “odiose”, sempre coi capelli perfetti e le scarpe “giuste”. Quelle, per intenderci, che poi quando si sposano fanno quei bei bimbi biondi coi ricci, ma non con quei boccoli disordinati e crespi che solitamente hanno i bambini! No, quelli ce li hanno come i puttini delle statue neoclassiche, con quel ricciolino carino proprio sopra le orecchie. Sto parlando esattamente di quelle – ma dài che hai capito! – che possono osare orecchini e bracciali appariscenti senza sembrare grottesche e che sanno stare in equilibrio perfetto su tacchi chilometrici, nonostante i sampietrini e benché dal loro avambraccio penda una borsa (col prezzo a quattro cifre…) talmente piena da raggiungere più di un terzo del loro peso e che, anche quando hanno dei figli ormai alti un metro e cinquanta, dimostrano sempre diciotto/vent’anni. Quelle che tu, per tutti e ciascuno di questi motivi, vorresti uccidere dopo averle accuratamente sfigurate a colpi di machete, onde sfogare la tua invidia e la tua frustrazione per non essere nemmeno lontanamente così.
E visto che non lo sei, mettiti pure il cuore in pace e ricomincia a guardare quelli trasandati e alternativi coi capelli scompigliati, i piercing, i jeans sdruciti e le magliette stinte, ché solo con quelli hai qualche speranza!
E sorridi! Ché, tutto sommato, quella a cui va meglio sei tu.
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Gronlandic edit – Of Montreal
Mi ci sono volute più di ventiquattro ore per metabolizzare “Il divo” e poterne scrivere. Ieri pomeriggio, ore 17.20, sono uscita dal cinema estasiata ed entusiasta, al punto tale che parlavo a vanvera e quasi barcollavo in un delirio di fascinazione assoluta.
Sorrentino con questo film si assesta sempre più saldamente nel pantheon dei miei registi preferiti. Fare un film su Giulio Andreotti era rischiosissimo, perché si trattava di raccontare dell’uomo che più di ogni altro ha rappresentato e rappresenta la politica dell’Italia repubblicana: uno che siede in Parlamento da sedici legislature (cioè dalla prima a quella attuale), ed è contemporaneamente amato e odiato. Un uomo discusso e indubbiamente (forse inevitabilmente, visti gli incarichi ricoperti) controverso, un uomo ieratico e distaccato, un atarassico dotato di uno humor implacabilmente sottile e tagliente, degno di un epigrammatico di razza. E andava raccontato senza fervore partigiano e derive didascaliche, ma senza neppure cedere alla tentazione di parlare di questo gigante della politica facendosi schiacciare dal timore reverenziale e cadendo nella pura oleografia.
Per narrarci del Divo Giulio, Sorrentino ha scelto la via accidentata dell’epopea, iniziando medias in res, come nella migliore tradizione classica: Andreotti si prepara a ricevere il mandato come Presidente del Consiglio per la settima (ed ultima) volta e coltiva il sogno di salire al gradino più alto della piramide istituzionale, coronando la propria carriera politica con l’ascesa al Quirinale. Un uomo di potere e di successo, insomma. Ma l’irriverenza è dietro l’angolo, perché la prima immagine che Sorrentino ci dà dell’eroe è quella grottesca di un uomo assediato dall’emicrania e dai fantasmi tormentosi di un passato impossibile da dimenticare. Si capisce immediatamente che il giovane regista non ha rifiutato la sfida di provare a mostrare le contraddizioni e le sfumature dell’uomo e del politico. E per raccontare questo enigma si è avvalso della collaborazione di un ottimo Toni Servillo, che incredibilmente si metamorfizza in un Andreotti, sì, più pingue di quello vero e dal volto meno incavato, ma non per questo meno credibile. Il tono acuto e il volto imperturbabile sono la cifra del personaggio, insieme alle mani, sulle quali siamo invitati a focalizzarci fin dall’inizio, prima dalla locandina stessa del film e poi dalle parole della segretaria Enea (Piera Degli Esposti). Tutti i personaggi che ruotano attorno al Divo Giulio (efficacemente interpretati dai vari Bonaiuto, Buccirosso, Bosetti, Bucci, ecc.) sono comprimari: cortigiani reverenti o fieri avversari, che la storia cancellerà o ridimensionerà. Mentre Andreotti, l’uomo fragile che sarebbe dovuto morire giovane, si staglia come un figura titanica: un politico brillante e affascinante, che sa mettere tutti a tacere con un’ironia sferzante, oppure zittirli sotto la minaccia di svelare i contenuti del suo vastissimo archivio, o ancora grazie alla sua erudizione e alla sua astuzia e, non da ultimo, per via della soggezione naturale che la sua figura solenne e composta è in grado di suscitare. E un politico, a suo modo, perfino amato, perché il Divo Giulio sa anche, all’occorrenza, essere magnanimo e distribuire elemosine, giocattoli e viveri ai propri elettori bisognosi, come farebbe un vero monarca. Non mancano, tuttavia, le ombre. L’uomo di successo si “sporca”, per caso o per necessità, attorniandosi di “amicizie” discutibili ed entrando dalla porta o dalla finestra in tutte le pagine più nere della storia d’Italia del dopoguerra (diverse volte c’è l’elenco completo delle morti misteriose o violente alle quali è stato negli anni avvicinato il nome di Andreotti). Tranne Tangentopoli, però, che colpirà molti anche tra i membri della sua corrente, ma che non lo scalfirà neppure. E ci sono Riina e la mafia e Salvo Lima e tutte quelle contiguità sospette e inquietanti.
Sporcandosi, l’uomo di successo inizia a scivolare su un piano inclinato e pian piano da (anti)eroe da epopea si tramuta quasi in personaggio tragico, inchiodato da una hamartía fatta di ambizione sfrenata e cinismo; fino all’epilogo, che lo vedrà deluso nel suo sogno di ottenere la Presidenza della Repubblica, che invece, sull’onda del clamore suscitato dalla morte di Giovanni Falcone, andrà all’immacolato Scalfaro.
Come se non bastasse essere capaci di raccontare una storia così senza essere eccessivamente documentaristici o ciecamente feroci, Sorrentino riesce a darci un’opera bella anche esteticamente (e, come sempre, anche musicalmente). Una fotografia stupenda, un ritmo alternativamente lento e veloce (appropriato ai vari “atti” della storia), più un paio di scene cupamente toccanti, rendono il film un piacere anche per gli occhi, non solo per le meningi.
Alla fine il giudizio sull’uomo e sul politico è lasciato allo spettatore, che ricava l’impressione di avere trascorso due ore dentro un mondo sporco e controverso, ma anche affascinante, in cui il potere poteva essere conquistato e detenuto solo con astuzia, arguzia e cultura; e viene quasi nostalgia, a pensare che al giorno d’oggi per fare altrettanto bastino solo soldi, ex-soubrette, televisioni, insulti e sgrammaticature.
Listening to:
Imitosis – Andrew Bird
Listening to:
Piromani si muore – Le luci della centrale elettrica
E’ un fatto: in Italia si sta diffondendo il razzismo. E purtroppo sta contagiando in maniera trasversale. Se qualcuno può invocare la reazione ad un piccolo furto come scusa per un episodio esecrabile e può ricusare l’ignominia dell’imputazione difendendosi asserendo di essere di sinistra e avere Che Guevara tatuato sul braccio, questo significa solo due cose. La prima è che c’è una grandissima confusione sul significato dell’essere di “sinistra”. La seconda è che il povero Guevara è diventato definitivamente solo e soltanto un’icona pop come un’altra e tra la sua faccia e la lattina di zuppa Campbell non c’è più nessuna differenza. Ciò porta ad un’unica dolorosa conclusione: in Italia siamo davvero alla frutta.
Listening to:
I fought in a war – Belle and Sebastian
La stagione più bella è sempre quella che verrà. Ma se fosse già passata? E se l’avessi sprecata? Perché la stagione più bella è sempre quella già venuta. E se non tornasse mai più? O peggio, se fosse stata tutta un’illusione?
Ad ogni modo, di certo non è questa, impregnata di una pioggia infinita come se qualcuno avesse dimenticato di chiuderne il rubinetto. Questa primavera atipica si srotola lentamente tra nuvoloni neri e pozzanghere e inizia a diventare insopportabile. Intanto sogno il sole e il vento caldo di sud-est e un orizzonte d’acqua. E sogno stagioni di ieri e di domani, qualunque cosa purché non sia questo e non sia qui.
Sogno il passato e le cose che ha travolto. Il futuro e quello che mi auguro porti con sé, che spero possa riempire questi vuoti che sembrano allargarsi ogni giorno. E sogno uno specchio nel quale credo che adesso avrei finalmente il coraggio di guardare e non mi spaventerei vedendomici riflessa.
Listening to:
The fairest of the seasons – Nico
Listening to:
Anello mancante – Carmen Consoli