Mi ricordo quando frequentavo l’Università a Messina e a novembre nelle vie strette e in salita che dalla piazza del Duomo portano a via dei Verdi, venivo accolta da una pioggia di foglie secche che si staccavano sotto il peso degli uccelli migratori vocianti sulle chiome degli alberi. Un sipario in movimento, scrosciava e si apriva e chiudeva al mio passaggio. E lo scricchiolare del tappeto vegetale sotto le mie scarpe da tennis scandiva le tappe del mio breve percorso. Stormi di uccelli, come nuvole nere che si aggregavano e dissolvevano, animavano l’atmosfera del pomeriggio di Piazza Cairoli. L’autunno era secco e tiepido, dolce. Sembra passato un secolo.
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20 yers of snow – Regina Spektor
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L’aria si rinfresca un poco ogni giorno e qualcosa della luminosità dell’estate va perduto. Sogno già l’autunno, la regina delle stagioni: rossa, marrone e giallo-dorata.3 commenti su Mi ricordo
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Lasciatemi essere un po’ frivola. Una volta ogni tanto è necessario. Datemi il permesso di celebrare il ritorno dell’immenso Gianluca Basile. Sì, lo so, il top scorer italiano ieri sera è stato Belinelli, ma credo di non poter essere smentita quando dico che le tre “triple” di fila segnate dal Baso siano state la chiave di volta di una partita che ad un certo punto sembrava scivolare dalla mani dei nostri. Rivedere il capitano ricevere i complimenti dei compagni ed il “cinque” da Charlie Recalcati è stato emozionante, soprattutto perché l’ultima immagine che avevamo di lui in azzurro era quella risalente ai Mondiali dello scorso anno. Quei maledetti tre tiri liberi sbagliati a tempo scaduto contro la Lituania che ci eliminavano dalla competizione e le lacrime in conferenza stampa, mentre si accollava tutte le responsabilità del fallimento e chiedeva scusa ai compagni – soprattutto ai giovani – per avere infranto il loro sogno. Ma, soprattutto la decisione di dare l’addio alla nazionale. Se davvero fosse finita così sarebbe stato ingiusto e triste. Un giocatore del talento della guardia pugliese non meritava di lasciare come ultimo ricordo di sé solo quei maledetti tre tiri dalla lunetta. Anche Recalcati ne era consapevole e si è dato da fare, difendendo sempre Basile e parlandogli, fino a convincerlo ad essere di nuovo la guida di questa squadra di giovani promettenti. All’inizio non era andata bene, nei due incontri precedenti contro Slovenia e Francia l’Italia aveva perso e Gianluca era stato deludente. Si era attirato nuove critiche e con l’onestà di sempre le aveva accettate. Ieri sera però il ruvese è tornato ad essere determinante, per la gioia di tutti noi estimatori dei suoi tiri “ignoranti” e dell’uomo Basile, perché è anche questo che fa di lui un vero campione. Uno che quando c’è da riscuotere elogi lo fa – e chi si tirerebbe indietro? – ma che, parimenti, quando c’è da incassare i giudizi negativi li riceve a viso aperto, senza cercare scuse e nascondersi dietro un dito.
A dir la verità non mi faccio illusioni su questi Europei, anche se sulla base di ciò a cui ci ha abituati la nostra nazionale ultimamente tutto è possibile…
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Hoppipolla Afturabak – Sigur Rós -
C’è vento e le porte sbattono. Una vita si agita quasi con stizza, pervade le cose e percorre le nostre strade. Anche se non esistessimo, se tutto il resto ci fosse esisterebbe comunque il rumore. Il movimento non è una prerogativa esclusiva degli esseri viventi e questo ha qualcosa di confortante, sottintende un’attività, un cambiamento incessante, e l’idea che il cosmo non sia in nostro scacco. Niente ci appartiene, molto ci sopravvive.
Il mare ci è testimone e compagno. Permane, osserva, scalpita e si gonfia di schiume di rabbia. Che grande dono il mare! Sentirne l’odore, percepire l’immensità di una distesa d’acqua di sfacciata bellezza. Una grazia autoritaria anima le onde che s’infrangono sulla battigia come se dovessero riaffermare una potestà, o un diritto di prelazione nei confronti di ciò che è circostante. Con l’aiuto del vento il mare sfida sfrontatamente la terra emersa, apporta caos, imprevedibilità e bellezza.
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People as Places as People – Modest Mouse
P.S. Vediamo chi sarà il primo a capire la citazione… -
Pur attorniata da un manipolo di detrattori, continuo a sostenere con forza il valore de L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere di Kundera. Perché è troppo comodo vederlo solo come un coacervo di oscenità. O un prodotto falsamente sperimentale ed autocompiaciuto. Signori, in questo romanzo c’è ben altro: c’è la storia, c’è la filosofia e c’è una riconsiderazione della letteratura. Avete presente Nietzsche e l’eterno ritorno? E Parmenide, con le sue teorie su leggerezza e pesantezza dell’essere? Ecco, è proprio di questo che si occupa Kundera e scrive il suo romanzo come se si trattasse di un eccentrico incrocio tra saggio filosofico, esperimento scientifico e narrazione. Egli prova a dimostrare la fondatezza della tesi di Parmenide, poi criticata da Nietzsche, secondo cui la leggerezza dell’essere – il disimpegno, poiché la vita è caduca – è preferibile al suo contrario. Ma lentamente, mentre procede nel proprio argomentare Kundera si accorge di una cosa: che questa vita privata di ogni responsabilità e impegno è un fantasma di vita, un abbozzo incompleto, una cosa tanto volatile da essere insignificante e che, dunque, la leggerezza spinta alle sue estreme conseguenze non è meravigliosa, bensì insostenibile.
E voi cosa scegliete? Di sopportare “il più pesante dei fardelli”, o di volteggiare nell’etere?
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Tereza and Tomas – Bright eyes -
Capita che camminando nella nebbia a volte si trovi un varco, uno spiraglio di visibilità in cui sgusciare per sottrarsi al grigiore in sospensione che costringe ad avanzare a tentoni. Provo ad infilarmici con una fiducia un po’ da sprovveduta e smetto di chiedere le cose sbagliate, perché se non altro dopo tanti anni ho capito esattamente cosa voglio. Riuscire ad ottenerlo è tutt’altra cosa, però. Intanto mi dedico alla cancellazione delle voci inutili dall’elenco delle necessità. Fare spazio, ecco la chiave. Scarnificare i bisogni. Puntare all’essenziale. Soprattutto rispolverare la vera me stessa, che ho tenuta nascosta sotto una scorza coriacea fatta crescere per motivi contingenti. Voglio tornare, anzi tornerò ad essere esposta e vulnerabile, perché è questo che sono e voglio continuare ad essere. Il disincanto non fa per me.
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We only come out at night – The Smashing Pumpkins -
Ci sono strade che conoscono un unico senso di percorrenza, un senso che si diparte da un centro e inesorabilmente si allontana verso una periferia sconosciuta e irraggiungibile per chi è relegato agli antipodi di essa. Da così lontano è concesso solo di congetturare su cosa accada in quei luoghi preclusi e fantasticando costruiamo episodi irreali di cui ci convinciamo fino a sfiorare il limite della paramnesia. Ma le storie immaginate contro il muro della ragione hanno la consistenza delle foglie secche che si sbriciolano appena le si sfrega tra il pollice e l’indice, semplicemente scompaiono, denunciando tutta la loro assurdità. La verità è che non si sa nulla se non dopo averlo visto, toccato, ascoltato, annusato, rincorso. Che il tempo cambia le cose e non impercettibilmente. Che più qualcosa o qualcuno si allontana e meno possiamo dire di conoscerlo. Che le coincidenze sono l’arma che il destino usa per depistarci. Che i ricordi con gli anni perdono l’odore, ed è esattamente questo il problema, perché ci perdiamo anche noi in un inseguimento folle e senza l’ausilio di tracce.
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Red moon – David Gray -
[…] ma lei
chinava il capo poco,
per salutare in strada
quelli colpiti da stupore.
Da lì
si rifletteva chiara
in una tazza scura,
in una stanza più sicura.
Ma, no,
non voglio esser solo,
non voglio esser solo, no,
non voglio esser solo mai.Un uomo tutto vestito di nero seduto su una sedia accarezza la sua chitarra. E subito – non ho avuto neanche il tempo di invocarla silenziosamente – eccola! Ho bevuto ogni singola parola e ogni nota con le lacrime agli occhi. Da parecchio non l’ascoltavo più e quasi non me la ricordavo, sommersa da anni di altra musica e di altre parole, ma dopo le prime due note ogni distanza era annullata. La voce di quell’uomo sul palco, ad appena una manciata di metri di distanza da me, risuonava familiare e addomesticava le resistenze del mio cuore, esattamente come nel 1999, la prima volta in cui l’ascoltai (mi pare di ricordare che fosse in una trasmissione di Fazio).
Il pezzo è ovviamente precedente, ma fu allora che io lo scoprii. E fu immediatamente così “mio”. Ci sono milioni di canzoni indubbiamente più belle – ne sono ben consapevole – ma allora era la cosa giusta al momento giusto. Quell’invocazione era anche la mia invocazione. Una cascata di pensieri disordinati mi ha travolta a ogni frase pure stasera, non solo allora.
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Le ragazze di Osaka – Eugenio FinardiP.S. Non lascio questo blog, gli sono troppo affezionata.
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Mi hai comunicato una brutta notizia. Un autentico fulmine in un cielo che sembrava lentamente rasserenarsi. E mi sono sentita distante ed impotente. Mi dispiace, davvero. Ma dirlo non basta. Faccio quello che mi chiedi, ma mi sembra troppo poco. Vorrei essere con te e confortarti, provare a strapparti un sorriso o un sospiro, invece posso solo lasciare scorrere i miei pensieri e cercare di acchiapparne qualcuno e trasporlo su questa pagina viola. So che mi leggi e capisci sempre. So che leggi con discrezione ed affetto, perché sei un’amica vera. E ti meriti un post tutto tuo. Lo scrivo sperando che possa essere di buon augurio, e per ringraziarti. Di tutto. Per le risate e le discussioni interminabili su in lavanderia, per i preziosi consigli, per le passeggiate, per il sorriso di Pollon, per le lenzuola stese assieme, per i caffè da Alice, per il balletto in ascensore, per quella sera in cui mi hai dimostrato che, come dici tu, bisogna avere “le palle”. E ti ho ammirata e ti ammiro. Provo a seguire i tuoi insegnamenti, anche se a volte sono un po’ maldestra.
Non ti meriti niente di quello che ti sta accadendo, ma la vita è subdola ed ingiusta. Vorrei sentirmi meglio nel dirlo, ma non è così. Essere consapevole dell’assurdità ed ineluttabilità del destino non contribuisce a renderlo meno insopportabile nel suo avventarsi furiosamente. Eppure noi piccoli esseri impotenti non possiamo far altro che accettarlo, o provare timidamente a combatterlo. L’unico modo di arginarlo è fare delle provviste, accaparrarsi quanta più imbottitura possibile, quanti più sostegni possibili e provare ad essere forti. E tra le mie provviste tu occupi un posto privilegiato. So che per te è lo stesso ed è esattamente questo che mi fa sentire distante, impotente e che mi rattrista.
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If I ever feel better – Phoenix
P.S. Vedi? Anche la colonna sonora del post è per te. -
Grondando copiosamente sudore (so che non è una bella immagine, ma è la verità), mi sono messa finalmente a fare ordine nella mia libreria. Operazione necessaria da tempo e troppo a lungo rimandata per eccessiva pigrizia. Mentre attendevo a questa occupazione mi è tornato tra le mani un libretto giallo della Newton contenente le poesie di Jack Kerouac e nello sfogliarlo ho riassaporato una ventata dei miei sedici anni. Niente male.
In un certo senso provo un affetto sincero per Kerouac, per il suo modo di cercare di descrivere l’ineffabile, per quell’idea di opera d’arte come sforzo collettivo di un gruppo di amici (lui, Allen Ginsberg e Neal Cassidy), per il fallimento e l’abbandono di questa idea. Lui ha vagato, ha sbagliato, ha scritto, si è pentito, ma sempre e solo dopo aver esperito le proprie idee e teorie.
Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della pubblicazione di On the Road, romanzo che nonostante tutte le critiche che – anche giustamente – gli si possono muovere, segnò una svolta. Per una intera generazione.
“Dying is ecstasy.
I’m not a teacher, not a
Sage, not a Roshi, not a
writer or master or even
a giggling dharma bum I’m
my mother’s son & my mother
is the universe —
What is the universe
but a lot of waves
And a craving desire
is a wave
Belonging to a wave
in a world of waves
So why put any down,
wave?
Come on wave, WAVE!
The heehaw’s dobbin
spring hoho
Is a sad lonely yurk
for your love
Wave lover
And what is God?
The unspeakable, the untellable…”
(Lucien Midnight, l. 1-23) -
Potrei seguire il suggerimento di Fab e scrivere un post sull’anonimo commentatore di ieri, ma ho già detto la mia e, inoltre, ritengo che gli imbecilli debbano essere ignorati. Silenzio e disinteresse: ecco il rimedio più adatto. Se in Italia lo avessimo adottato un po’ più spesso forse oggi i vari Corona, Gregoraci e compagnia bella, sarebbero già caduti nel dimenticatoio; invece siamo riusciti a far sì che tirassero su un bel po’ di denaro in seguito (e a causa) delle loro vicende giudiziarie. Aveva ragione da vendere la lungimirante signora Louise Veronica Ciccone in Ritchie: l’importante è che se ne (s)parli. Loro hanno appreso perfettamente la lezione, non c’è che dire. La mia politica, però, è differente e lascio l’episodio privo di ulteriori, inutili, annotazioni; chi legge potrà farsi un’idea da sé e giudicare di conseguenza. Se mi è concesso il bisticcio di parole, quel commento si auto commenta.
E voltiamo pagina.
***
Io: Mi dica, dottore, è grave desiderare ardentemente di trovare un motivo che renda insopportabile il ritorno a Torino?
Dottore: Be’, signorina, certo non è una cosa da poco… ma lei cosa vorrebbe trovare?
I: Devo proprio spiegarle tutto?
D: Se non le va… ma sarebbe preferibile…
I: Ha detto bene: non mi va.
D: Si rende conto che, se mi tiene all’oscuro, non potrò aiutarla? Perché è venuta qui, se non ha intenzione di dirmi nulla?
I: Per parlare un po’. E non ho mai pensato che avrebbe potuto essermi d’aiuto. Oh, l’ho offesa: mi scusi!
D: Andiamo, non è nulla! Si figuri.
I: Ad ogni modo, il problema è che sono del tutto consapevole di dover obbligatoriamente tornare a Torino, e non è che non ne abbia voglia… è… be’, insomma… io ci voglio tornare, perché debbo terminare l’università, e non mi sognerei mai di abbandonare…
D: Allora, mi scusi, perché mai vorrebbe che il ritorno diventasse più difficile da sopportare?
I: Sono masochista, secondo lei? Eh? No, un motivo c’è e, mi creda, è più che valido. Fa lo stesso, se lo tengo per me? Sa, non penso che lei sia la persona più adatta con cui confidarmi… senza offesa!
D: Scusi la franchezza: ma perché non se ne va, se non ha nulla da dirmi?
I: Perché qui c’è l’aria condizionata!Listening to:
L’animale – Franco Battiato