• Apostasia

    11 agosto 2020
    Senza categoria
    agosto 2020

    Che genere di dio sei, tu che non distingui offerte e offese?

    Che genere di dio sei, tu che, purché provenga da me, tutto consideri con indifferenza o sdegno?

    Che genere di dio sei, tu che hai leggi contraddittorie e non imparziali?

    Che genere di dio sei, tu che ad alcuni chiedi l’impossibile e perdoni ad altri di non aver fatto nemmeno l’indispensabile?

    Che genere di dio sei, tu che tra la tua progenie hai distribuito patenti di divinità e d’insignificanza con inammissibile arbitrio?

    Che genere di dio sei, tu che hai chiesto il sacrificio della mia adolescenza?

    Che genere di dio sei, tu che impassibile l’hai guardata dissanguarsi come fosse una visione qualunque?

    Che genere di dio sei, tu che hai scritto le tue promesse nell’acqua di un fiume impetuoso?

    Che genere di dio sei, tu che ancora e ancora mi hai illusa e poi tradita?

    Che genere di dio sei, tu che per tutti hai comprensione e per tutti hai un perdono, meno che per me?

    Che genere di dio sei, tu che distribuisci premi e colpe, sia quelli che queste immeritati?

    Che genere di dio sei, tu che usi misericordia agli uni e implacabilità con gli altri?

    Che genere di dio sei, tu che a tutti profetizzi il bene e per me intravedi solo un presente e un destino infelici?

     

    Io ti rinnego.

    E rinnego ogni mitezza e ogni accondiscendenza, avendo nelle viscere il dolore di chi sa che l’abiura è tardiva e non serve a recuperare quello che è perduto.

    Fuori dalla tua nazione, lontano dalla tua legge, posso finalmente sottrarmi al mio “peccato originale”, che in verità, se fossi onesta come ti proclami, sapresti non essere affatto mio. E, pur dolente e in ritardo, posso pensarmi finalmente libera di scegliere da sola l’unità di misura con cui soppesarmi.

    Listening to:
    Song to the siren – Tim Buckley

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  • 9 agosto 2020
    Senza categoria
    agosto 2020

    E ora che sempre più vedo quello che è, quello che sei, mi sento molto meno piccola, meno indifesa. Vedo l’ipocrisia e la cattiveria sotto la vernice della mitezza e dell’equità. E sono consapevole del disprezzo. Lo sento nettamente, mentre mi viene vomitato addosso in modo subdolo e insinuante. Ma sentirlo per quello che è, non come un mio senso di colpa da espiare, gli toglie il potere di dilaniarmi. Risuona sempre più come una percezione neutra e sempre meno come un dolore. Non è più una ferita ricevuta, è un mero dato da registrare. E parla di te, non di me. Di ogni stilettata io sono solo il bersaglio, non la causa.

    Adesso lo vedo. Adesso lo so.

    Listening to:
    Geraldine – Glasvegas

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  • 19 luglio 2020
    Senza categoria
    luglio 2020

    Insensibile. Così mi definiva. E io a chiedermi per anni come fosse possibile, allora, avere tutte quelle lacrime, da dove venissero, perché a volte sembrasse interminabile il tempo necessario per poterle contenere. Lacrime da emozioni di retroguardia, vissute sempre ex post, come se in diretta mi fossero precluse. Lacrime silenziose, da relegare dietro porte chiuse e consumare in solitudine. In pubblico la vita era un’anestesia perenne e così di tante cose mi sono accorta fuori tempo massimo, una volta che ho potuto guardarle rintanata al sicuro nell’intimità della mia stanza.

    Quindi insensibile, sì, ma per mia natura o solo in ossequio all’etichetta assegnatami? Insensibile per mandato…

    Un corpo da temere e zittire e domare come un animale feroce. Con standard irraggiungibili a cui tendere, che richiedevano – anche solo per provare ad avvicinarvisi – l’eradicazione di ogni vulnerabilità, ogni dubbio, ogni possibilità di errore, ogni umanità. Una vita a reprimersi e vergognarsi, a nascondersi e svalutarsi, a guardare le cose belle col sospetto di chi non si crede alla loro altezza. A pensare che la mia felicità dovesse essere subalterna, se rompeva patti leonini ai quali mi era stata imposta tacitamente la fedeltà e arrivava prima di date fissate con non si sa quale criterio. O a non notarla nemmeno la possibilità della felicità, perché – consapevole che non fosse ancora il tempo stabilito – mi negavo inconsciamente perfino la facoltà di percepire sensazioni e turbamenti. E intanto vedere il perdono per gli altri, la comprensione, addirittura la giustificazione delle loro deviazioni da norme che per me, invece, erano ferree e insindacabili come dogmi. Cogliere la crudeltà e l’insensatezza di tutto questo e ciononostante riuscire a sentirsi in colpa anche solo di aver ricevuto una telefonata, portando nel cuore il cimitero di tutte le cose lasciate morire, sacrificate su un altare che non era mio, per compiacere qualcuno che non ero io. Sopportando in silenzio, senza ribellarsi mai, perché questo mi era stato insegnato: che il sacrificio e il dolore sono per una donna la condizione esistenziale.

    Listening to:
    The mercy seat – Nick Cave & The Bad Seeds

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  • Approvazione

    17 luglio 2020
    Senza categoria
    luglio 2020

    What drink’st thou oft, instead of homage sweet,
    But poisoned flattery?

    Nel culto di chi o di cosa viviamo? Di chi sono gli dei che veneriamo? Abbiamo davvero scelto noi l’altare sul quale sacrificare tempo e fatiche? Come abbiamo deciso a cosa consacrare la nostra vita? Per compiacere chi? Per noi stessi o un’autorità esterna che ogni tanto ci dispensa qualche zuccherino e così ci tiene in suo potere? Siamo davvero autonomi o siamo inconsciamente eterodiretti da desideri che non ci appartengono?

    Ap-pro-va-zio-ne. Cinque sillabe da cui tento di curarmi e, mentre sono alle prese con la mia terapia, i miei “colleghi” malati li vedo dappertutto, come non mi era mai capitato di notare. Se c’è una pandemia, è questa ricerca spasmodica dell’apprezzamento, quasi che avesse valore solo ciò che riceve il plauso di qualcun altro. È una voglia d’essere guardati, notati, lodati nell’illusione di curare ferite antiche. Ma trovare lo sguardo così ardentemente bramato e mai davvero catturato è impossibile. Neanche milioni di milioni di altri occhi potranno colmare quel preciso desiderio. Mentre quelli, quelli non ci guarderanno mai come avremmo voluto, e se anche fosse, sarebbe troppo tardi. Con le cose buone è sempre una questione di tempismo: in ritardo o in anticipo non servono a niente.

    L’unica cura possibile è, pertanto, una rivoluzione: un’inversione a U in direzione di se stessi, perché lo sguardo che brilla sia il proprio, perché sia il nostro il viso su cui si allarga un sorriso orgoglioso e niente possa fare vacillare una soddisfazione intima, viscerale, cercata e costruita con in mente solo le proprie passioni, i propri desideri, la parte autentica di sé.

    Listening to:
    Like a friend – Pulp

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  • Saving grace

    13 giugno 2020
    Senza categoria
    giugno 2020

    Attorno la tempesta. Nubi dense, scure, che vomitano pioggia a conati violenti. Lampi che fendono il cielo. Tuoni squassanti. Venti impetuosi. Strepito. Confusione. Non sappiamo dove stiamo andando, eppure ci andiamo velocissimo.

    Dentro una pace nuova, sconosciuta, sorprendente. Forse fragile come un cristallo, ma tenace come certe cose sottili sempre sul punto di spezzarsi e pervicacemente impegnate a resistere.

    C’è una grazia speciale nel lasciarsi andare, nell’accettare la spinta del vento, nello smettere di restare abbarbicati alla propria immagine di sé, a illusioni e definizioni, alle proprie presunte promesse mancate, che – benché sembrassero la corda tesa dell’arco, che ci avrebbe proiettato lontano – non erano altro che confini e catene e camere di contenzione.

    Listening to:
    Meglio che niente – Pino Marino

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  • Sarà bellissimo

    2 giugno 2020
    Senza categoria
    giugno 2020

    Qui, in nessuno altro posto che non sia qui. Nessun altrove da desiderare. E adesso. Nessun passato da rammendare, né futuro da tessere. Ciò che è stato, è stato e mi appartiene, ma non mi definisce, non mi limita e non mi esaurisce. Quel che sarà, sarà e mi va bene. Non c’è modo di saperlo, né di poterlo costruire o prevedere con meticolosa esattezza. L’imponderabile è sempre in agguato e la nostra ostinazione non è così potente da piegare il caso e, no, non c’è chiaroveggenza che riesca ad afferrarlo, né previdenza che possa abbracciare tutti gli scenari possibili. Il futuro arriverà imperioso e inaspettato: non si può far altro che attendere per vederlo dispiegarsi. Nel frattempo sono qui adesso e sono effimera, come tutte le cose del mondo; dunque non ho tempo per concentrarmi su obiettivi e standard stabiliti da chicchessia, se di essi non m’importa affatto e il perseguirli e raggiungerli non sarebbe altro che una pantomima. Sono troppo vecchia per andare in giro come un venditore porta a porta che mendica dieci minuti di attenzione, con lo spirito che si accartoccia un po’ di più a ogni scampanellata che resta senza risposta e un sorriso fasullo sempre appeso sotto il naso, nella speranza di abbindolare il prossimo che guarderà dallo spioncino. E, poiché il tempo a mia disposizione è scarso e non c’è modo di esperire e conoscere tutto, tanto vale concentrarmi su me stessa.

    Listening to:
    Costruire per distruggere – Afterhours

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  • Tempo per me

    8 novembre 2019
    Senza categoria
    novembre 2019

    Le notti insonni non hanno più lo stesso sapore. Non ci sono più canzoni da scandire in silenzio, solo muovendo le labbra, nel buio di una casa addormentata. Ninnenanne improbabili. Esorcismi non ortodossi per tumulti e tormenti. A proposito di tutto e di nulla in particolare. Il fido walkman come compagno, aspettando che arrivasse l’ora di alzarsi per andare a scuola.

    Ora la stanza è illuminata da una perpendicolare luce bianca, igienica e abbagliante, come in un ospedale. Il silenzio è rotto dal battere delle dita sui tasti del notebook. Essere svegli non è più una fastidiosa casualità, è un bisogno. Un po’ per le cose ancora da fare, le scadenze da rincorrere come la lepre in una gara di levrieri al cinodromo; un po’ per la necessità di rubare qualche pezzo solo per sé in giornate stritolate dal dovere.

    A volte, però, capita che il computer rimandi le stesse melodie di vent’anni fa e che venga quasi la tentazione di mettersi a ballare. Una ridicola e goffa danza solitaria nel cuore della notte, urlando senza emettere suono parole così familiari e precise e che calzano così a pennello, che sembra ti scorrano nel sangue.

    E si finisce per chiedersi per quale assurda perversione non sembri essere cambiato nulla, mentre i tuoi eroi hanno ormai l’età della pensione o del cimitero. O forse è solo che quelle schegge sonore di memoria rappresentano i veri momenti salienti della tua esistenza, perché hai vissuto con più emozione l’ascolto delle crisi interiori di giovani working class dell’Inghilterra settentrionale e dei loro amori – vividi e umani, rabbiosi, un po’ disfunzionali, pieni di frustrazioni e di secrezioni, sporchi e imperfetti – rispetto a quanto ti sia mai accaduto con la tua stessa vita, fatta di momenti sempre un po’ sfocati e con sentimenti attutiti, quasi fossero avvolti nel pluriball. Che per sentirli pungere, finalmente, te li sei dovuti strappare fuori a posteriori sullo sfondo bianco di una pagina e guardarli lì, nella loro gracile stilizzazione, per convincerti che fossero veri e sanguigni.

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  • “I’ll be sleeping in, sleeping in throughout these glory days”

    7 novembre 2019
    Senza categoria
    novembre 2019

    La mente è una macchina del tempo. Vent’anni fa sembrano ieri. Le storie vissute. Quelle sognate. Quelle neppure immaginate per pudore o senso d’inadeguatezza. Fantasmi che ci visitano dai Natali passati, presenti o futuri, eppure non hanno nulla di spettrale. Non c’è un solo contorno che sia sfumato. Persone a cui abbiamo detto addio. Commiati forzati. Saluti mai pronunciati. E ancora risuona l’eco delle risate, s’intuiscono le canzoni un po’ stonate cantate a squarciagola nelle sere d’estate sul lungomare e quelle appassionate davanti a uno specchio. Una gioventù stantia e fuori tempo massimo a cui restare aggrappati con le unghie, prima di rassegnarsi a buttarsi a capofitto in presunti “giorni di gloria” fatti di spiccioli successi quotidiani, che accomunano gli esseri umani dalla loro comparsa sulla Terra.

    Non che ci sia davvero qualcosa a cui attaccarsi, niente di luminoso o indimenticabile, se non quel senso rotondo di possibilità, che nel tempo si è poco a poco ristretto. Oggi è solo un puntino, forse poco più, ma allora era come una licenza d’inventarsi, di pensarsi e immaginarsi diversi da tutti.

    Ci vuole una perseveranza speciale per aspettare il proprio momento, se tarda all’appuntamento. Qualcuno ha detto che, se fai qualcosa abbastanza a lungo, prima o poi il tuo tempo arriverà. Era certamente qualcuno con molto più talento, molta più intelligenza, molta più passione, molta più determinazione e risolutezza di me. Io prevedo di avere lo stomaco giusto per un altro giro. Poi con un mezzo inchino lascerò la giostra. Non penso mi sarà possibile sopportarne la vista mentre continua a ruotare senza di me. Non credo riuscirò a distrarmi, come fanno altri, perdendomi in diversivi fino a dimenticarne perfino l’esistenza.

    Dovrò imparare a sopravvivere alle mie promesse mancate, rassegnarmi a giocare con la mano di carte che ho, finalmente arrendermi a soluzioni non originali, forse. O più probabilmente, se mi cercherete, mi troverete a letto, dove sarò rimasta nella speranza di consumare nel sonno questi “giorni di gloria” da incubo.

    Listening to:
    Glory days – Pulp

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  • Catartica

    11 luglio 2019
    Riflessioni
    luglio 2019

    La bellezza è sempre la cura migliore. L’esorcismo perfetto. La sublimazione precisa, chirurgica, di voragini interiori note e sconosciute. L’arte come terapia, tenaglia, trampolino. Vertigine che sutura, che spezza le catene che atterrano e restituisce la possibilità del volo.

    Così le parole più care e preziose le ho trovate nei libri. Gli sguardi più sconvolgenti e i gesti più commoventi su uno schermo. Le verità più ineffabili su una tela. Le emozioni più squassanti nella musica. La bellezza mi ha insegnato tutto quello che so su di me, tutto quello che so sugli altri, tutto quello che so sul mondo. La comprensione che avrei voluto, quella che ho sempre cercato, l’ho trovata nelle creazioni di estranei che – chissà come – sapevano capirmi e parlare a me, trafiggendomi con l’intimità che tessevano tra noi.

    I momenti più indimenticabili della vita li devo tutti all’arte. Mi ha dato tante gioie per sempre, parafrasando il poeta, e riconciliazioni e malinconie e tristezze ed estasi e tormenti. E desideri. Mi permette di estraniarmi dal circolo vizioso del nascere, crescere, lavorare, consumare, consumare, consumare, consumare sempre, consumare più che si può, e poi crepare; quell’inane carosello che ci fa dati statistici, più che creature.

    Ma come si fa a spiegarlo a chi conosce solo felicità spicciole?

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  • 4 aprile 2019
    Senza categoria
    aprile 2019

    Cosa resta di te? Frainteso e interpretato, ti ho mai davvero conosciuto? In tutti questi anni sei stato un rifugio in cui tornare. Ma non sei un rifugio, né siamo mai tornati.

    Un’ebbrezza del genere, se la si è provata, non la si vuol dimenticare. Meglio illudersi, piuttosto, di non essersi mai davvero riavuti dalla sbornia di tanta abbondanza imbandita solo per noi. Meglio credere che ancora tutto sia lì apparecchiato, che basti una svolta propizia del destino per potersi finalmente sedere a tavola. Poco importa se, quando il tempo era quello giusto, si declinò invece con sgarbo l’invito.

    A ripensarci adesso tutto sembra così ridicolo: le lacrime sul latte versato, i batticuori, le postume gioie fugaci e le tristezze indolenti. Quel mio volere, senza tuttavia cercare. Quel tuo ostinato non farti trovare.

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NIENTE DI ALIENO

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