• For(n)evermore

    14 marzo 2016
    Senza categoria
    marzo 2016

    È il passato
    non è la morte
    che mi fa paura
    è il passato
    che è più funebre e più funesto
    del buio di una bara
    è il passato che mi dilania
    questo essere stati
    senza possibilità di ripetersi
    di dirgli una parola.

    Scegliere. Aprire una porta oppure un’altra. Trovarsi a un bivio e doversi orientare verso una delle due direzioni. L’opzione di fermarsi non è data, per lo meno non ad libitum. Sono le nostre scelte a definirci, a condannarci o esaltarci. La nostra intera esistenza, quello che alcuni chiamano destino, è frutto della nostra discrezionalità. Il caso è solo un attore appartato nel retropalco. Abbiamo tra le mani il nostro gomitolo, possiamo tesserlo a piacimento, secondo la trama che più ci aggrada. Libertà inebriante e crudele, che ci rende responsabili in toto di ogni successo e di ogni fallimento, addossandoci onori e colpe che non possiamo scrollarci di dosso, come medaglie e cicatrici appuntate sulla carne viva.

    Il passato ci bracca. Perché ho fatto questo? Perché non l’ho fatto? È un gatto nascosto in un angolo buio, che ci osserva pronto a sferrare l’agguato nel momento in cui saremo più indifesi. La responsabilità ci costringe a fare i conti con quello che è stato. Niente doveva andare in un certo modo, tutto sarebbe potuto essere altrimenti. Ed era in nostro potere decidere.

    […] e tu giochi a nasconderti
    non ti fai trovare,
    sembriamo
    due strani innamorati
    ma io ti sento
    qui alle mie spalle,
    a volte mi sento toccare.

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  • 8 marzo 2016
    Senza categoria
    marzo 2016

    Anche nelle mattine grigie in cui il vento, assente, non pungola le nuvole, che restano mollemente distese a fare da coperta al sole. O nei pomeriggi di afa, nei quali l’asfalto regala miraggi a buon mercato. O nelle notti senza luna, in cui il buio è spesso come un muro e risveglia solitudini e paure ancestrali. Anche allora il tempo passa, inarrestabile. Un’ora dura sempre sessanta minuti, un minuto sempre sessanta secondi.

    L’ineluttabilità del divenire è una certezza precisa come un’incisione chirurgica fatta da mano ferma ed esperta. Una certezza disperante e consolante insieme. Nessun momento felice durerà per sempre, ma neppure il dolore è permanente. Solo il ricordo può tentare di allungarsi, di stirarsi verso il futuro, di trascendere perfino la vita del singolo e abitare altre vite.

    Il ricordo partecipa dell’infinito ed è questo a farne al contempo redine e trampolino.

    Listening to:
    Blue in green – Miles Davis

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  • 23 febbraio 2016
    Senza categoria
    febbraio 2016

    I miei buoni propositi sono sempre più deboli delle mie cattive abitudini.

    Listening to:
    Lover, you should’ve come over – Jeff Buckley

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  • Il bilancio delle occasioni perdute

    19 febbraio 2016
    Senza categoria
    febbraio 2016

    Se parli con un quindicenne di oggi anche solo di cinque anni fa, lui ti guarda come se gli stessi raccontando di un’era lontana. Dev’essere colpa dell’attuale velocità delle comunicazioni, se i ragazzi nativi digitali vivono in un eterno presente. Per me è difficile perfino concepire che si possa farlo e non solo perché sono tenacemente attaccata ai miei ricordi e alle mie nostalgie fin da quando ero bambina, ma anche perché il passato mi è sempre servito per capire e ripartire. Non credo nella tabula rasa, nei colpi di spugna, nei ponti bruciati o tagliati, non credo soprattutto che pretendere di cancellare qualcosa possa essere un buon viatico per costruire qualcos’altro di nuovo. Ciò che è stato, per me, va ruminato, assimilato e superato, come in una sorta di dialettica interna. Così, se devo andare avanti, non posso che guardarmi indietro e contare i passi.

    Da qualche tempo sfoglio le pagine di questo diario e rileggo nei commenti parole dimenticate, molte delle quali all’epoca furono fraintese. Soprattutto i pensieri senza autore, che un tempo mi turbarono, mi sembrano a volte come le frasi di un nume tutelare, di una presenza discreta, che in qualche modo vegliava su di me. Di congetture sull’identità del/dei commentatore/i segreto/i ne ho fatte molte. Quelle di allora però, a ripensarci adesso, mi sembrano così sbagliate e mi pento della ruvidezza di certe reazioni. Risposi stizzita a parole affettuose solo perché ne equivocai la fonte e oggi, benché non possa attribuirle con certezza, ne comprendo pienamente la dolcezza.

    Com’ero giovane e presuntuosa! L’unica cosa bella dell’invecchiare è poter guardare gli eventi in prospettiva e, nonostante in alcune occasioni questo possa riaprire ferite, considerare con tenerezza la propria inesperienza di allora. Non altrettanto bello, invece, è accorgersi che le cose desiderate forse si erano timidamente affacciate e che per un eccesso di sfiducia ci si passò accanto senza vederle.

    Listening to:
    Homesick – Kings of Convenience

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  • 18 febbraio 2016
    Senza categoria
    febbraio 2016

    Cento volte beato chi
    Fa tacere il ragionamento,
    Si affida al tenero suo cuore
    Come l’ebbro viaggiatore
    All’albergo o anche una lieve
    Farfalla al fiore cui s’imbeve.
    Ma infelice chi sa già tutto
    E non si fa girar la testa,
    Chi ogni moto e parola detesta
    Nel loro reale costrutto,
    Chi raggelato dall’esperienza
    Proibisce al cuore ogni demenza!

    Evasione. Un piacere inconfessabile, proibito, ubriacante. Lontano dagli sguardi del mondo cullare sogni impossibili e attendere miracoli e assoluzioni. Consentire alla mente di immaginare un altrove improbabile, tentando di farsi coraggio con la consapevolezza che la vita non è ancora alla fase del “troppo tardi”. E incidere laddove non può essere cancellato il proposito di stare sempre all’erta.

    Listening to:
    Chega de saudade – João Gilberto

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  • Presenze

    17 febbraio 2016
    Senza categoria
    febbraio 2016

    Notte. L’aria è calda come in un’avanguardia di primavera e il tempo febbrile come in una vigilia di promesse. Il buio è un grembo, che attutisce lo stridore del vivere e culla segreti inconfessabili, concedendo loro il rango di speranze. Rango che perderanno non appena la caffettiera fumante dichiarerà ufficialmente l’inizio di un nuovo giorno, per ritornare a passo di gambero in qualche angolo recondito in attesa di un’altra notte di libertà.

    Il genius loci di questa casa non è mai cambiato e la sua presenza è a tratti opprimente come un’infestazione, eppure così cara, così irrinunciabile. Nei momenti di silenzio e solitudine pare che si diverta a disseminare tracce, indizi che lentamente e con pazienza ricompongono mosaici sepolti sotto gli anni accumulati. Ed ecco che rispunta una frase, un’immagine, una canzone. E tutto sembra così pericolosamente vicino e disperatamente (o provvidenzialmente) inafferrabile.

    Mentre mi ubriaco di nostalgia per quel che era e quel che ero, le ore sull’orologio lampeggiante ritornano a una cifra e le domande crescono in scala esponenziale, ma in una traiettoria asintotica rispetto alle risposte. Il pensiero e il cuore, allora, se ne vanno a briglia sciolta verso l’unica destinazione per loro possibile, sgravati dal senso di irreparabilità che soffoca la routine quotidiana.

    Se sia più un’urgenza indomita o una fiera immaturità, una strenua coerenza o un ridicolo vaneggiamento, non ho ancora avuto il coraggio né l’intelligenza di distinguerlo.

    Listening to:
    Wound – The Smashing Pumpkins

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  • ēlĭgo, ēlĭgis, elegi, electum, ēlĭgĕre

    14 dicembre 2015
    Senza categoria

    La vita è ciò che ci accade mentre siamo impegnati a guardare da un’altra parte.

    Quello che costruiamo lo costruiamo davvero o ci inciampiamo contro? Conta più la volontà o la mancanza di volontà nel disegnare la nostra storia personale? Ciò che abbiamo oggi è frutto di una lotta o di una resa?

    Se solo avessi avuto un segno, una speranza, come sarebbe stato diverso il mio itinerario! No, è troppo facile imputare a un presunto destino quello che è interamente una mia responsabilità. Ho avuto paura del buio, ho inseguito una luce ma forse era solo un fuoco fatuo. E adesso i conti non tornano…

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  • Alla ricerca del tempo perduto

    26 novembre 2015
    Senza categoria

    La disperazione è una busta celeste, sono parole scritte in stampatello su un foglio a quadretti, un messaggio non firmato per dire “non andare via”, senza spiegare però dove rimanere. Un gesto inutile e velleitario per chi sapeva di essere così preda della paura al punto da essere poi capace di negare ogni addebito, vanificando tutto. E tuttavia è stato, perché bruciava troppo quell’urgenza e allora meglio andarsi a cercare la bella morte, come gli eroi delle epoche antiche. Se solo il coraggio fosse durato…

    Eppure non c’era da stupirsi per il precipitare rapido degli eventi: tutto nasceva sotto i peggiori presagi, a ben pensarci. A partire da quella poesia, quasi profetica e così assolutamente inadatta al momento. Nessuna celebrazione di ciò che sarebbe dovuto e potuto essere, ma già il rimpianto. Qualcosa da seppellire prima che nascesse. Un’ironia involontaria, probabilmente, che tuttavia oggi sembra spietata come una maledizione.

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  • Primarie secondarie

    6 dicembre 2013
    Senza categoria

    Adesso non contano più nulla: la legge elettorale non c’è più e non si potrà tronare alle urne in tempi brevi. Così le imminenti primarie del PD perdono quasi del tutto significato. Molti si affrettano a negarlo, ma è come mettere la testa sotto la sabbia. E, se già si temeva il flop, adesso c’è il pericolo di una vera e propria Caporetto.

    Perché la consultazione di domenica prossima, spogliata da ogni possibile ricaduta sulla tenuta del governo (blindato, almeno per un po’, dalla decisione della Consulta sul Porcellum), è diventata solo e soltanto la scelta del nuovo segretario del PD. Segretario che rischia, chiunque egli sarà, di finire logorato all’ombra delle larghe intese. Di morire in panchina, insomma.

    Tutto l’opposto di ciò che avrebbe sperato il “ggiovane” Matteo Renzi, che adesso – come nel Monopoli – potrebbe essere condannato a rimanere fermo un turno, perdendo nel frattempo il treno giusto. Nella palude del largo del Nazareno, infatti, è più facile finire sommersi che galleggiare. Anche perché, una volta a capo del partito non potrà più dire tutto e il contrario di tutto seguendo gli umori dei sondaggi e della Rete, dare un colpo al cerchio (l’elettorato di sinistra deluso dalla cecità e dalla rapacità dei vecchi capibastone, interessanti soprattutto all’autoconservazione) e uno alla botte (i delusi del centro-destra, quelli che sognano ancora la rivoluzione liberale promessa da Berlusconi nel ’94).

    Votare? Non votare? E, se si vota, meglio un voto “utile” o un voto “di protesta”? Alla fine il dilemma è sempre quello: mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?

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  • “Scusate la polvere…”

    1 novembre 2013
    Senza categoria

    Quasi due anni senza passare da qui. Un biennio intenso e caotico, di quelli in cui la vita è sempre un passo più avanti e bisogna rincorrerla. E il rischio, nella foga di inseguire, è di lasciare indietro troppe cose, di dimenticare.

    Leggere e non avere più il tempo di riflettere, né di condividere con altri le proprie impressioni. Scrivere, scrivere, scrivere, ma sempre cose non tue. Scoprire che le parole possono diventare un mestiere, nel vero senso del termine, una cosa da montare e smontare senza starci troppo a pensare, come in fabbrica. Ma scrivere sul serio, si può farlo solo senza “mandanti”: ecco perché spesso la migliore opera di un autore è la prima, quella nata solo per il proprio compiacimento, come una specie di atto autoerotico. Il grande scrittore, quello che riesce a sopravvivere al proprio esordio e creare altre opere altrettanto belle (o anche di più), non è colui che sa parlare a tutti, al di là del tempo, ma chi non smette mai di dialogare in primis con se stesso e non scrive pensando al giudizio dei propri lettori, dei critici o del proprio editore, ma tenta solo di ammansire il desiderio atroce di cavare universi da dentro di sé.

    Questa “stanza” viola è un monumento al mio solipsismo. La lascio qui per ricordarmi che c’è stato un tempo felice in cui ho scritto solo per lo straziante e morboso piacere di farlo.

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NIENTE DI ALIENO

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