Scrivo e cancello. Scrivo e cancello. Come le onde sulla sabbia del mare. Scrivo e cancello, perché la voglia non mi manca, ma la crudeltà mi fa difetto. Questo non mi rende migliore: all’occorrenza sono stata anch’io spietata e sconsiderata. Ciascuno soffre a volte, come dice la canzone, e non esiste chi non abbia mai inflitto ad altri altrettanto. Non importa se in buona o cattiva fede, il dolore elargito è in entrambi i casi dolore e il resto solo inutili giustificazioni buone per ripulirsi la coscienza. La penitenza è l’unica che può sbiancare certe macchie. Così soffoco l’urgenza dello sfogo, rinuncio e cancello e questo è uno dei miei modi per espiare.
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C’è chi scrive per cauterizzare le ferite e chi per riaprirle. Solo per sentirle ancora una volta bruciare e assicurarsi che siano ancora lì, infette come vorrebbe rimanessero per sempre. Ogni taglio è una pietra miliare: chi è bravo a trasformare lo squarcio in cicatrice, può dire di aver compiuto un percorso. Chi vede – e si compiace – il sangue che affiora ancora, è sempre inchiodato al solito posto e il resto si muove attorno a lui come lo scenario a manovella di un film anni ’30.
Che assurda perversione! Tuttavia, a volte non esiste nulla di più piacevole di scavarsi le carni con una forchetta dai rebbi ben appuntiti. Si tratta di mettersi alla prova, di testare le proprie sensazioni: se provoca ancora dolore, importa ancora; in caso contrario è solo un’altra cianfrusaglia emotiva e lo scorno nello scoprirlo rischia di essere asfissiante.
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È il passato
non è la morte
che mi fa paura
è il passato
che è più funebre e più funesto
del buio di una bara
è il passato che mi dilania
questo essere stati
senza possibilità di ripetersi
di dirgli una parola.Scegliere. Aprire una porta oppure un’altra. Trovarsi a un bivio e doversi orientare verso una delle due direzioni. L’opzione di fermarsi non è data, per lo meno non ad libitum. Sono le nostre scelte a definirci, a condannarci o esaltarci. La nostra intera esistenza, quello che alcuni chiamano destino, è frutto della nostra discrezionalità. Il caso è solo un attore appartato nel retropalco. Abbiamo tra le mani il nostro gomitolo, possiamo tesserlo a piacimento, secondo la trama che più ci aggrada. Libertà inebriante e crudele, che ci rende responsabili in toto di ogni successo e di ogni fallimento, addossandoci onori e colpe che non possiamo scrollarci di dosso, come medaglie e cicatrici appuntate sulla carne viva.
Il passato ci bracca. Perché ho fatto questo? Perché non l’ho fatto? È un gatto nascosto in un angolo buio, che ci osserva pronto a sferrare l’agguato nel momento in cui saremo più indifesi. La responsabilità ci costringe a fare i conti con quello che è stato. Niente doveva andare in un certo modo, tutto sarebbe potuto essere altrimenti. Ed era in nostro potere decidere.
[…] e tu giochi a nasconderti
non ti fai trovare,
sembriamo
due strani innamorati
ma io ti sento
qui alle mie spalle,
a volte mi sento toccare. -
Anche nelle mattine grigie in cui il vento, assente, non pungola le nuvole, che restano mollemente distese a fare da coperta al sole. O nei pomeriggi di afa, nei quali l’asfalto regala miraggi a buon mercato. O nelle notti senza luna, in cui il buio è spesso come un muro e risveglia solitudini e paure ancestrali. Anche allora il tempo passa, inarrestabile. Un’ora dura sempre sessanta minuti, un minuto sempre sessanta secondi.
L’ineluttabilità del divenire è una certezza precisa come un’incisione chirurgica fatta da mano ferma ed esperta. Una certezza disperante e consolante insieme. Nessun momento felice durerà per sempre, ma neppure il dolore è permanente. Solo il ricordo può tentare di allungarsi, di stirarsi verso il futuro, di trascendere perfino la vita del singolo e abitare altre vite.
Il ricordo partecipa dell’infinito ed è questo a farne al contempo redine e trampolino.
Listening to:
Blue in green – Miles Davis -
I miei buoni propositi sono sempre più deboli delle mie cattive abitudini.
Listening to:
Lover, you should’ve come over – Jeff Buckley -
Se parli con un quindicenne di oggi anche solo di cinque anni fa, lui ti guarda come se gli stessi raccontando di un’era lontana. Dev’essere colpa dell’attuale velocità delle comunicazioni, se i ragazzi nativi digitali vivono in un eterno presente. Per me è difficile perfino concepire che si possa farlo e non solo perché sono tenacemente attaccata ai miei ricordi e alle mie nostalgie fin da quando ero bambina, ma anche perché il passato mi è sempre servito per capire e ripartire. Non credo nella tabula rasa, nei colpi di spugna, nei ponti bruciati o tagliati, non credo soprattutto che pretendere di cancellare qualcosa possa essere un buon viatico per costruire qualcos’altro di nuovo. Ciò che è stato, per me, va ruminato, assimilato e superato, come in una sorta di dialettica interna. Così, se devo andare avanti, non posso che guardarmi indietro e contare i passi.
Da qualche tempo sfoglio le pagine di questo diario e rileggo nei commenti parole dimenticate, molte delle quali all’epoca furono fraintese. Soprattutto i pensieri senza autore, che un tempo mi turbarono, mi sembrano a volte come le frasi di un nume tutelare, di una presenza discreta, che in qualche modo vegliava su di me. Di congetture sull’identità del/dei commentatore/i segreto/i ne ho fatte molte. Quelle di allora però, a ripensarci adesso, mi sembrano così sbagliate e mi pento della ruvidezza di certe reazioni. Risposi stizzita a parole affettuose solo perché ne equivocai la fonte e oggi, benché non possa attribuirle con certezza, ne comprendo pienamente la dolcezza.
Com’ero giovane e presuntuosa! L’unica cosa bella dell’invecchiare è poter guardare gli eventi in prospettiva e, nonostante in alcune occasioni questo possa riaprire ferite, considerare con tenerezza la propria inesperienza di allora. Non altrettanto bello, invece, è accorgersi che le cose desiderate forse si erano timidamente affacciate e che per un eccesso di sfiducia ci si passò accanto senza vederle.
Listening to:
Homesick – Kings of Convenience -
Cento volte beato chi
Fa tacere il ragionamento,
Si affida al tenero suo cuore
Come l’ebbro viaggiatore
All’albergo o anche una lieve
Farfalla al fiore cui s’imbeve.
Ma infelice chi sa già tutto
E non si fa girar la testa,
Chi ogni moto e parola detesta
Nel loro reale costrutto,
Chi raggelato dall’esperienza
Proibisce al cuore ogni demenza!Evasione. Un piacere inconfessabile, proibito, ubriacante. Lontano dagli sguardi del mondo cullare sogni impossibili e attendere miracoli e assoluzioni. Consentire alla mente di immaginare un altrove improbabile, tentando di farsi coraggio con la consapevolezza che la vita non è ancora alla fase del “troppo tardi”. E incidere laddove non può essere cancellato il proposito di stare sempre all’erta.
Listening to:
Chega de saudade – João Gilberto -
Notte. L’aria è calda come in un’avanguardia di primavera e il tempo febbrile come in una vigilia di promesse. Il buio è un grembo, che attutisce lo stridore del vivere e culla segreti inconfessabili, concedendo loro il rango di speranze. Rango che perderanno non appena la caffettiera fumante dichiarerà ufficialmente l’inizio di un nuovo giorno, per ritornare a passo di gambero in qualche angolo recondito in attesa di un’altra notte di libertà.
Il genius loci di questa casa non è mai cambiato e la sua presenza è a tratti opprimente come un’infestazione, eppure così cara, così irrinunciabile. Nei momenti di silenzio e solitudine pare che si diverta a disseminare tracce, indizi che lentamente e con pazienza ricompongono mosaici sepolti sotto gli anni accumulati. Ed ecco che rispunta una frase, un’immagine, una canzone. E tutto sembra così pericolosamente vicino e disperatamente (o provvidenzialmente) inafferrabile.
Mentre mi ubriaco di nostalgia per quel che era e quel che ero, le ore sull’orologio lampeggiante ritornano a una cifra e le domande crescono in scala esponenziale, ma in una traiettoria asintotica rispetto alle risposte. Il pensiero e il cuore, allora, se ne vanno a briglia sciolta verso l’unica destinazione per loro possibile, sgravati dal senso di irreparabilità che soffoca la routine quotidiana.
Se sia più un’urgenza indomita o una fiera immaturità, una strenua coerenza o un ridicolo vaneggiamento, non ho ancora avuto il coraggio né l’intelligenza di distinguerlo.
Listening to:
Wound – The Smashing Pumpkins -
La vita è ciò che ci accade mentre siamo impegnati a guardare da un’altra parte.
Quello che costruiamo lo costruiamo davvero o ci inciampiamo contro? Conta più la volontà o la mancanza di volontà nel disegnare la nostra storia personale? Ciò che abbiamo oggi è frutto di una lotta o di una resa?
Se solo avessi avuto un segno, una speranza, come sarebbe stato diverso il mio itinerario! No, è troppo facile imputare a un presunto destino quello che è interamente una mia responsabilità. Ho avuto paura del buio, ho inseguito una luce ma forse era solo un fuoco fatuo. E adesso i conti non tornano…
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La disperazione è una busta celeste, sono parole scritte in stampatello su un foglio a quadretti, un messaggio non firmato per dire “non andare via”, senza spiegare però dove rimanere. Un gesto inutile e velleitario per chi sapeva di essere così preda della paura al punto da essere poi capace di negare ogni addebito, vanificando tutto. E tuttavia è stato, perché bruciava troppo quell’urgenza e allora meglio andarsi a cercare la bella morte, come gli eroi delle epoche antiche. Se solo il coraggio fosse durato…
Eppure non c’era da stupirsi per il precipitare rapido degli eventi: tutto nasceva sotto i peggiori presagi, a ben pensarci. A partire da quella poesia, quasi profetica e così assolutamente inadatta al momento. Nessuna celebrazione di ciò che sarebbe dovuto e potuto essere, ma già il rimpianto. Qualcosa da seppellire prima che nascesse. Un’ironia involontaria, probabilmente, che tuttavia oggi sembra spietata come una maledizione.