I miei buoni propositi sono sempre più deboli delle mie cattive abitudini.
Listening to:
Lover, you should’ve come over – Jeff Buckley
I miei buoni propositi sono sempre più deboli delle mie cattive abitudini.
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Lover, you should’ve come over – Jeff Buckley
Se parli con un quindicenne di oggi anche solo di cinque anni fa, lui ti guarda come se gli stessi raccontando di un’era lontana. Dev’essere colpa dell’attuale velocità delle comunicazioni, se i ragazzi nativi digitali vivono in un eterno presente. Per me è difficile perfino concepire che si possa farlo e non solo perché sono tenacemente attaccata ai miei ricordi e alle mie nostalgie fin da quando ero bambina, ma anche perché il passato mi è sempre servito per capire e ripartire. Non credo nella tabula rasa, nei colpi di spugna, nei ponti bruciati o tagliati, non credo soprattutto che pretendere di cancellare qualcosa possa essere un buon viatico per costruire qualcos’altro di nuovo. Ciò che è stato, per me, va ruminato, assimilato e superato, come in una sorta di dialettica interna. Così, se devo andare avanti, non posso che guardarmi indietro e contare i passi.
Da qualche tempo sfoglio le pagine di questo diario e rileggo nei commenti parole dimenticate, molte delle quali all’epoca furono fraintese. Soprattutto i pensieri senza autore, che un tempo mi turbarono, mi sembrano a volte come le frasi di un nume tutelare, di una presenza discreta, che in qualche modo vegliava su di me. Di congetture sull’identità del/dei commentatore/i segreto/i ne ho fatte molte. Quelle di allora però, a ripensarci adesso, mi sembrano così sbagliate e mi pento della ruvidezza di certe reazioni. Risposi stizzita a parole affettuose solo perché ne equivocai la fonte e oggi, benché non possa attribuirle con certezza, ne comprendo pienamente la dolcezza.
Com’ero giovane e presuntuosa! L’unica cosa bella dell’invecchiare è poter guardare gli eventi in prospettiva e, nonostante in alcune occasioni questo possa riaprire ferite, considerare con tenerezza la propria inesperienza di allora. Non altrettanto bello, invece, è accorgersi che le cose desiderate forse si erano timidamente affacciate e che per un eccesso di sfiducia ci si passò accanto senza vederle.
Listening to:
Homesick – Kings of Convenience
Cento volte beato chi
Fa tacere il ragionamento,
Si affida al tenero suo cuore
Come l’ebbro viaggiatore
All’albergo o anche una lieve
Farfalla al fiore cui s’imbeve.
Ma infelice chi sa già tutto
E non si fa girar la testa,
Chi ogni moto e parola detesta
Nel loro reale costrutto,
Chi raggelato dall’esperienza
Proibisce al cuore ogni demenza!
Evasione. Un piacere inconfessabile, proibito, ubriacante. Lontano dagli sguardi del mondo cullare sogni impossibili e attendere miracoli e assoluzioni. Consentire alla mente di immaginare un altrove improbabile, tentando di farsi coraggio con la consapevolezza che la vita non è ancora alla fase del “troppo tardi”. E incidere laddove non può essere cancellato il proposito di stare sempre all’erta.
Listening to:
Chega de saudade – João Gilberto
Notte. L’aria è calda come in un’avanguardia di primavera e il tempo febbrile come in una vigilia di promesse. Il buio è un grembo, che attutisce lo stridore del vivere e culla segreti inconfessabili, concedendo loro il rango di speranze. Rango che perderanno non appena la caffettiera fumante dichiarerà ufficialmente l’inizio di un nuovo giorno, per ritornare a passo di gambero in qualche angolo recondito in attesa di un’altra notte di libertà.
Il genius loci di questa casa non è mai cambiato e la sua presenza è a tratti opprimente come un’infestazione, eppure così cara, così irrinunciabile. Nei momenti di silenzio e solitudine pare che si diverta a disseminare tracce, indizi che lentamente e con pazienza ricompongono mosaici sepolti sotto gli anni accumulati. Ed ecco che rispunta una frase, un’immagine, una canzone. E tutto sembra così pericolosamente vicino e disperatamente (o provvidenzialmente) inafferrabile.
Mentre mi ubriaco di nostalgia per quel che era e quel che ero, le ore sull’orologio lampeggiante ritornano a una cifra e le domande crescono in scala esponenziale, ma in una traiettoria asintotica rispetto alle risposte. Il pensiero e il cuore, allora, se ne vanno a briglia sciolta verso l’unica destinazione per loro possibile, sgravati dal senso di irreparabilità che soffoca la routine quotidiana.
Se sia più un’urgenza indomita o una fiera immaturità, una strenua coerenza o un ridicolo vaneggiamento, non ho ancora avuto il coraggio né l’intelligenza di distinguerlo.
Listening to:
Wound – The Smashing Pumpkins
La vita è ciò che ci accade mentre siamo impegnati a guardare da un’altra parte.
Quello che costruiamo lo costruiamo davvero o ci inciampiamo contro? Conta più la volontà o la mancanza di volontà nel disegnare la nostra storia personale? Ciò che abbiamo oggi è frutto di una lotta o di una resa?
Se solo avessi avuto un segno, una speranza, come sarebbe stato diverso il mio itinerario! No, è troppo facile imputare a un presunto destino quello che è interamente una mia responsabilità. Ho avuto paura del buio, ho inseguito una luce ma forse era solo un fuoco fatuo. E adesso i conti non tornano…
La disperazione è una busta celeste, sono parole scritte in stampatello su un foglio a quadretti, un messaggio non firmato per dire “non andare via”, senza spiegare però dove rimanere. Un gesto inutile e velleitario per chi sapeva di essere così preda della paura al punto da essere poi capace di negare ogni addebito, vanificando tutto. E tuttavia è stato, perché bruciava troppo quell’urgenza e allora meglio andarsi a cercare la bella morte, come gli eroi delle epoche antiche. Se solo il coraggio fosse durato…
Eppure non c’era da stupirsi per il precipitare rapido degli eventi: tutto nasceva sotto i peggiori presagi, a ben pensarci. A partire da quella poesia, quasi profetica e così assolutamente inadatta al momento. Nessuna celebrazione di ciò che sarebbe dovuto e potuto essere, ma già il rimpianto. Qualcosa da seppellire prima che nascesse. Un’ironia involontaria, probabilmente, che tuttavia oggi sembra spietata come una maledizione.
Adesso non contano più nulla: la legge elettorale non c’è più e non si potrà tronare alle urne in tempi brevi. Così le imminenti primarie del PD perdono quasi del tutto significato. Molti si affrettano a negarlo, ma è come mettere la testa sotto la sabbia. E, se già si temeva il flop, adesso c’è il pericolo di una vera e propria Caporetto.
Perché la consultazione di domenica prossima, spogliata da ogni possibile ricaduta sulla tenuta del governo (blindato, almeno per un po’, dalla decisione della Consulta sul Porcellum), è diventata solo e soltanto la scelta del nuovo segretario del PD. Segretario che rischia, chiunque egli sarà, di finire logorato all’ombra delle larghe intese. Di morire in panchina, insomma.
Tutto l’opposto di ciò che avrebbe sperato il “ggiovane” Matteo Renzi, che adesso – come nel Monopoli – potrebbe essere condannato a rimanere fermo un turno, perdendo nel frattempo il treno giusto. Nella palude del largo del Nazareno, infatti, è più facile finire sommersi che galleggiare. Anche perché, una volta a capo del partito non potrà più dire tutto e il contrario di tutto seguendo gli umori dei sondaggi e della Rete, dare un colpo al cerchio (l’elettorato di sinistra deluso dalla cecità e dalla rapacità dei vecchi capibastone, interessanti soprattutto all’autoconservazione) e uno alla botte (i delusi del centro-destra, quelli che sognano ancora la rivoluzione liberale promessa da Berlusconi nel ’94).
Votare? Non votare? E, se si vota, meglio un voto “utile” o un voto “di protesta”? Alla fine il dilemma è sempre quello: mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?
Quasi due anni senza passare da qui. Un biennio intenso e caotico, di quelli in cui la vita è sempre un passo più avanti e bisogna rincorrerla. E il rischio, nella foga di inseguire, è di lasciare indietro troppe cose, di dimenticare.
Leggere e non avere più il tempo di riflettere, né di condividere con altri le proprie impressioni. Scrivere, scrivere, scrivere, ma sempre cose non tue. Scoprire che le parole possono diventare un mestiere, nel vero senso del termine, una cosa da montare e smontare senza starci troppo a pensare, come in fabbrica. Ma scrivere sul serio, si può farlo solo senza “mandanti”: ecco perché spesso la migliore opera di un autore è la prima, quella nata solo per il proprio compiacimento, come una specie di atto autoerotico. Il grande scrittore, quello che riesce a sopravvivere al proprio esordio e creare altre opere altrettanto belle (o anche di più), non è colui che sa parlare a tutti, al di là del tempo, ma chi non smette mai di dialogare in primis con se stesso e non scrive pensando al giudizio dei propri lettori, dei critici o del proprio editore, ma tenta solo di ammansire il desiderio atroce di cavare universi da dentro di sé.
Questa “stanza” viola è un monumento al mio solipsismo. La lascio qui per ricordarmi che c’è stato un tempo felice in cui ho scritto solo per lo straziante e morboso piacere di farlo.
La presenza. Il pensiero. Eppure resta sempre qualcosa che manca all’appello, qualcosa che ogni giorno desidero e che non riesco più a trovare. Qualcosa che mi viene promesso e raccontato e tuttavia, da qualche tempo, non mi viene più elargito, chissà perché.
E io mi sento di nuovo così terribilmente, terribilmente, triste e inadeguata, come una talea che marcisce nell’acqua di un bicchiere.
L’autunno sempre tanto atteso e tanto amato, quest’anno si preannuncia buio, vuoto e pesante.
Qualcuno gioca con le vite altrui, come se si trastullasse oziosamente con The Sims, incurante dei danni, dei dolori, delle delusioni che ciò può arrecare, come se gli altri non avessero diritto nemmeno al poco che hanno sempre avuto e al niente che hanno preteso.
Il futuro semplicemente non pare possibile, adesso che anche l’ultima moneta di speranza è andata sprecata e il borsellino mostra mestamente il suo fondo deserto. Bisognerebbe ricostruire e non ci sono fondamenta, c’è solo sabbia, sabbia a perdita d’occhio, tanta da soffocare qualsiasi buona intenzione o proposito, tanta da sommergere ogni sforzo, tanta da vanificare ogni desiderio, ogni notte insonne, ogni mal di testa. Ci sono solo rosari da sgranare, più con rassegnazione che con fiducia, solo per non lasciarsi andare del tutto, solo per non mettersi in un angolo con la testa tra le ginocchia a piangere le lacrime che non si hanno più, finché venga la fine di tutto a portare via gli affanni. Ma da questo punto non si può nemmeno invocare la fine; bisogna andare avanti, come una condanna, in vista di non si sa che e non si sa quando, mentre la giovinezza sfugge e lascia macerie, promesse mancate e amori sempre acerbi.