• Primarie secondarie

    6 dicembre 2013
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    Adesso non contano più nulla: la legge elettorale non c’è più e non si potrà tronare alle urne in tempi brevi. Così le imminenti primarie del PD perdono quasi del tutto significato. Molti si affrettano a negarlo, ma è come mettere la testa sotto la sabbia. E, se già si temeva il flop, adesso c’è il pericolo di una vera e propria Caporetto.

    Perché la consultazione di domenica prossima, spogliata da ogni possibile ricaduta sulla tenuta del governo (blindato, almeno per un po’, dalla decisione della Consulta sul Porcellum), è diventata solo e soltanto la scelta del nuovo segretario del PD. Segretario che rischia, chiunque egli sarà, di finire logorato all’ombra delle larghe intese. Di morire in panchina, insomma.

    Tutto l’opposto di ciò che avrebbe sperato il “ggiovane” Matteo Renzi, che adesso – come nel Monopoli – potrebbe essere condannato a rimanere fermo un turno, perdendo nel frattempo il treno giusto. Nella palude del largo del Nazareno, infatti, è più facile finire sommersi che galleggiare. Anche perché, una volta a capo del partito non potrà più dire tutto e il contrario di tutto seguendo gli umori dei sondaggi e della Rete, dare un colpo al cerchio (l’elettorato di sinistra deluso dalla cecità e dalla rapacità dei vecchi capibastone, interessanti soprattutto all’autoconservazione) e uno alla botte (i delusi del centro-destra, quelli che sognano ancora la rivoluzione liberale promessa da Berlusconi nel ’94).

    Votare? Non votare? E, se si vota, meglio un voto “utile” o un voto “di protesta”? Alla fine il dilemma è sempre quello: mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?

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  • “Scusate la polvere…”

    1 novembre 2013
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    Quasi due anni senza passare da qui. Un biennio intenso e caotico, di quelli in cui la vita è sempre un passo più avanti e bisogna rincorrerla. E il rischio, nella foga di inseguire, è di lasciare indietro troppe cose, di dimenticare.

    Leggere e non avere più il tempo di riflettere, né di condividere con altri le proprie impressioni. Scrivere, scrivere, scrivere, ma sempre cose non tue. Scoprire che le parole possono diventare un mestiere, nel vero senso del termine, una cosa da montare e smontare senza starci troppo a pensare, come in fabbrica. Ma scrivere sul serio, si può farlo solo senza “mandanti”: ecco perché spesso la migliore opera di un autore è la prima, quella nata solo per il proprio compiacimento, come una specie di atto autoerotico. Il grande scrittore, quello che riesce a sopravvivere al proprio esordio e creare altre opere altrettanto belle (o anche di più), non è colui che sa parlare a tutti, al di là del tempo, ma chi non smette mai di dialogare in primis con se stesso e non scrive pensando al giudizio dei propri lettori, dei critici o del proprio editore, ma tenta solo di ammansire il desiderio atroce di cavare universi da dentro di sé.

    Questa “stanza” viola è un monumento al mio solipsismo. La lascio qui per ricordarmi che c’è stato un tempo felice in cui ho scritto solo per lo straziante e morboso piacere di farlo.

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  • 16 gennaio 2012
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    La presenza. Il pensiero. Eppure resta sempre qualcosa che manca all’appello, qualcosa che ogni giorno desidero e che non riesco più a trovare. Qualcosa che mi viene promesso e raccontato e tuttavia, da qualche tempo, non mi viene più elargito, chissà perché.

    E io mi sento di nuovo così terribilmente, terribilmente, triste e inadeguata, come una talea che marcisce nell’acqua di un bicchiere.

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  • La banalità del male

    28 settembre 2011
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    L’autunno sempre tanto atteso e tanto amato, quest’anno si preannuncia buio, vuoto e pesante.

    Qualcuno gioca con le vite altrui, come se si trastullasse oziosamente con The Sims, incurante dei danni, dei dolori, delle delusioni che ciò può arrecare, come se gli altri non avessero diritto nemmeno al poco che hanno sempre avuto e al niente che hanno preteso.

    Il futuro semplicemente non pare possibile, adesso che anche l’ultima moneta di speranza è andata sprecata e il borsellino mostra mestamente il suo fondo deserto. Bisognerebbe ricostruire e non ci sono fondamenta, c’è solo sabbia, sabbia a perdita d’occhio, tanta da soffocare qualsiasi buona intenzione o proposito, tanta da sommergere ogni sforzo, tanta da vanificare ogni desiderio, ogni notte insonne, ogni mal di testa. Ci sono solo rosari da sgranare, più con rassegnazione che con fiducia, solo per non lasciarsi andare del tutto, solo per non mettersi in un angolo con la testa tra le ginocchia a piangere le lacrime che non si hanno più, finché venga la fine di tutto a portare via gli affanni. Ma da questo punto non si può nemmeno invocare la fine; bisogna andare avanti, come una condanna, in vista di non si sa che e non si sa quando, mentre la giovinezza sfugge e lascia macerie, promesse mancate e amori sempre acerbi.

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  • Quello che non ho, magari non l’avrò

    4 agosto 2011
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    Caldo. Sembra una malattia. Io non dormo e non veglio, come in uno stato febbrile. La vita pare a un punto nel quale qualunque sia il responso dei dadi, sarà per il peggio.

    È il solito gioco di lenti prismatiche: una cosa sembra vicina, tanto da poterla afferrare, ma le dita vanno a vuoto e il domani torna, dopo molto tempo, ad essere una spada di Damocle.

    Listening to:
    L’uomo che guarda le stelle – Pino Marino

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  • “Come un rumore sospeso che non esplode”

    14 aprile 2011
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    Un pomeriggio di sole, di quando in quando interrotto da nuvole simili a enormi batuffoli di zucchero filato e da un venticello fastidioso. Un’impazienza che cova e monta e schiuma e quasi tracima dai bordi, ché a quelli come me il qui ed ora non basta: noi vogliamo il futuro, noi vogliamo un destino. Noi, soprattutto, vorremmo scoprire quale sia. Perché sentiamo di avere una specie di folletto dispettoso che ci balla in grembo e non ci dà tregua e vorremmo finalmente poterlo partorire per vedere che aspetto abbia, per sapere cos’è questa cosa sfuggente che ci anima e si nega, che ci dà ogni tanto la scossa in certi giorni pigri e poi resta ineffabile, inafferrabile, eppure con la sua inquietudine ci rende sempre perfettamente consapevoli della sua presenza. Sarà questa potenza inespressa che non ci fa dormire, sarà questo falso movimento.

    Listening to:
    Goccia – Cristina Donà

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  • Maturità

    1 aprile 2011
    Senza categoria

    Invecchiare e scoprirsi improvvisamente nostalgici. Aspettarsi che l’alito della primavera abbia sempre la stessa temperatura e lo stesso odore, che la luce trafigga le strade da angolazioni invariate negli anni, che la solita brezza leggera rinfreschi le serate quel tanto che basta a sentirsi lievi e spensierati prima dell’assalto asfissiante della calura estiva. Scoprire che niente è più uguale: non c’è abitudine che sia sopravvissuta, tutte cadute insieme agli ultimi brandelli di adolescenza che, fino a ieri ancora tenacemente attaccati, hanno improvvisamente mollato la presa. Guardare la nuova stagione con aspettative del tutto diverse e una voglia soffocata che qualcosa permanga, che non tutto cambi, perché non si è ancora pronti – o forse rassegnati – a dirsi addio.

    Listening to:
    Falso allarme – Pino Marino

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  • Languore

    29 marzo 2011
    Senza categoria

    Guardo passare i grandi barbari bianchi, che arrivano sempre un istante prima di me. Compongo acrostici indolenti come colui che sa di essere presente e remoto – ancora qui e già terribilmente superato – e in qualche modo dovrà pur riempire il proprio tempo: tanto vale che sia in bellezza ed inutilità. Non produco, non consumo, contemplo e mi lascio sconfiggere dalla noia, dalla storia.

    Listening to:
    Segnali di vita – Franco Battiato

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  • Prove tecniche di trasmissione

    21 marzo 2011
    Senza categoria

    Ritorno in punta di piedi, furtiva come un gatto, colpevole. Da troppo tempo ho abbandonato questa “stanza” viola, illudendomi di non averne più bisogno, tornando solo di tanto in tanto a fare qualche capatina, quando la nostalgia si fa troppo pungente o per necessità impellenti. Ho smesso di scrivere, di annotare, di commentare e trasfigurare gli eventi della mia vita e a volte mi pare di aver perduto qualcosa, di essermi allontanata da me stessa, come se nelle file di formiche nere che si mettevano una dietro l’altra sullo schermo fosse risieduta la mia autenticità. Ci sono sensazioni fugaci che non possono essere condivise a voce, a meno di non essere disposti a sentirsi molto stupidi, e domande che bisogna fare solo perché cadano nel vuoto di uno spazio virtuale. Ci sono frasi che non so dire, rovelli che non so mettere a tacere e pressioni che hanno bisogno di sfiatare, sebbene non ci siano mai il luogo e il tempo adatti per lasciare che si esauriscano con un bel fischio e una nuvola di vapore. E ci sono giorni che passano lasciando un alone pesante, poca voglia di andare a dormire e la curiosità di riprovare a fare quello che una volta veniva tanto naturale e che servirebbe ancora, Dio solo sa quanto.

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  • Lo Fatal

    15 marzo 2011
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    Dichoso el árbol, que es apenas sensitivo,
    y más la piedra dura porque esa ya no siente,
    pues no hay dolor más grande que el dolor de ser vivo,
    ni mayor pesadumbre que la vida consciente.

    Ser y no saber nada, y ser sin rumbo cierto,
    y el temor de haber sido y un futuro terror…
    Y el espanto seguro de estar mañana muerto,
    y sufrir por la vida y por la sombra y por

    lo que no conocemos y apenas sospechamos,
    y la carne que tienta con sus frescos racimos,
    y la tumba que aguarda con sus fúnebres ramos,

    ¡y no saber adónde vamos,
    ni de dónde venimos!…

     

    Rubén Darío, Cantos de vida y esperanza

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