Listening to:
Hands away – Interpol
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I’m puzzled and kinda scared…4 commenti su Please, tell me what's wrong with me!
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“Your hand on his arm
Haystack charm around your neck
Strung out and thin
Calling some friend, trying to cash some check
He’s acting dumb
That’s what you’ve come to expect
Needle in the hay
Needle in the hay
Needle in the hay
Needle in the hay
He’s wearing your clothes
Head down to toes, a reaction to you
You say you know what he did
But you idiot kid, you don’t have a clue
Sometimes they just get caught in the eye, you’re pulling him through
Needle in the hay
Needle in the hay
Needle in the hay
Needle in the hay
Now on the bus
Nearly touching this dirty retreat
Falling out 6th and powell, a dead sweat in my teeth
Gonna walk walk walk
Four more blocks, plus the one in my brain
Down downstairs to the man, he’s gonna make it all okay
I can’t beat myself
I can’t beat myself
And I don’t want to talk
I’m taking the cure
So I can be quiet wherever I want
So leave me alone
You ought to be proud that I’m getting good marks
Needle in the hay
Needle in the hay
Needle in the hay
Needle in the hay”
(Elliott Smith)Sono ossessionata da questo pezzo che fa da sottofondo alla scena de I Tenenbaum nella quale Richie (n.d.a.,il mio personaggio preferito tra quelli del film; anche se – specialmente da quando mi sono tagliata i capelli – assomiglio molto a Margot, se si esclude il fatto che non sono bionda, non fumo e ho tutte e dieci le dita) tenta il suicidio. Credo di averla ascoltata almeno mille volte nell’ultima settimana. In qualche modo, non so bene perché, mi pare ci sia qualcosa che parla di me stessa…
Listening to:
Needle in the hay – Elliott Smith…ovviamente!
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L’idea che ho del mondo, l’idea che ho di me, ciò che mi dispiace e quello che mi ravviva. Tutto è fluido e mutevole, eracliteo, proteiforme, problematico e sfuggente. Fatico ad afferrare il senso e quando mi pare di riuscirci, si tratta solo di una ragione già stantia, già inutile. Come una fotografia. Eppure, il più delle volte, per essere partecipe del presente nell’istante in cui accade, basterebbe aver il coraggio di fare e farsi qualche domanda, invece che tacere o aspettare confidando nel futuro, che è spietato e non perdona la speranza sterile ed immobile di chi siede in un angolo attendendo che il meglio venga da sé. Ma il meglio è un premio ambito, la corsa è feroce e senza meriti raramente si riesce ad accostarvisi. E ai piedi del podio, con in mano la medaglia di legno, diventa del tutto inutile fare domande e, per una crudele nemesi, è proprio allora che le si ha tutte pronte e formulate, sulla punta della lingua.
Listening to:
About Today – The National -
There's a certain Slant of light,
Winter Afternoons --
That oppresses, like the Heft
Of Cathedral Tunes --
Heavenly Hurt, it gives us --
We can find no scar,
But internal difference,
Where the Meanings, are --
None may teach it -- Any --
'Tis the Seal Despair --
An imperial affliction
Sent us of the Air --
When it comes, the Landscape listens --
Shadows -- hold their breath --
When it goes, 'tis like the Distance
On the look of Death --
(Emily Dickinson)Il cielo oggi è un cristallo azzurro pallido, solcato da aerei che volano verso Est sopra i comignoli fumanti. Il sole è rotondo, ma sbiadito e la luce biancastra, lattiginosa. Il pomeriggio cala sornione, molle e languido, decadente. Amo il pomeriggio e il suo non essere inizio, né fine, ma solo un ibrido breve tra luce piena e buio pesto. E il fatto che, con la sua atmosfera sospesa, può sembrare interminabile oppure brevissimo.
Il pomeriggio sembra sempre il momento più propizio per quei moti convettivi che riportano in superficie bolle di ricordi e pensieri, che dal fondo tornano a galla per sfiatare. Sarà per quel taglio obliquo della luce, o per l’angolo particolare delle ombre. E il pomeriggio ha spesso un retrogusto strano, fatto di tutti i pomeriggi che si sono accumulati l’uno sull’altro e dei quali ormai ho perso il conto. Montagne di ore inutili, di libri ammonticchiati sul tavolo e di parole e formule che in gran parte si sono perdute in qualche angolo recondito; ore di cruciverba e radio in sottofondo, di pennichelle, di romanzi che sembravano sfogliarsi da soli, di pagine su pagine vergate con tratto disordinato e nervoso e frasi stucchevoli, di cd smagnetizzati per il troppo ascoltarli, di canzoni più o meno stonate e fuori tempo; ore di occhi rossi e guance paonazze, nelle quali ho pianto molto e riso poco, nascosta e protetta dalla porta chiusa della mia camera. E le volte nelle quali mi sono sentita perduta, e quelle in cui ho creduto di ritrovarmi, e le rare occasioni nelle quali ho preso delle vere decisioni: è stato sempre di pomeriggio. La sera e la notte successive mi sarebbero servite per pentirmi, per avere paura, per lasciarmi piluccare dai rimorsi. Non ho mai creduto che la notte portasse consiglio. Non sono mai stata tra gli eletti ai quali essa ha fatto delle rivelazioni, forse per difetto di sensibilità. Ho sempre fatto e disfatto tutto tra le tre e le otto.Listening to:
Faded from the winter – Iron & Wine -
“Le cose che ti cambiano
tornano e tagliano
come le lame più affilate delle spade
bucano e non sbagliano…”Il metronomo ubriaco degli anni che passano. Pause lunghe e pause brevissime si alternano. Nuovi assalti e momenti di quiescenza. Sempre nel frangente meno adatto, ché i ricordi non conoscono cosa sia l’opportunità. E scavano il petto come un’immensa, famelica forchetta.
Il muro bianco che mi osserva mi rende ancora più pallida, per riflesso e per soggezione. Sembra uno specchio. Questa stanza è soffocante. Amplifica a dismisura l’eco del vuoto. Mi siedo e osservo la desolazione e percepisco cose che so già, alle quali, però, mi pare impossibile arrendersi e, tuttavia, sarebbe sacrilego rinnegarle. E rimango in silenzio…
“Per sentire il silenzio degli anni che ho scelto di vivere…”Listening to:
La distanza (Tiromancino) & Se potessi incontrarti ancora (Riccardo Sinigallia) -
E’ difficile, impossibile, smettere di appartenere a delle idee, quando farlo significherebbe smettere di appartenere a noi stessi. Quando queste idee sono talmente ancorate sotto la pelle da non riuscire più a distinguere cosa sia parte del nostro corpo e cosa no, quando diventano fisiologiche e anche solo immaginare di respirare ancora dopo averle estirpate suona come la più criminale delle bestemmie.
Se mi osservo dall’esterno mi sembra di vedere un’invasata, mentre mi ascolto ripetere che spesso non riconosco i miei esatti confini corporei: come faccio a non capire, a non percepire che la punta delle dita è il limite ultimo di ciò che sono? E non è un’allucinazione panica: non credo di essere omogeneizzata nel tutto. Neppure lo desidererei. Ma a volte sento che c’è qualcosa di me che cammina su altre gambe, guarda con altri occhi, sorride con una smorfia diversa. E’ qualcosa che mi appartiene e a cui appartengo. E non è mio. Non sono io. Eppure, eppure, sì, lo sono, è mio, deve esserlo, e mi sento mutilata perché non riesco ad inglobarlo nel mio stesso corpo. L’impossibilità di questa introiezione dell’oggetto anelato, mi inchioda senza pietà ad una stasi nevrotica, in cui passato e futuro sono solo appendici identiche ad un presente piatto e atemporale. Che io riseca a scrivere di ciò è perfettamente inutile.Listening to:
Hit the switch – Bright Eyes -
Un giorno ci sveglieremo nel posto sbagliato senza che ci sia un modo facile per uscirne. Non sarà più tempo di aver coraggio, ci dovremo armare di sopportazione e di qualche anestetico che ci faccia perdere di vista quanto angusto sia lo spazio buio nella nostra scatola. E se andrà bene, l’anestetico farà il suo dovere e solo di tanto in tanto guarderemo il coperchio della scatola sospirando, ricordando cosa c’era fuori dalle quattro pareti di cartone prima che ci rinchiudessimo in esse. Ma se andrà male, la dose di oblio non sarà mai sufficiente e cercheremo vanamente di arrampicarci e ci spelleremo le mani, ci strapperemo le unghie, strepiteremo, sbatteremo i pugni, scalceremo…ma niente avrà effetto: le pareti saranno sempre troppo alte, crudelmente impenetrabili e insonorizzate.
E appena dieci anni fa chi l’avrebbe mai detto che potessimo finire così? Quando il destino sembrava trapuntato di promesse che pareva fin troppo ovvio fossero destinate a noi, e forse lo erano, ma ad un certo punto abbiamo sbagliato a credere che se ne stessero per sempre lì, ferme ad aspettarci, e ci hanno voltato le spalle. Perché noi esseri umani appassiamo molto più in fretta dei fiori e i nostri talenti non sono per sempre e ragazzi dotati spesso diventano adulti mediocri. I sogni, allora, diventano materia buona solo per foderare i cassetti.
Sì, lo vedi che ci siamo perduti?Listening to:
Upward over the mountain – Iron & Wine -
Doveva arrivare Bankitalia a dire quello che da anni tutti sospettiamo: il reddito dei lavoratori dipendenti non è cresciuto affatto tra il 2000 e il 2006, mentre quello dei lavoratori autonomi ha subito un incremento del 13, 1% in termini reali. Inoltre, il 45% della ricchezza del Paese è detenuto da un misero 10% di famiglie. In sostanza, i lavoratori autonomi stanno succhiando il sangue a quelli dipendenti, aumentando sempre più le loro parcelle in modo tale da accrescere comunque i loro profitti nonostante l’inflazione. E una sparuta minoranza detiene quasi la metà del patrimonio del Paese, lasciando al restante 90% degli italiani solo le briciole. Insomma, come recita il famoso proverbio siciliano: a li ricchi ricchizzi, a li scarsi scarsizzi (trad. ai ricchi ricchezza, ai poveri povertà).
E credete che sia Berlusconi l’uomo giusto per mettere fine a tutto questo? Lui che di quel 10% è il “re” incontrastato?
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MEGLIO UN GIORNO DA PRODI CHE CENTO DA BERLUSCONI!!!
P.S. Per una volta mi concedo il lusso di scrivere due post nello stesso giorno
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Mi dispiace. Per la prima volta cade un governo per il quale avevo votato e l’avevo fatto con grandissima speranza e convinzione. Ammetto di aver avuto più di qualche delusione da esso, ma l’alternativa è ben più tragica. E l’alternativa tornerà presto, bisogna solo capire quanto si dovrà aspettare. Questa volta sarà condita in salsa dianian-mastelliana, figliol prodighi che tornano finalmente a casa. Forse già dopo Pasqua torneremo nel nostro medioevo italico, dominato dalla filosofia del populismo berlusconiano e del suo “più panem (solo a parole) et circenses (nei fatti) per tutti”. Con la gente che si farà abbindolare dalle autoreggenti della Brembilla e dalla promessa di sgravi fiscali che, se ci saranno si dovranno ascrivere all’ottima gestione dei conti pubblici promossa precedentemente da Padoa Schioppa, ma se saranno protratti nel tempo non faranno altro che, mentre lucidano l’immagine che il popolo ha del suo soft-dittatore, rimpolpare cospicuamente il debito pubblico. E questa volta l’Europa non ci perdonerà: saremo multati, richiamati e forse ci daranno definitivamente un calcio in culo. E ce lo meritiamo, perché siamo un Paese nel quale la gente, anziché disprezzare il fraudolento fruttivendolo sotto casa che il giorno prima vendeva le zucchine a 2000 lire e quello dopo a 2 euro, ripete la cantilena che le ha insegnato il suo “padrone”: è colpa dell’euro. Come se una moneta avesse volontà propria e le banconote si fossero date appuntamento nottetempo per correggere al rialzo i prezzi con un pennarello…
Del resto, non c’è speranza che non vinca. Se si va al voto, oggi come oggi la maggioranza degli elettori è composta da cerebrolesi indotti, che passano la vita a guadare le reti mediaset e a rimbambirsi di conseguenza. In più, i diciotto-ventenni attuali sono stati praticamente allevati dal modello berlusconiano diffuso tramite le sue Tv, davanti alle quali genitori assenti, oberati di lavoro e distratti, li piazzavano per diverse ore al giorno, riuscendo in questo modo a risparmiare un po’ sulla baby-sitter. Così questi giovani sono stati convinti ad abdicare alla propria intelligenza ed inseguire sogni di plastica, come diventare una velina o partecipare al Grande Fratello, squalificandosi di fatto, più o meno volontariamente, al rango di subumani. Tutti questi ragazzi non si rendono conto che Berlusconi li ha privati della cosa più preziosa: l’ambizione. Ma non l’ambizione rapace, quella alla Ricucci o alla Briatore, veri e propri santi nel pantheon del Cavaliere. Il modello berlusconiano ha castrato le coscienze, eliminando alla radice il pericolo che si verifichi un attrito tra le classi sociali. Nessuno oggi ritiene che sia ingiusto che un dirigente guadagni mille volte più di un operaio. Nessuno oggi scenderebbe in piazza, come hanno fatto i giovani francesi, per protestare fermamente contro la precarietà nel lavoro. Berlusconi ha assopito le menti e si è messo al riparo da ogni possibilità di conflitto sociale. La gente è stata addomesticata ad accettare tutto passivamente come se non fosse possibile porre rimedio ad alcunché. Il qualunquismo e l’antipolitica dilagano. E questo fa comodo a Berlusconi non solo come Presidente del Consiglio, ma soprattutto come imprenditore ed esponente della classe egemone. Perché così né lui né i suoi eredi dovranno mai temere di essere messi in discussione da un popolo scontento e determinato a mettere fine ad una inaccettabile sperequazione sociale.
Torneremo presto ad avere un’informazione imbrigliata e di parte, a vedere ai telegiornali una realtà fasulla confezionata apposta per rimbecillirci. Ad essere lo zimbello di tutte le nazioni democratiche ed anche di qualcuna che non lo è.
Questa dittatura serpeggiante è il peggio che possa riaccadere all’Italia. Al mio Paese, che amo anche se spesso non me ne dà motivo. Ed è triste constatare che adesso per insediare un “dittatore” non serva più la forza, ma basti andare alle urne. E questa volta sarà un vero plebiscito.