• "Due note e il ritornello era già nella pelle…"

    12 gennaio 2008
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    Grazie a Dio esiste il jazz per rimescolare tutti gli umori. Ogni tasto percosso, ogni corda di violoncello pizzicata, ogni soffio d’aria nel sassofono, imprimono una rotazione che emulsiona tristezze e buonumore. E alla fine si è diversi. Con un leggero aroma aspro di fumo di locale tra i capelli e il cuore che ha preso un ritmo sincopato e i piedi che non riesco a stare fermi.
    Il jazz è sempre malinconico, ma di quella malinconia dolce, quella degli amori perduti e ricordati quando la ferita ha smesso di suppurare e non è più il tempo di recriminazioni e rimorsi.
    Il jazz è come quella giacca un po’ lisa e sformata, che si è modellata addosso a noi e alla quale siamo tanto affezionati da non privarcene, benché nell’armadio ce ne siano altre più nuove ed eleganti. Ma ci piace il suo taglio, che ci cade a pennello, e apprezziamo il fatto che il tessuto abbia ceduto un po’ all’altezza delle spalle e ci permetta di incrociare le braccia senza avvertire alcun senso di costrizione. Rassicurante.

    Listening to:
    Boogie – Paolo Conte

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  • Patologia dell'inettitudine

    11 gennaio 2008
    Senza categoria
    Ho bevuto l’ultimo gelido sorso di una tazza di tè dimenticata sulla scrivania, perfetta allegoria del mio iniziare un milione di cose e del mio dimenticarmene e ricordarmene sempre fuori tempo massimo. Il mio metronomo è difettoso e galoppa allegro quando dovrebbe muoversi adagio, e viceversa. Ma non stono: sono solo fastidiosamente indietro, o inspiegabilmente in anticipo. Non trovo grandiosità neppure nel fallimento. Se solo avessi meno immaginazione, mi rassegnerei alla consapevolezza della mia povertà di mezzi, ma un’infantile illusione – più che la vanagloria – mi impedisce di smettere di attardarmi in speranze manifestamente vane. E se avessi un briciolo di volontà, la si potrebbe chiamare ambizione: parola minacciosa che infastidisce per quella rapacità soggiacente che la connota, eppure, osservata da un’altra prospettiva è anche una parola nobile, che merita la più alta deferenza perché implica uno sforzo positivo da parte del soggetto per modificare la realtà. Invece, l’inerzia trasforma tutto in ridicola velleità.

    Listening to:
    Trouble – Ray LaMontagne

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  • Rifiuti

    4 gennaio 2008
    Senza categoria

    L’emergenza rifiuti in Campania sta assumendo proporzioni sempre più spaventose e vari giornalisti-guru ostentando distaccata saggezza invocano i termovalorizzatori come soluzione; del resto, se hanno risolto la situazione in Lombardia e Veneto (addirittura, scrive oggi uno di essi, ve n’è uno a poca distanza da Piazza San Marco con emissioni minime), perché non adottarli anche in Campania? Che importa se la gente protesta! L’inceneritore è un baluardo del progresso.
    Ammetto la mia quasi totale ignoranza sull’argomento, eppure, anche alla luce di
    quanto letto circa un mese fa, non me la sento di unirmi al gregge degli snob che puntano il dito contro la gente: la gente che fa picchetto davanti ai siti di discariche potenziali o già attive, la gente che manifesta contro gli inceneritori, la gente che non prende sul serio la raccolta differenziata. C’è chi propone polemicamente di incarcerare chiunque si erga a capopopolo e di forzare i blocchi dei manifestanti, sottintendendo che questi sono solo degli incivili sabotatori e che le loro ragioni non valgono la pena di essere prese in considerazione. Questo non fa che rinverdire l’antico pregiudizio secondo il quale al Sud nulla funziona perché è la gente che ci vive a non “funzionare”. Pregiudizio che si scontra con l’antitetico complesso dei meridionali, i quali ritengono che da Roma in giù nulla funzioni perché lo Stato ci ha abbandonato in balia della malavita organizzata e di una classe politica irrimediabilmente collusa e corrotta. Entrambi gli stereotipi, (come tutti i luoghi comuni, del resto), nascondono un fondo di verità: è innegabile infatti che il senso civico non sia propriamente una delle maggiori caratteristiche di noi meridionali, tuttavia, bisogna anche aggiungere che un po’ troppo spesso lo Stato chiude un occhio su certe irregolarità che avvengono al Sud.
    Mi piacerebbe che tutti coloro i quali stigmatizzano la popolazione campana per il proprio comportamento si chiedessero seriamente se, rebus sic stantibus, un possibile termovalorizzatore a Napoli potrebbe mai essere efficiente quanto quello di Venezia. Non credo che avrebbero difficoltà a trovare una risposta, e questa risposta sarebbe inevitabilmente negativa. Ad impedire che lo smaltimento dei rifiuti tramite incenerimento sortisca in Campania gli stessi risultati che si registrano in Veneto vi sono una serie di fattori, ma uno di essi è il principale: la logica prevalente nell’assegnazione degli appalti al Sud. Fino a che la volontà dominante sarà quella di premiare il massimo ribasso, ogni attività resterà sempre appannaggio esclusivo della malavita. Inoltre, la massima riduzione dei costi di realizzazione si ottiene solo con l’utilizzo di materiali e progetti di seconda scelta o obsoleti, che mettono a rischio la salute della popolazione. Ed ecco che rispunta una questione vecchia e molto dibattuta: se, come ritengono alcuni, i termovalorizzatori sono uno dei vessilli del progresso, il Sud è come sempre costretto a pagare il proprio “progresso” in termini di peggioramento della qualità della vita.

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  • Farsa di fine anno

    31 dicembre 2007
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    Ieri è deceduto anche l’ultimo degli operai ustionati nel rogo del sei dicembre. Il comune di Torino ha annullato i festeggiamenti e il concerto in Piazza Castello per Capodanno. Però, se ciò non fosse accaduto, la festa avrebbe comunque avuto luogo, come testimoniavano il palco già montato e i riflettori già pronti. Perché c’è una gran bella differenza fra sei morti, oppure sette. O magari ci si è vergognati perché altre amministrazioni comunali avevano deciso già da tempo di smorzare le luci natalizie in segno di lutto e di rendere i festeggiamenti più sobri per rispetto nei confronti delle vittime, mentre quella della città nella quale la tragedia è avvenuta non aveva pensato di far nulla…

    Il 2007 si chiude lasciando molto amaro in bocca ed una punta di disgusto (per cose come queste, ma non solo). Speriamo che il prossimo sia migliore.

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  • Natale…

    24 dicembre 2007
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    Occhi vitrei e rigor mortis. Verde, luci a neon, piatti di pastina scotta e odore di ospedale. Il periodo dell’anno che amo di più, travolto da una valanga. Dispiaceri che provo a metabolizzare ed altri ai quali mi preparo.
    Non ho davvero niente da festeggiare.

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  • Nevica

    17 dicembre 2007
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    Non ha odore. Non pesa. Si impiglia tra le ciglia e solletica il naso. Stampa sorrisi ebeti sui volti. Ci guardiamo complici, anche se non ci conosciamo, e basta quella smorfia sghemba a dire all’altro: “La vedi anche tu? Bella, vero?”. Gli uomini alzano il bavero. Le signore si mettono il cappuccio. Si cammina tutti col naso all’insù per la città, che sembra più appannata. La osserviamo con uno stupore bambinesco e, anche se non lo facciamo uscire per pudore, nella testa abbiamo un costante “oh!” che scandisce il passo che si fa cauto per non scivolare.
    Per la prima volta in vita mia ho visto la neve cadere.

    Listening to:
    Il cielo su Torino – Subsonica


    P.S. Lo so, il disegnino fatto con Paint fa schifo, ma provate voi a disegnare con il touchpad!

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  • Cartolina da Torino

    14 dicembre 2007
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    Fa freddo. Non ci sono altre novità.

    Listening to:
    Envoy- Kings of Convenience

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  • Il corteo

    11 dicembre 2007
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    Si marcia dietro uno striscione rosso listato a lutto. I sindacati. Ma dov’erano quando gli operai denunciavano, ben prima della tragedia, il mancato rispetto dei loro diritti? Qualche voce urla: – “parassiti, andate a lavorare!”; e non ha tutti i torti. Un padre disperato fende l’aria con un giornale. La prima pagina è come un pugnale che ha trafitto il suo cuore e adesso la brandisce minacciosamente perché ferisca anche chi gli ha fatto questo. Non chiede giustizia, la dà per scontata. Non sa che in Italia è più facile che tra una proroga e l’altra, un rinvio ed un’insufficienza di prove, si arrivi solo ad un nulla di fatto. O forse lo sa, ma non vuol crederlo adesso, adesso che Bruno non c’è e che il Natale sarà un posto vuoto a tavola e una casa in silenzio.

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  • In nero

    10 dicembre 2007
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    Oggi la città berrà il suo lutto in un unico bicchiere. Lo manderà giù tutto d’un fiato come i bambini fanno con le medicine sgradite: proverà un po’ di disgusto, ma in breve ogni cosa sarà passata. E quelli che siedono sulle poltrone che contano si sentiranno la coscienza a posto. Nonostante il lutto sia stato tenuto a bagnomaria per un intero weekend, perché non disturbasse gli acquisti del primo fine settimana pre-natalizio, perché non rovinasse il ponte a quanti magari avevano pensato di approfittarne e venire a Torino a vedere le luci d’artista. C’è anche chi contesta che in realtà non c’è nulla di strano in tutto questo, perché il lutto cittadino sarà oggi. Curioso, non mi risulta che quando muore qualcuno i parenti aspettino il giorno delle esequie per mostrarsi affranti. E che prima si diano alle feste ed alle gozzoviglie. Se dovevano esserci manifestazioni di cordoglio, esse dovevano essere immediate e spontanee, per dimostrare sincera partecipazione e non conformità alla prammatica.
    E sempre in ossequio alla prammatica (e con un occhio alle ricadute d’immagine), Unicredit si è sentita in dovere di aprire una sottoscrizione in favore dei familiari delle vittime. Era un’occasione di pubblicità a bassissimo costo sulla quale sarebbe stato stupido non avventarsi. Chissà quante volte l’istituto di credito in questione ha rifiutato un prestito o un mutuo ad operai omologhi a quelli defunti e chissà quanti altri operai, che invece il prestito o il mutuo l’hanno ottenuto, stanno precariamente a galla per l’onerosità delle rate e degli interessi da corrispondere. Ma ecco che adesso spuntano questa attenzione e questa partecipazione nuove di zecca. Quelli della Sanpaolo, la banca torinese per antonomasia, saranno rimasti con un palmo di naso vedendosi soffiare la preda.

    Adesso per qualche giorno si continuerà a battersi il petto e poi, rapidamente, tutto questo scemerà. ThyssenKrupp probabilmente lascerà Torino, ma ci saranno altre fabbriche e boite nelle quali si lavorerà privi di qualunque standard di sicurezza. E si aspetterà una nuova tragedia per tornare a parlarne.

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  • Il male minore

    7 dicembre 2007
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    Una mattina esci di casa convinta che fuori tutto debba essere diverso: che il respiro della città debba aver cambiato ritmo, che i semafori debbano aver smesso di funzionare, che le persone debbano mostrare nuovi volti. Ti aspetti che il cielo sia ancora più grigio e che la città sia stata sventrata da una lama di dolore e aspetti di incontrare la voragine sanguinante che ne è il risultato. Ma cammini e non si intravede niente. Passi per via Po e pensi a quanto accaduto la notte precedente non troppo distante dai suoi portici eleganti e sembra impossibile che esista, così vicino a tutto quello, una realtà tanto diversa con capannoni ed operai chini sul proprio lavoro. E invece, l’industria è anche lì, quasi nel nocciolo della città, a pochi chilometri dalle vetrine luminose e dall’Università, dai locali di piazza Vittorio, dai dehors coi tavolini. E’ quel tipo di industria che una volta si definiva “pesante” e che era molto redditizia, ma che adesso, almeno qui a Torino, è ridotta a brandelli e avviata alla dismissione. Fiat ha delocalizzato e anche l’acciaieria non ha più ragion d’essere, così in pochi anni la forza lavoro è stata dimezzata, mentre di pari passo la zona diventava sempre più densamente popolata. Tra gli operai che sono rimasti la maggior parte sono giovani, quasi tutti sui trent’anni, che fanno turni lunghissimi e lavorano anche di notte mentre i loro coetanei sono ai Murazzi o al Quadrilatero a divertirsi.
    La città, tutta presa dalla sua smania di divincolarsi dall’identità industriale che l’ha sempre caratterizzata, vive come se questi ragazzi non esistessero. Pensa alle sue mostre, al suo festival del cinema, alle sue “luci d’artista” e fa finta che quei capannoni siano distanti milioni di chilometri e non dietro l’angolo. La città si è dimenticata. Torino non è più la “patria” degli operai e, potendo scegliere, preferisce albergare signore in cappotto di cachemire e colletti bianchi. Delle tute blu nessuno ne parla, come non si parlerebbe in pubblico delle proprie funzioni fisiologiche. Ormai sono solo un’appendice sgradita che si spera di poter rimuovere quanto prima.
    Ma poi ci sono delle mattine nelle quali il telegiornale ti sbatte in faccia la realtà: Torino è ancora, seppur in misura assai minore, una città industriale. E bisogna che muoiano tre operai perché ci si ricordi di questo. E il comune si affanna ad emanare un comunicato per esprimere il proprio cordoglio e si promette il lutto cittadino e si annuncia che lunedì sera le “luci d’artista” resteranno spente. Lunedì, ma non oggi e neppure domani, né domenica. Oggi le luci erano sfacciatamente accese, e così sarà ancora per due giorni, perché domani è l’Immacolata e inizierà ufficialmente il periodo natalizio e la gente pensa già ai regali. E sarebbe triste, e forse economicamente controproducente, fare gli acquisti di Natale senza le luci. Non si può sacrificare il weekend e se proprio non si può fare a meno di dare un segno, beh, che sia di lunedì. Chi vuoi che esca a fare spese di lunedì?

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