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Il Nulla – Baustelle
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I capricci del tempo ricoprono il passato con palate di inutilità presenti e smarrisco la percezione della mia identità. Navigo a vista, ma c’è nebbia. I fendenti dell’insicurezza mi fanno barcollare come un’ubriaca, come se tutti i dubbi si fossero dati appuntamento proprio qui, proprio adesso. Non mi riconosco nello specchio, o meglio, so benissimo di chi sia quel viso, ma vorrei non fosse il mio. Come se essere un individuo qualunque fosse un peso intollerabile, un’onta, qualcosa di inadeguato ad una come me. Ma chi sono io per non meritarlo? Non ho talenti che possano stravolgere la situazione, che mi pongano al di fuori del gregge, e questa è solo una stupida presunzione. Perché non c’è nulla che mi elevi dalla massa che affolla i tram che tagliano l’aria fredda di mattine che non hanno promesse. Né dagli omini grigi che si accalcano ai semafori inscatolati nelle loro utilitarie, e sperano solo che arrivino presto le 18.00 e sembrano non avere altri desideri.1 commento su Il retrogusto di una mattina grigia di dicembre
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Nel suo libro English. Meaning and Culture (Oxford University Press, 2006), la linguista polacca Anna Wierzbicka asserisce che l’inglese – e più in generale la cultura dei paesi nei quali questa lingua è quella ufficiale (che lei definisce Anglo culture) – si discosta dalla maggior parte delle altre per quanto concerne l’uso dell’imperativo. In particolare, tale lingua avrebbe sviluppato tutta una serie di perifrasi per evitare di ricorrere a questo modo verbale. Secondo Wierzbicka, ciò rispecchierebbe un’attitudine tipica della cultura anglosassone al rispetto dell’autonomia e dei diritti dell’individuo, le cui radici sarebbero da rintracciare nell’opera di John Locke.
Alla luce di ciò, sorgono spontanee alcune domande: che fine fanno quest’enfasi e quest’attenzione nei confronti della libertà individuale al momento di colonizzare o bombardare un paese a caso sul planisfero? La signora Wierzbicka come spiega l’invasione dell’Iraq, la guerra in Vietnam e il colonialismo britannico? Ma, soprattutto, a Guantanamo gli agenti americani si servono o no dell’imperativo per dare ordini ai prigionieri?
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Speed of Sound – Coldplay -
Cercare il vento dove non c’è è un impresa degna di un vero eroe. Sarebbe bello se qualcuno mi assegnasse questa missione. Intraprenderei la mia personalissima queste con entusiasmo da far impallidire Perceval.
Quest’aria sempre ferma sembra incredibilmente più spessa. Nel freddo delle mattine nebbiose e umide percorrere Piazza Vittorio è come passare attraverso una serie di pareti di cartongesso e alla fine, quando da ultimo si conquista il riparo del chiuso, le ossa dolgono e la pelle è livida. Ma forse è solo l’insulto del grigiore che mi storpia. Ed è la maledizione di quest’acqua in sospensione, che non piove, ma che aleggia in banchi fino a quando la mattina matura. Peccato non si tratti di una maturazione fisiologica, bensì di una industriale, cosicché le mattine anche se appaiono d’un giallo brillante, in realtà sono troppo sode ed aspre.Listening to:
Fuga all’inglese – Paolo Conte -
Le cose che non lasciano neppure qualche misera scoria negli angoli non sono mai davvero state; impalpabili nuvole di fumo travestite da mastodonti, passano senza scavare solchi. E non compromettono e non corrompono. Non esaltano e non atterrano. Non sono, e la loro non esistenza non è di quelle che urlano e danno scandalo. Non turbano il sonno, né suscitano domande, non fanno indignare, né titillano la nostalgia. Lasciano solo un po’ più di vuoto, un po’ più di spazio. Eppure, inspiegabilmente, si ha la sensazione di stare più scomodi.
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Love and Mathematics – Broken Social Scene -
Wittgenstein accumulava segni d’interpunzione perché rivendicava il diritto ad essere letto lentamente. Io accumulo segni d’interpunzione perché non sono capace di pensare altro che il frammento. L’istante è l’unica dimensione che conosco. La storia mi sembra un mosaico di tessere difformi. Credo poco nei nessi causali, molto nella casualità. La logica del mondo è disarmonica e disomogenea.
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Everything you can think – Tom Waits -
L’inizio della conferenza è previsto per le 11.00, ma arrivo con largo anticipo, avendo preventivato una grande affluenza. Non mi sbagliavo: alle 10.40 l’Aula Magna del rettorato è già piena e c’è ancora una lunga fila di persone che attendono di entrare.
L’ospite d’onore è un nome di grandissimo richiamo e l’organizzazione non si è risparmiata: c’è una troupe pronta a riprendere il tutto e proiettarlo sugli schermi disposti nella sala, affinché anche noi poveri reietti delle ultime file possiamo vedere bene; e ci sono cuffie in abbondanza, perché tutti possano usufruire della traduzione simultanea. Io faccio a meno delle cuffie: mi hanno assicurato che il regista parlerà in inglese e incrocio le dita sperando abbiano ragione. Alle 10.55 l’Aula Magna è già stracolma: non c’è più neppure una sedia. Ci sono parecchi giovani. Le tipiche facce da DAMS o da Scienze della Comunicazione. E c’è qualche professore, ma non sono in molti. Noto con piacere che l’età media della platea è decisamente al di sotto dei quarant’anni.
Alle 11 in punto fa il suo ingresso discreto il Preside della Facoltà di Lingue, Prof. Paolo Bertinetti. Come al solito azzimato, in abito e cappotto blu, sfoggia il suo impeccabile aplomb d’ordinanza. Quest’anno è riuscito a fare il colpaccio: un servizio sui TG è garantito. Il suo volto, sempre composto e dai lineamenti di un’eleganza quasi d’altri tempi, lascia trasparire una giusta soddisfazione. La risonanza di un evento del genere è superiore a quella di mille spot pubblicitari.L’attesa continua ancora per qualche minuto. La sala straripa. Ci sono professori seduti sui gradini e molti ragazzi sono rimasti in piedi, appoggiati alle pareti.
Alle 11.15 entra finalmente Wim Wenders. Ha i capelli grigi, legati in una folta coda, un paio di occhialini con la montatura nera e camicia e giacca beige. Si accomoda al tavolo. È un uomo imponente, dall’aria bonaria e composta. Sembra affabile, per nulla pieno di sé. Ascolta la traduzione simultanea, sorride, prende appunti su un blocco di carta.
I professori chiamati a intervenire lo incensano, come di prammatica, e gli pongono domande scontate, non senza prima aver fatto abbondante sfoggio di cultura e autoreferenzialità. Vengono citati Baudrillard, Kundera, Bazin e tutti in modo quantomeno poco pertinente. È la prassi delle conferenze. Credo lo facciano per un complesso d’inferiorità nei confronti dell’ospite: vogliono dimostrare di non essere da meno e provano a seppellirlo con le citazioni. Wenders risponde alle domande che gli vengono poste in maniera tranquilla, ma non si perde in giri di parole. Si evince chiaramente che non è un logorroico, e ho il sospetto che non ami particolarmente parlare di sé e del proprio lavoro. Le risposte che dà non sono memorabili, così come le domande che gli fanno. Parla, nell’ordine: di come sia cambiato il lavoro del regista negli ultimi anni, dei critici, di cosa si dovrebbe insegnare agli aspiranti registi, di identità della Germania, di cosa rappresenti oggi per lui il concetto di “patria”, del viaggio come utopia, di Berlino, della ricerca della verità (che, a suo avviso, è opposta alla bellezza), di montaggio.Poi, finalmente, il lampo: gli chiedono di parlare degli angeli de “Il cielo sopra Berlino” e allora il discorso si fa accattivante. E il regista arriva a fare delle affermazioni sorprendenti. Dice perfino di credere davvero negli angeli; sembra serissimo e restiamo tutti abbastanza spiazzati.
Tutto sommato è stata una mattinata piacevole, benché non formidabile come avevo immaginato. Però, posso dire di essere stata per due ore sotto lo stesso tetto con uno dei più grandi registi viventi: direi che non è niente male, no?
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The ground beneath her feet – U2 -
Piove senza sosta. Da giorni. Torino sembra iniziare a rammollirsi da quanto è annacquata; se continua così finirà per sfaldarsi a poco a poco. Un pezzo alla volta. Che meravigliosa fine sarebbe per questa città spocchiosa e provinciale, che si pavoneggia della gloria che passò! Non una solenne esplosione, né un maestoso incendio e neppure l’imponente violenza di un terremoto: solo un lento disfarsi, un incessante trasformarsi in poltiglia sudicia. E alla fine di Palazzo Madama e Mirafiori, di Via Po e del Valentino, della collina e di Piazza San Carlo resterebbe solo un cumulo di pappetta fuligginosa e ammuffita.
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Sotterraneo – Bluvertigo
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Ogni tanto a quest’ora metto in ordine le cose sparse per la camera: i vestiti buttati sulla spalliera della sedia che stratificandosi diventano una sorta di imbottitura posticcia; i cumuli di fogli e scontrini, bottiglie d’acqua ormai vuote, monete isolate, penne e matite e tutte le altre cose distrattamente appoggiate sulla scrivania; le sciarpe ammonticchiate sull’appendiabiti; le scarpe spinte per pigrizia sotto al letto; i libri che iniziano a torreggiare sul comodino. Cerco di mettere ordine per scongiurare ed esorcizzare quel senso di precarietà che ha preso possesso della mia vita. Provo a mascherare il tutto con una patina di normalità. Non è che senta il bisogno di percepire un legame con questi luoghi, ma alla lunga è affossante avere l’impressione di essere turisti della propria esistenza e ci si rassegna a predisporre dei riti, delle piccole scadenze quotidiane, che punteggino di sicurezze le proprie giornate. Così alla sera quando non sono troppo stanca metto in ordine, quindi mi siedo sul letto e mi godo la prospettiva della stanza sistemata alla perfezione, con i libri allineati sullo scaffale, la sedia denudata dalla sovrapposizione di abiti, la scrivania sgombra. Poi mi addormento e sogno di essere da un’altra parte.
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Ramshackle – Beck -
In sere come questa bisognerebbe avere qualcuno con cui parlare piano prima di addormentarsi. Sussurrare frasi nel buio della stanza. E ci vorrebbe una stanza meno impersonale, qualcosa che parli di noi e non quattro pareti spoglie prese in affitto. Spenta l’abatjour, ci vorrebbero due braccia salde e una voce confortante per accompagnarci senza timori nel cuore della notte e propiziare sogni piacevoli. Non un misero plaid, che non fa sentire freddo ma non scalda. E se proprio non si potesse avere tutto ciò, ci vorrebbe almeno qualcuno a cui dedicare il proprio ultimo pensiero, quello che rimane sempre a metà perché ci si addormenta prima di finirlo. Qualcuno che valga la pena di sognare e che, magari, ogni tanto a sua volta ci sogni.
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Via Del Campo – Fabrizio De Andrè -
“When the evening is spread out against the sky
Like a patient etherized upon a table”
(T.S. Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock, vv.2-3)La finestra è socchiusa: un invito al freddo della sera a fare il suo ingresso discreto nella stanza, che è troppo calda, troppo umana per non risultare fastidiosa. Le stelle sono oscurate dai bagliori della città e chi voglia esprimere un desiderio non può far altro che rivolgersi ai fari, ai lampioni e alle finestre illuminate, che punteggiano di giallo l’orizzonte scuro. E, forse per la scarsa maestà degli interlocutori, ciò che viene fuori è una richiesta bizzarra: ogni sera dimenticare qualunque cosa, a partire dal proprio nome. Sarebbe l’optimum. Ci si sveglierebbe leggeri e innocenti. Senza passato e, tutto sommato, senza futuro. Solo un fuggevole oggi da vivere ogni giorno con l’entusiasmo del debuttante.
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Weddings – Broken Social Scene