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Non sempre rispondo – Cristina Donà
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Weird fishes/Arpeggi – Radiohead
Cristiano Godano è un manipolatore formidabile della lingua italiana. La piega, la assottiglia, la rende rarefatta e l’impasta, la spiana, la ispessisce. Forse adesso è un po’ meno ellittico di quanto non fosse in passato, ma ciò che scrive non ha perso fascino e resta sempre icastico e dotato di un’efficacia raggiunta da pochi altri suoi colleghi nel nostro paese. “Uno” conferma la sua vena e rappresenta una sterzata dei Marlene Kuntz verso la canzone d’autore. Però, forse la sua straordinaria padronanza della scrittura inizia a debordare e a farsi prevaricante, perché in quest’ultima prova la musica resta quasi in secondo piano, così da consentire ai suoi testi – spesso davvero sontuosamente “letterari” – di risaltare adeguatamente.
Per niente noise e piuttosto melodico, “Uno” è – almeno per me – convincente solo a metà. Scarnificare i suoni e “allentarne” la compattezza, rinunciando al sound denso e stridente che aveva reso noto il gruppo e l’aveva rapidamente fatto amare dal pubblico più esigente, è un vero atto di coraggio, che va apprezzato e riconosciuto; ma non ci si può esimere dal notare che, purtroppo, questo sembra essere l’ennesimo caso di un male tipicamente italiano, che prevede, come una sorta di tappa obbligata a un certo punto della carriera di un solista o di una band, il tendere verso il songwriting “raffinato”. In molti hanno provato a “riciclarsi” in questa direzione, ma non sono stati altrettanti a ottenere un risultato che rispettasse le aspettative, tanto che spesso viene da dire, citando uno che di cantautorato di qualità ne sa qualcosa, che in fondo “bella non è questa musica magra / anche lei sotto al torchio di troppe parole”. Temo di dover ammettere che il giudizio valga anche per i Marlene, ahimè!
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Canto – Marlene Kuntz
P.S. Per il momento mi va di scrivere di musica, avete notato?

Io ho amato il primo Ben Harper, non certo quello divenuto fenomeno di massa. Per intenderci, non quello di “Diamonds on the Inside” o “Both Sides of the Gun”. Non l’Harper radiofonico, quindi. Ho amato Ben ai tempi di “The Will to Live” e “Welcome to the Cruel World” e poi ho continuato ad apprezzarlo con “Burn to Shine” e, soprattutto, ho letteralmente consumato il meraviglioso doppio “Live from Mars” a forza di ascolti.
Dopo questa necessaria premessa, posso tranquillamente affermare che è assurdo che mi piaccia “Lifeline”. Quest’ultimo disco rappresenta solo una nuova tappa nella degenerazione dell’artista che ci scuoteva con pezzi di denuncia sociale come “Excuse me, Mr.”, che commuoveva con ballate come “Please, bleed” e che cantava gioiosamente di madri lesbiche in “Mama’s got a girlfriend now”; quello attuale non pare più lo stesso uomo di “Like a king” o “Faded”, né quello di “Roses from my friends” o “Burn one down”. Quell’Harper lì, il vecchio Ben, non aveva nulla a che fare con il compiaciuto artista di “There Will be a Light” o di quest’ultima fatica discografica.
Eppure, inspiegabilmente, questo disco mi piace. Certo, non diventerà mai uno dei miei album fondamentali, però continuo ad ascoltarlo da un po’, anche se – ahimè! – suona troppo simile a Jack Johnson. Mah! Sarà che in alcuni pezzi mi ricorda l’amato Neil Young? Non so. E la cosa mi preoccupa alquanto…
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Fight outta you – Ben Harper
[…] heu, quam quae studeas ponere ferre grave est!
Nam desunt vires ad me mihi iusque regendum;
auferor ut rapida concita puppis aqua.
(Ovidio, Amores, II, 4, vv.6-8)
Ciò che dovrei deporre è cucito a doppio filo alla mia anima e non c’è modo di rimuoverlo senza lacerarla. E io ho paura di sanguinare. Ho paura che si scateni un’emorragia che mi debiliti, ma – quel che è peggio! – ho anche paura che possa accadere il contrario: paura di constatare di aver perso anni di vita tributando un culto a un idolo vuoto.
Listening to:
Un desiderio innocuo – Moltheni
Beh, ripensandoci adesso, forse non ero poi così da buttare…
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Tregua – Cristina Donà
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So real – Jeff Buckley