• Il nuovo che avanza

    15 agosto 2024
    Riflessioni
    agosto 2024

    Ci fosse dato di veder più oltre che non giunga il nostro
    sapere, e un poco più in là dei bastioni del nostro presentimento,
    forse allora sopporteremmo noi le nostre tristezze con maggior
    fiducia che le nostre gioie. Ché sono esse i momenti in cui qualcosa
    di nuovo è entrato in noi, qualcosa di sconosciuto; i nostri sentimenti
    ammutoliscono in casta timidezza, tutto in noi indietreggia, sorge
    una calma, e il nuovo, che nessuno conosce, vi sta nel mezzo e tace.

    In un corteo di giorni soffocanti, l’estate procede flemmatica verso il suo declino. Il Ferragosto è arrivato e dopo, come sempre, settembre giungerà precipitosamente e settembre continua tuttora a sopraffare col senso incalzante d’un secondo inizio d’anno, un poco perché è difficile liberarsi delle memorie scolastiche, nonostante il tempo trascorso, e un poco perché, se fossi di quelli che festeggiano, è il mese in cui spegnerei le candeline. Gli auspici e i buoni propositi, tuttavia, ormai s’inventariano con poca convinzione e stavolta ancor più che nel recente passato. Infine la sfiducia – o la ragione, secondo i punti di vista – pare aver preso il sopravvento perfino su di me, ché tanto qualunque cosa faccia – e ne ho fatte di cose insolite negli ultimi dodici mesi! – o non faccia, come per una crudele proprietà commutativa, non cambia il risultato finale.

    Perciò già adesso inizia a riaffiorare la tristezza, col suo sentore ammuffito, come l’umidità che risale da fondamenta raffazzonate. E però viene anche voglia di osservarla, questa tristezza soffusa che monta senza posa, e di chiedersi cosa stia a significare, quale trasformazione voglia propiziare e quale germe di novità inoculi in me, ché pare – almeno stando a Rilke – sia attraverso di essa che il futuro ci penetra per poi venir fuori sotto forma di destino.

    Quale destino fa anticamera nel mio cuore? Non so dirlo. Se per rispondere bastasse la logica, ci sarebbe poco di che rallegrarsi: quel che è possibile dedurre non lascia margini all’ottimismo. E le parole d’incoraggiamento che ancora mi vengono elargite per cortese abitudine ormai all’orecchio stridono come unghie s’una lavagna di ardesia. Infatti, che aiuto può dare negare l’evidenza che il fiore degli anni sia stato tutto già consumato, ostinandosi a credere a una giovinezza irreale e a una fittizia abbondanza di possibilità? È più proficuo accettare quel che è flagrante e lasciarsi trasfigurare da tale consapevolezza. Solo con questa radicale onestà si potrà incubare il destino “giusto” – forse non quello più convenzionalmente roseo o invidiabile, ma certamente quello su misura per ciò che si è – finché esso non maturi e possa erompere; altrimenti non si farà altro che recitare una pagliacciata, sprecando il tempo che resta imbottigliati nell’illusione che si possa trattenerlo fingendo che non trascorra.

    Listening to:
    No fate awaits me – Son Lux (feat. Faux Fix)

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Il nuovo che avanza
  • Solve et coagula

    8 agosto 2024
    Riflessioni
    agosto 2024

    Pictures! Pictures! Pictures! Often, before I learned, did
    I wonder whence came the multitudes of pictures that
    thronged my dreams; for they were pictures the like of
    which I had never seen in real wake-a-day life.

    Pioggia, pipistrelli ed enormi rapaci intrappolati dentro casa.

    Fa caldo, dormo ancora meno del solito e nelle poche ore di sonno mi visitano strane immagini. Ho vissuto anni funestati dagli incubi nel recente passato, ma i sogni attuali sono d’altra natura e, diversamente da quelli di allora, non suscitano né angoscia né rabbia né orrore. C’era un messaggio in quelle scene terribili infestate da insetti e da intrusi e alla fine, arrendendomi all’evidenza, l’ho accolto. C’è sicuramente un messaggio pure in quelle di oggi, seppure non saprei ancora dire quale sia.

    Per quel che ricordo, i miei sogni sono sempre stati affollati di persone o di animali e hanno sempre avuto sviluppi implausibili, con cambiamenti repentini di scenario e di linee temporali. E soprattutto sono sempre stati “bui”. Fin qui nelle mie notti non ho attraversato altro che un’infinità di nigredo. Con un’unica significativa eccezione: nel marzo del 2022, mentre iniziava ad affiorare la risolutezza per la più dolorosa e la più saggia delle scelte che abbia mai compiuto, sognai un diluvio di sole in una mattina abbacinante d’estate. Forse – chissà! – un analista junghiano la interpreterebbe come l’indizio di un’albedo.

    In mezzo a tutta quella luce c’era una presenza che mi ha visitata spesso, e prima e dopo quell’occasione, nel sonno. E forse in questa figura ricorrente lo stesso analista junghiano riconoscerebbe il mio animus. L’archetipo del maschile nel mio inconscio, il mio “uomo totem”, come lo definii maldestramente in un pezzo scritto tanti anni fa sotto pseudonimo e che si meritò – malgrado la sua ingenuità – una pubblicazione “importante”. E forse non gli parrebbe sorprendente né allarmante che pure nella cosa più “di successo” che abbia mai fatto il protagonista sia questa figura, che è stata sotto molti aspetti la mia salvezza e per anni anche la mia dannazione. Del resto, ho la sensazione che tale centralità fosse quasi un diritto acquisito, giacché tutto quel che so di me glielo debbo, direttamente o per vie traverse.

    Quasi come una divinità ctonia, mi ha visitata ripetutamente nell’oscurità della solutio. Quindi, fattosi messaggero luminoso, mi ha manifestato la fase successiva di ablutio. Spero ardentemente che possa tornare a guidarmi ancora nelle titubanze di questa travagliata citrinitas, in cui tento di ridare una solidità a tutto quel che adesso è impalpabile e fumoso. E poi – pregando d’aver coraggio a sufficienza per andare sul serio fino alle estreme conseguenze del processo e al trionfo della rubedo –  pure nell’ultimo disfacimento e nella trasmutazione finale. Finché non si chiuderà il cerchio, si armonizzerà quello che pare inconciliabile e infine verranno a galla la mia autentica natura e le sue reali inclinazioni e potenzialità, e giungerà il momento di un addio che escluda senza appello ogni ulteriore possibilità di ripensamento.

    Listening to:
    Strictly confidential – Roxy Music

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Solve et coagula
  • La vita che verrà

    4 agosto 2024
    Riflessioni
    agosto 2024

    Un sabato pomeriggio grigio d’afa agostana. Immobile e silenzioso. L’ozio del cuore dell’estate. E all’improvviso il vento, che va e viene a folate e non si sa da quale parte spiri.

    Qualcosa si muove. Nonostante le apparenze, qualcosa si muove sempre. Il difficile è capire cosa e verso dove. Intanto sullo schermo della TV campeggia una Torre Eiffel insolitamente addobbata e la memoria corre a venticinque anni fa.

    L’inconsueto accessorio dello svettante intrico di metallo non erano i cinque cerchi olimpici allora, bensì il conto alla rovescia per il cambio di millennio, e Parigi in quel lontano 1999 non era la capitale dello sport mondiale, ma solo la Parigi estiva abituale: un carnaio di turisti da ogni parte del mondo, che si muovono involontariamente come un gregge e visitano tutti gli stessi luoghi e fanno e mangiano e comprano tutti le stesse cose.

    Non mi piacque Parigi. Non mi piacque affatto. Come qualche anno prima non mi piacque Venezia. O – sarebbe più corretto dire – non mi piacquero la Parigi e la Venezia che visitai, quelle in versione Lonely Planet, quei luna park di cartapesta a uso e consumo del turismo, con le loro atmosfere artatamente pittoresche e stucchevolmente “romantiche” (oggi si direbbe instagrammabili). Sarebbe il caso di tornare a visitare entrambe, stavolta tenendosi giudiziosamente alla larga dal sestiere di San Marco e dal I arrondissement, e chissà che prima o poi non lo faccia davvero…

    In mezzo alla nausea che mi dava l’onnipresente grandeur neoclassica, c’era il senso di un fermentare sotterraneo e non era solo l’aria rovente in quell’angusta stanza d’albergo sottotetto di Rue Buffault a tenermi sveglia nelle notti parigine. C’era l’apprensione per quello che si sarebbe trovato una volta rientrati a Milazzo, la sensazione serpeggiante di un redde rationem imminente; ché le cose allora vorticavano – altroché! – e io ero troppo acerba per non avere le vertigini.

    Oggi la vita è assai più criptica, il suo lavorìo è segreto e lentissimo e l’agosto presente si srotola pigro e insignificante. Il domani si annuncia senza sorprese e, proprio per questo, forse spaventa ancora di più di quanto non intimorisse in quei giorni di luglio, quando ci si sentiva sul ciglio di un cataclisma.

    E ancora non si dorme e ancora si sta a fissare per ore gli spiragli di luce sul soffitto chiedendosi se sarà migliore la vita che verrà, sebbene stavolta nemmeno s’intraveda come ciò potrebbe accadere.

    Listening to:
    Broken biscuits – English Teacher

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    2 commenti su La vita che verrà
  • Incorreggibile

    25 luglio 2024
    Poesia
    luglio 2024

    Dolce come un frutto maturo, l’estate
    è scivolata rapida, inosservata,
    in giorni, mesi, anni
    spesi a fantasticare il futuro.

    Si guasta la superficie del frutto,
    la polpa si fa alcolica, smaccata,
    incombe l’autunno coi suoi affanni
    e sempre si smania il tempo venturo.

    Listening to:
    Long way home – Ray LaMontagne

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Incorreggibile
  • Voglia di poesia

    23 luglio 2024
    Riflessioni
    luglio 2024

    La musica prima di ogni altra cosa:
    e per questo preferisci l’impari,
    più vago e solubile nell’aria,
    senza nulla in sé che pesi e si posi.

    Grafemi su grafemi, come in catena di montaggio, per mettere insieme insipide sequenze di morfemi e fluide frasi formulari, da cui ogni asperità è bandita. Tanto chiedono gli algoritmi e tanto gli ammanniamo. Per venire incontro alle capacità del lettore medio? Chissà! O magari per far sì che il lettore medio si faccia via via più ottuso e con un lessico sempre più striminzito, dunque con pensieri più grossolani e superficiali; ché – non è un mistero – gli sciocchi si comandano con maggiore facilità e sono più propensi a farsi abbindolare, che si tratti di convincerli a un acquisto superfluo o a un voto “utile”.

    Tocca d’attenersi per forza di cose alle mutevoli regole della SEO, che nel mio caso si materializzano in una checklist tassativa come un decalogo, che tra le altre prescrizioni imperative intima pure di verificare che “le sentenze (sic!) non superino le venticinque parole.”

    È finita, mi pare inoppugnabile: la lingua italiana muore, sacrificata con entusiasmo sull’altare del neocapitalismo e di un provincialismo becero, che scambia l’esterofilia per spirito cosmopolita e dà solo prova d’essere supinamente servile a una cultura che, grazie a quest’ebete collaborazionismo, ci ha colonizzati fino all’eradicazione della nostra identità (linguistica e non solo).

    E io partecipo quotidianamente allo scempio del nostro idioma. Per necessità, certo, ma che importa? Questo cancella forse la mia complicità? Di certo non allevia l’orrore che provo. A volte mi sento tanto schifata che non mi pare di avere diritto di scrivere altro e questo spazio viola, più che un bastione di resistenza, mi sembra la vetrina della mia ipocrisia: in orario di lavoro istupidisco il prossimo e nel tempo libero faccio la ruota come un pavone, ostentando termini desueti e costrutti bizantini, arroccata nella mia torre d’avorio.

    Non che sia necessariamente ostile a uno stile “piano”, né che glorifichi l’impenetrabilità, invocando una prosa ispida, ampollosa e oscura anche per messaggi dai fini ordinariamente descrittivi e/o informativi; però, mi piacerebbe essere autorizzata a usare un periodare che andasse oltre l’enunciato minimo o giù di lì e che non proibisse di fatto le subordinate.

    Poi capitano giorni come oggi, in cui il disgusto si fa più acuto, perché ci si sveglia con la voglia di rivisitare una delle pietre miliari della new wave (o del punk rock, a seconda dei punti di vista) e mentre si dovrebbe lavorare, invece ci si perde tra i fraseggi di chitarra di quell’album, “Marquee Moon”, che occorre ascoltare per intero due volte di seguito prima d’essere pronta a lasciarlo solo in sottofondo e a combinare qualcosa.
    E l’ascolto di Tom Verlaine e soci influenza l’intera giornata, spingendo a rispolverare, una volta compiuto il proprio dovere, il Verlaine originale. Si finisce così per incappare involontariamente in quell’Art poétique che pare un atto d’accusa personalizzato, una denuncia su misura, che schiocca sulla guancia come uno schiaffo a mano aperta. Perché in quel che si scrive per professione e che sbrana il tempo, lasciandone a disposizione non più di qualche brandello, non c’è traccia alcuna de “l’avventura buona / sparsa al vento increspato del mattino / che va sfiorando la menta e il timo…”, niente in quei testi d’esattezza impassibile e calcolata ha l’eco della canzone grigia, che è cara più di quella nitida, proprio perché in essa l’incerto s’unisce al preciso. Ci sono solo colori in quelle sentenze e nessuna sfumatura. Solo solidi, contundenti colori. E quel che è peggio è che non si tratta nemmeno di letteratura…

    Listening to:
    Prove it – Television

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Voglia di poesia
  • Il settimo giorno

    11 luglio 2024
    Riflessioni
    luglio 2024

    Verrà mai il momento in cui tacerà il tramestio, la polvere si poserà e ci si fermerà a contemplare quanto s’è realizzato col compiacimento di chi sa d’aver fatto bene? Il tempo del riposo, in cui bearsi dei frutti del proprio operato? L’ora in cui guardare attorno a sé, riconoscendo d’aver creato qualcosa e gustandone la deliziosa soddisfazione?

    La quiete del settimo giorno è il privilegio di chi è produttivo, organizzato, efficiente e soprattutto realista, non spetta a quelli inconcludenti come sono io, che porto addosso la sciagura d’essere nata con un’indole da artista, che nel mio caso non è un marchio di distinzione di cui menare vanto, bensì una mutilazione che rende la vita più ostica del necessario. Non sono orgogliosa né felice di quel che sono, perché dell’artista ho, sì, la personalità – la fantasticheria, il perfezionismo, la maniacalità, la velleità, l’attenzione al dettaglio, la tendenza alla notomizzazione, la perenne insoddisfazione di sé, il totale disinteresse per i traguardi canonici che definiscono il successo di un’esistenza – ma non ho il talento e in mancanza di quello non ho giustificazioni per il mio non venire mai a capo di nulla. Non c’è una vocazione superiore che possa dare ragione dei miei fallimenti personali, qualcosa di una magnitudine tale da richiedere che sul suo altare si sacrifichi ogni altra parte della vita. Pertanto i miei naufragi sono tutti vani, superflui, ridicoli.

    E si potesse almeno cambiare! Ma come mutare la propria natura? Come mettere a tacere il richiamo interiore che da sempre spinge a disdegnare la serenità delle cose opportune, il conforto delle mete ragionevoli, concrete, “popolari” e a rincorrere, piuttosto, l’ispirazione? Ché è proprio questo quel che mi trascina impetuosamente fin dall’infanzia, questo essere incline a inutili entusiasmi per tutto ciò che è capace d’accendere in me una scintilla. Una scintilla che sfortunatamente, però, non sono mai in grado di trasformare in incendio. Così una sequela di fiammelle sommesse mi consuma dall’interno, mentre per gli altri sono incomprensibile come una sfinge e forse – anzi, certamente – deplorevole come chi sciupa la vita per stoltezza.

    Listening to:
    Love is all (live at “Later with Jools Holland”) – The Tallest Man On Earth

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Il settimo giorno
  • The uneventful life

    5 luglio 2024
    Riflessioni
    luglio 2024

    Tre giorni di gioia e di giallo in una torrida Toscana. Un sogno realizzato. Una parentesi eccentrica rispetto alla vita solita, alla soporifera routine di quest’esistenza insopportabilmente feriale in cui si sciupano gli anni e la libertà riconquistata.

    S’è impigliato lì tutto il coraggio – o almeno così pare – lì, nel punto in cui s’è deciso finalmente di sviare dal cammino che pareva inevitabile. Non sono riuscita a portarlo con me nel nuovo itinerario, che pertanto dà l’impressione di compiersi quasi per inerzia, senza sorprese né entusiasmi, tutt’al più con qualche avversità e qualche bega, ma né le une né le altre tanto rimarchevoli da essere degne di nota e dare per lo meno una dignità tragica a questa quotidianità sbiadita.
    Intanto le settimane e i mesi si affastellano gli uni sugli altri e così gli anni, e presto saranno quarantuno.

    Non basta un assaggio una tantum di stravaganza a chiudere tutte le parentesi rimaste in sospeso. In fondo sono ancora la stessa di prima. Ancora imbelle. Ancora esitante. Ancora speranzosa che un cataclisma accada da sé e di potermi trovare a portata della sua onda d’urto. Ancora fiduciosa che un incontro fatale illumini finalmente il senso di tutto, che riveli la necessità d’ogni patimento inghiottito, scacciando per sempre l’agghiacciante pensiero che sia stato solo frutto del caso beffardo o di cattive stelle dalla cui influenza non ci si può emancipare, o peggio, della mia incondizionata inettitudine, ché so perfettamente d’aver sbagliato tutto quel che si poteva sbagliare.

    Eppure, mentre rigiro tra le dita un ninnolo che è il simbolo tangibile dell’empirea crudeltà che pare governare la mia vita, mi sembra d’avere attenuanti in abbondanza. Quanti segni inequivocabili mi sono stati parati davanti! E mai nessuno che portasse sul serio a qualcosa che non fosse un nuovo strato di frustrazione… Come se ci si divertisse perfidamente a vedermi illudere e sperare e poi disingannare e piangere, perché qualcosa fatalmente doveva sempre andare storto.
    E almeno le disillusioni fossero servite a vaccinarmi dalla fiducia che debba per forza esserci qualcosa di buono che mi attende dietro una delle tante curve di questo cammino tortuoso! In quel caso sarei capace di fare i conti con quel che c’è per davvero, invece d’inseguire fumose chimere, e potrei perfino rischiare di azzeccare finalmente qualcosa; ma sembra che a certe lezioni io sia particolarmente refrattaria e abbia bisogno d’infinite ripetizioni.

    Nel frattempo attendo. Paziento, confido e infine mi rassegno a fare l’ennesimo bilancio del nulla. Ché tanto è questo che sempre accade: niente.

    Listening to:
    Tour de France – Kraftwerk

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su The uneventful life
  • Ikiru

    22 giugno 2024
    Riflessioni
    giugno 2024

    […] burn, burn, burn, like fabulous yellow roman candles
    exploding like spiders across the stars and in the middle you
    see the blue centerlight pop and everybody goes ‘Awww!’

    Non bramare l’ululato reboante della tempesta, bensì godere del gagnolare inebetente d’una pioviggine autunnale: pare sia la ricetta della felicità. Le cose grigie. Le cose quiete. Le cose prevedibili e sicure. Le soluzioni più convenienti. Le strade già battute. Un vita rispettabile, di buongusto e sfumature tenui, in cui ogni slancio scomposto è opportunamente sterilizzato in ossequio alla prammatica e quel che eccede la norma è inevitabilmente riprovevole demenza e risibile velleità. Una vita popolata solo di desideri chiaramente delineati, concreti, afferrabili; meglio ancora se a portata d’una strisciata della carta di credito.

    Il resto è pericoloso spreco di tempo e sperpero di potenziale. Il resto è solo mangime per l’inquietudine, quest’appetito implacabile che non andrebbe foraggiato. È più saggio obnubilarlo, anestetizzarlo, stordirne il palato con la grossolanità stucchevole di un’ordinaria melassa, ipnotizzarlo col riverbero di lustrini per distrarlo dalle lusinghe ustorie di bagliori siderali accecanti. Ma la promessa di una vita soporifera, manierata, sotto un cielo infestato di inoffensive stelle di cartapesta, atterrisce più d’una minaccia. Un’esistenza del genere dà l’idea d’essere di una lunghezza estenuante e in confronto perfino la passata disperazione senza spiragli acquista fascino, ché almeno allora c’era un titanismo ribollente a imbrogliare le viscere e manifestare, seppure in negativo, l’ebrezza delle cose ardenti.

    No, non riuscirò mai a capire come si possa considerare che l’optimum nella vita sia raggiungere la sonnolenza sazia di un molle dopo pranzo domenicale.

    Listening to:
    Favourite – Fontaines D.C.

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Ikiru
  • Trauerzug

    15 giugno 2024
    Riflessioni
    giugno 2024

    Avessi potuto allestire a piacimento la mia vita, curarne la messa in scena alla maniera di un regista, avrei avuto la canzone perfetta per ogni momento. Oh, sì, decisamente! Questa, per esempio, l’avrei usata per un esterno notte. Pioggia tiepida in un buio salino, fragrante d’inizio estate. Nuvole come spugne spremute a sorpresa sulla marina, sopra l’impassibile luce aranciata dei lampioni. Due di corsa, mano nella mano. Veloci a cercare riparo sotto gli alberi. I petti ansanti per la concitazione, qualche goccia tra i capelli, qualcuna sul naso, qualcuna sulle braccia nude. Addobbo rugiadoso consono alla loro rigogliosa gioventù, liquido piacere che ne intirizzisce lievemente la pelle. Si guardano negli occhi all’improvviso, riscontrando l’una nello sguardo dell’altro un’uguale meraviglia e riconoscenza d’essere vivi.

    Un breve momento di ordinaria felicità fortuita.
    Una delle tante – troppe – cose che non conoscerò mai…

    Poiché la vita non la si può predisporre a tavolino per come la si immagina, la mia playlist delle canzoni perfette è nient’altro che un’infinita marcia funebre, una sottolineatura stridente per il lungo e tetro commiato da tutte le ipotesi e fantasticherie che ormai sarebbe indecente anche solo vagheggiare. È trascorso il tempo in cui si sarebbe potuti essere entusiasti e spontanei, senza timore d’apparire indecorosi, o peggio, ridicoli. Ciò che rimane è il principato delle cose fioche, insipide, tiepide e dignitose.

    Tutto quel che non ho fatto non lo farò.
    Tutto quel che non ho provato non lo proverò.

    Dio, com’è soffocante vestire questo lutto! Com’è raccapricciante il pensiero che non ci sia scampo dall’esistere nella coda lugubre e tediosa di tutto ciò che s’è sbagliato, sprecato o guardato fuggire…

    Listening to:
    Ceremony – New Order

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Trauerzug
  • “Don’t walk away in silence…”

    9 giugno 2024
    Riflessioni
    giugno 2024

    Il poeta è un fingitore.
    Finge così completamente
    che arriva a fingere che è dolore
    il dolore che davvero sente.
    E quanti leggono ciò che scrive,
    nel dolore letto sentono proprio
    non i due che egli ha provato,
    ma solo quello che essi non hanno.

    Ci sono periodi nei quali il dovere divora tutto il resto. E il dovere sono oltre cinquantamila parole da scrivere in appena una manciata di giorni. Parole insulse, banalmente descrittive o superficialmente esplicative, svolazzi che servono a ingrossare e camuffare l’ovvio quel tanto che basta perché un algoritmo possa trovarlo affascinante e meritevole d’essere segnalato all’attenzione del pubblico. Parole alle quali, tuttavia, debbo la mia capacità di sostentarmi, perciò non posso che esser loro grata, nonostante tutto. Nonostante inghiottano tutte le altre parole, quelle da leggere e quelle da lasciare in questo posto oppure su uno dei tanti quaderni e taccuini che continuo incorreggibilmente ad accumulare. Però a volte mi sento odiosamente satura, ottusa da queste quisquilie che tengono in ostaggio il mio tempo e la mia attenzione infestandomi la mente, al punto che a fine giornata ho paura vengano a perseguitarmi anche di notte e che perfino i miei sogni trabocchino di ingredienti di biscotti per cani, wattaggi di friggitrici ad aria, tipologie di shampoo secco…
    E quando succede – non importa l’ora – prima di cedere al sonno ho bisogno di un assaggio di bellezza, di un esorcismo contro la futilità claustrofobica delle sequenze di lettere che ho messo in fila fino a un momento prima. Così solitamente apro YouTube e mi godo uno o due video musicali che mi sono cari o una scena memorabile di un film che amo.

    A volte, come ieri notte, le due cose coincidono. Avevo voglia di riascoltare “Transmission” dei Joy Division e, grazie al vero e proprio culto generatosi attorno a “Control” – il film biografico sul loro frontman – che si è via via confuso e sovrapposto alle vere immagini di Ian Curtis e della band, in qualche caso perfino soppiantandole, mi sono trovata a riassaporare insieme alla musica la bellezza del bianco e nero spigoloso, a tratti quasi espressionista, della notevole pellicola di Anton Corbijn, al centro della cui impassibile anti-retorica, che rifiuta il melodramma e la monumentalizzazione del proprio protagonista e rifugge dalla consueta mitologia che caratterizza i biopic, splende in modo abbagliante la performance assolutamente fenomenale e iperrealistica di Sam Riley.

    “Control” non è la storia di un’ascesa, il classico viaggio dell’eroe irto di prove e antagonisti al cui termine, però, ci sono immancabilmente il trionfo e la gloria. “Control” è fin dal principio il racconto di una caduta. Che non è certo una picchiata e non è priva di entusiasmi e maestosità e genio e bellezza, i quali tuttavia non riescono mai a scacciare la sensazione di stare assistendo a un’esemplificazione dettagliata della struggente inevitabilità del moto di un grave su un piano inclinato. Più di ogni altro suo merito – e non sono pochi – quel che mi ha sempre colpita di questo film è come riesca efficacemente a raccontare l’impossibilità di comunicare il dolore, se l’unico modo che si conosce per farlo è la creazione artistica. Ché disgraziatamente tutti quelli che vi s’imbattono quel dolore autentico lo scambiano per un patimento estetico, cogliendone solo la poesia senza riuscire a intravedere lo sbrego da cui questa sgorga e considerando la sofferenza all’origine di quell’esternazione come un mero strumento di cui approfittare, niente più che un meraviglioso specchio in cui riverberare la propria pena o una cassa di risonanza in cui irrobustirne l’eco.

    In fondo è questo ciò che chiediamo all’arte: che ci dia immagini o suoni o parole per definire quel che elude le nostre limitate capacità espressive. A qualcuno, secondo un criterio imperscrutabile, tocca il doppio fardello di conoscere il dolore e di saperlo illustrare a beneficio di noialtri, che ingrati glielo scippiamo, reclamandolo per noi come rinforzo o come conforto, spolpandolo a nostro uso e consumo, per lo più senza nemmeno darci pena di pensare per un istante a colui al quale compete la sua paternità e perciò senza l’ombra di compassione, dando anzi per scontato – come se ci spettasse di diritto – che qualcuno esista o sia esistito per fornirci attraverso la propria sofferenza linimento e catarsi per la nostra. Pretendiamo agnelli sacrificali, che s’immolino per il nostro diletto o la nostra consolazione, e quand’anche li mitizziamo e ci convinciamo di amarli, è sempre e solo un sentimento auto-riferito, che scaturisce squisitamente in ragione di ciò che essi significano per noi e del “servizio” che ci hanno reso.

    A chi è bersaglio di un “amore” tanto irriconoscente e rapace forse risulterebbe più innocua l’indifferenza, ché se ci si esprime lo si fa per sfiatare i propri vapori roventi e non certamente per farsi valvola per quelli altrui, e non serve una perspicacia rara per immaginare quanto debba essere spiacevole essere molestati da un presunto affetto che somiglia straordinariamente all’abuso, in quanto implica il venire defraudati della propria interiorità. Eppure non proviamo mai vergogna per questa appropriazione dettataci dall’egoismo che discende dal nostro essere creature fragili, spesso ammutolite davanti all’enigma dei fatti della vita e perciò disperatamente bisognose di salvatori e di eroi, dei quali a nessuno importa se lo siano con entusiasmo o con riluttanza, a nessuno importa a che prezzo. Purché ci riesca vantaggioso, tanto ci basta e la coscienza tace.

    Listening to:
    Atmosphere – Joy Division

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su “Don’t walk away in silence…”
Pagina Precedente
1 … 3 4 5 6 7 … 65
Pagina successiva

Blog su WordPress.com.

NIENTE DI ALIENO

Homo sum, humani nihil a me alienum puto

    • Archivio
    • Categorie
    • Chi sono
    • Domandare è lecito
  • Abbonati Abbonato
    • NIENTE DI ALIENO
    • Hai già un account WordPress.com? Accedi ora.
    • NIENTE DI ALIENO
    • Abbonati Abbonato
    • Registrati
    • Accedi
    • Segnala questo contenuto
    • Visualizza sito nel Reader
    • Gestisci gli abbonamenti
    • Riduci la barra
%d