Chiudere gli occhi. Ripetere insistentemente che non sono più io. Riaprili e constatare il miracolo compiutosi. Sarebbe perfetto. Dimenticarmi di Maria, di quello che è e che non è, come un bruco si dimentica dei sui bitorzoli per ritrovarsi splendida farfalla. Dare un colpo di spugna energico e lavare ogni minima traccia di questa identità schiacciante, di etichette che pretendono di squadrarmi e che non mi lambiscono nemmeno, che in parte mi sono affibbiata da sola e in parte ho ricevuto da chi crede che la corteccia possa bastare a dare un’idea del midollo. Un midollo che sembra in ebollizione, che prepara nel silenzio una melodrammatica sommossa, gonfiandosi di vapori che non hanno uno sfiatatoio e che porteranno inevitabilmente a qualche dilaniante esplosione.
Listening to:
Forget myself – Elbow
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“…non verremo mai
tratti all’altare
neanche dentro
una cassa di legno…”
E’ come se tutto ad un tratto non ne potessi più di strisciare sulla schiena e i graffi si fossero tramutati in piaghe ulcerose, che spurgano un pus viscoso e fetido. Sento lo schiocco violento di ogni colpo di scudiscio che mi crepa le labbra e il sapore ferroso del sangue che precipita in rigagnoli tiepidi. Questa marginalità obbligata pesa più di un bagaglio di paccottiglia inutile da portare in spalla in una giornata torrida.Listening to:
A che serve lo zolfo – Cesare Basile -
Gli eventi galoppano sollevando una nube spessa di polvere rossiccia che irrita gli occhi. La chiarezza latita. Mi manca la giusta prospettiva per riuscire a giudicare lucidamente. Oscillo tra momenti di sincera disperazione e altri di irrefrenabile gioia in modo apparentemente inspiegabile. Non capisco e non ho fretta di farlo; mi dispiacerebbe eccessivamente rompere quest’atmosfera di attesa così esaltante in cui ogni cosa acquista un significato che va ben al di là della pura denotazione. E mentre mi dico che farei meglio ad adoperarmi per ripristinare le comunicazioni con la mia ragione, sopraggiungono nuovi elementi che non fanno altro che confermare e stimolare questi deliri, con il risultato di accrescere il senso di vertigine e confusione. Forse ho già fatto il passo oltre il quale è impossibile tornare indietro, oppure ci sono molto vicina e non ho alcuna intenzione di trattenermi dall’avanzare ulteriormente verso quello che, a giudicare da quanto riesco a scorgere da qui, potrebbe anche essere un buco nero. Sono pronta a farmi carico di ogni responsabilità che ciò comporta e accetterò ogni evenienza come l’inevitabile conseguenza di questi giorni vissuti in dormiveglia, anche se ciò significasse accogliere di buon grado disagi e malumori.
Listening to:
La marcia dei santi – Archinuè -
Continuo a impegnarmi per costruire il futuro, che ha la spiacevole abitudine di prendere brutte pieghe, se ci si distrae anche solo per poco.
Mi aggrappo agli sparuti fili che dal cielo pendono sul precipizio e provo ad arrampicarmi su questi appigli provvidenziali, tanto graditi, quanto inaspettati. Provo a seguire l’esempio delle gocce tenaci, che riescono ad averla vinta sui sassi. Provo a mostrare la mia vera identità, a non essere impenetrabile e sempre sulla difensiva, a non vergognarmi di una complessità che mi connota come un marchio fosforescente.
Mi pare che i fendenti della malasorte adesso si abbattano meno violentemente e che spesso, addirittura, mi manchino. E, quando riesco a strappare un sorriso, mi sento appagata. Mi basta per sentire rallentare il metronomo che freneticamente si agita nel mio cervello, e disserrarsi i pugni e rilassarsi la mascella e aprirsi la gola, così che quello che sembrava strozzato, o incastrato di traverso, adesso può essere comodamente deglutito. Non soffoco più.Listening to:
L’uomo col megafono – Daniele Silvestri -
Nonostante la fatica di questi giorni troppo densi di impegni, in cui perfino trovare il tempo di respirare a volte può sembrare un’impresa, mi sento serena, confortata e fiduciosa. Inspiegabilmente le cose pesano ogni giorno di meno, si rianimano, si colorano di tinte nuove e brillanti, perdono i loro contorni spigolosi e diventano sempre più accoglienti, concave, tiepide e materne, cosicché mi possa mollemente abbandonare a questo nuovo e fragile senso di confidenza che sta facendo lentamente capolino. La parabola ascende, non vertiginosamente, ma costantemente ed è meglio che sia così, perché questo mi risparmia il senso di capogiro. E, forse per la prima volta in tutta la mia vita, non m’importa affatto di sapere come andranno le cose, m’importa solo che continuino impercettibilmente a muoversi, ad evolversi giorno dopo giorno, in meglio o in peggio non fa differenza, ciò che conta è che non si inchiodino. M’importa di fluttuare in questo alone luminoso incoscientemente, senza ragionare troppo su questa primavera anticipata, per non guastarla, ma assaporandola, respirandola, sfiorandola, ascoltandola e facendomi lusingare dalle sue carezze.Listening to:Porta Vagnu – Ivan Segreto -
“E poi uscimmo a rimirar le stelle…”
Quando mi ricordo di avere un senso dell’umorismo, le cose istantaneamente si appianano e recuperare sembra molto meno difficile.
Quando lascio fare al caso e metto tra parentesi il mio pachidermico rimuginare, i miglioramenti non tardano a venire.
Quando consento all’istinto di sgambettare per un po’ libero dalle briglie del mio autocontrollo punitivo, questo mi rende un ottimo servizio.
Quando mi ricordo che sorridere è un investimento che remunererà nel lungo periodo, gli utili derivanti da questa attività iniziano a manifestarsi molto prima del previsto.
Quando provo a respirare invece di continuare a stare perennemente in apnea, il mondo mi appare in una prospettiva totalmente differente.
Quando mi capita di alzare gli occhi e osservare le stelle, mi ricordo che la serenità ha una ricetta molto meno elaborata di quel che può sembrare: basta pesare bene gli ingredienti.Listening to:
Mr. Tambourine Man – Bob Dylan -
…ed io do loro una mano a farlo, sbagliando tutto quanto è umanamente possibile sbagliare. E’ come se volessi seminare fiori ed invece mi ritrovassi a spargere gramigna. Non so far altro che guastare sempre ogni cosa e in misura direttamente proporzionale a quanto la tal cosa mi sta a cuore, con un accanimento cieco che farebbe inorridire perfino il barone Von Masoch. La mia intima tendenza all’autodistruzione e all’auto frustrazione è uno strascico pervicace e tremendamente pesante da trascinare, che mi fa barcollare ad ogni passo, come se camminassi su un pavimento accidentato da centinaia di insidie invisibili, che rendono il mio andare malsicuro e spesso e volentieri mi fanno incespicare, schiantando al suolo ogni mia – anche misera – velleità.
Il fatto che sia così lucida nell’analizzare la cosa non apporta alcun beneficio, perché ostinatamente persisto nei miei soliti errori, quasi ci provassi un perverso godimento. E non escludo che sia così, che davvero io mi diverta inconsciamente a sabotare i miei desideri.
Ci sono momenti nei quali mi sento sovrastata da un peso immane, il peso di essere me e mi manca il respiro, letteralmente. Sarebbe eccessivamente facile prendersela con la sfortuna, ma la sfortuna non c’entra, si tratta solo di incapacità, di inettitudine.
Listening to:
9 crimes – Damien Rice -
“Hoy es siempre todavía”
Sono proprio una novellina, un’ingenua! Più che infastidita, direi che sono ammirata davanti a tanta intraprendenza, a un modo di fare così diretto, sebbene il risultato di tutto ciò non mi sia particolarmente favorevole.
Non sono mai stata capace di prendere o pretendere. Di muovermi seguendo un piano, di tracciare una strategia di qualunque tipo. Tendo inevitabilmente a fare errori esiziali a livello esponenziale. Forse non sono adatta a vincere.
I’m a loser, baby, so why don’t you kill me?
Eppure potrei essere più delusa di quanto non sia; per il momento mi accontento. E’ il mio solito approccio rinunciatario.
Oggi qualcosa è migliorato, qualcosa mi ha sorpreso, qualcosa è giunto come una balsamo addolcente dopo un lungo periodo di trepidazione. E qualcosa è sembrato scivolare, qualcosa è sembrato più difficile del previsto, qualcosa è stato ragionevolmente sgradevole, qualcosa va per il verso sbagliato. Ad ogni modo oggi non è un giorno da recriminazioni…
C’è ancora tempo.“Se cayeron mis alas y yo no me rendí”
Listening to:
Ahora – Ismael Serrano -
La mia ombra si sente sola, abbandonata in un angolo come una cosa vecchia universalmente apprezzata, ma troppo eccentrica per essere indossata.
La mia ombra necessiterebbe un tutore, una qualche autorità che vigilasse su di lei e che le intimasse dei comandi – e, a volte, le desse delle ricompense, dei palliativi, degli zuccherini – perchè non so autoregolamentarmi. Mi servono cartelli stradali chiari e univoci e una voce che mi preannunci il cammino più conveniente e meno accidentato, o, almeno, quello che conduce da qualche parte. In questo momento avrei un gran bisogno di una pia e devota Antigone che si facesse carico di guidarmi come un novello Edipo nel viaggio verso la sua meta designata. Avrei bisogno che le cose accadessero all’improvviso e mi prendessero alle spalle, indipendenti dalla mia volontà e magicamente perfette, fatte apposta per incastrarsi nello spazio arzigogolato che rimane, vuoto e scettico, ad attendere un miracolo. Vorrei che i nodi si sciogliessero in fretta, che i dubbi si solubilizzassero nel quotidiano con una rimescolata energica come i cristalli di zucchero in un bicchiere d’acqua; che si integrassero meglio con tutto il resto e diventassero meno spigolosi e taglienti.Listening to:
Pictures of you – The Cure -
Stanotte avevo scritto un post perfetto e una volta tanto non interamente centrato su di me, che purtroppo è andato perduto a causa di uno dei numerosissimi e fastidiosissimi bug che infestano blogger.com. Peccato, perché oggi non sono in vena e non so cos’altro potrei scrivere oltre al compianto per il mio piccolo intervento defunto.
Non sono dell’umore più adatto per creare, sarà che sto leggendo cose che mi fanno riflettere e trarre conclusioni molto poco gratificanti sul mio stile di scrittura, o che ho una tosse cavernosa molesta che mi tiene sveglia da un paio di notti, o che sono venuti gli operai a riparare un perdita nel mio bagno e adesso ci sono polvere e sporco dappertutto, o che inizio a sentire un prepotente senso di disgusto verso cose che mi ero illusa mi potessero piacere e questo mi fa sentire in colpa per il mio debole carattere e la mia incostanza. Sarà che Torino è tremendamente noiosa e sonnolenta, avvilente nel suo essere incolore. Sarà che un sole che non riesce a riscaldare e che non illumina anche quando troneggia trionfante in un cielo limpido, non è ciò di cui avrei più bisogno adesso. Sarà che sono stufa di dover sempre spiegare e giustificare e tentare di far capire a chi non vuole neppure sforzarsi. Sarà che da qualche tempo sono apatica, ecco tutto.
Listeningo to:
Senza far rumore – La Crus
