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  • Zelig

    8 marzo 2009
    Senza categoria

    Come faccio a fidarmi ancora adesso? Detesto quando le persone mostrano comportamenti diametralmente opposti a seconda che io ci sia o no. Mi confonde, mi spaventa e mi fa sentire presa in giro. Qual è la verità? Quella che viene messa in scena quando io sono assente o quella che viene somministrata a me? Per quanto non abbia difficoltà ad accettare che ogni personalità presenti dei tratti di incoerenza, questo è decisamente troppo. Come si può essere allo stesso tempo tanto rassicuranti e tanto smargiassi? E se davvero è così, be’, è ancora peggio: non saprò più cosa aspettarmi e non saprò più chi ho davanti. È destabilizzante. E io, invece, ho un bisogno disperato di univocità; non per ridurre la complessità degli esseri umani, no, ché le sfaccettature mi piacciono, ma l’essere bifronte, quello non riesco a giustificarlo. Trovo che sia solo un modo di accattivarsi simpatie gabbando le persone.

    Adesso quello che mi chiedo è: perché? Cosa si sperava di ottenere? Di dimostrare? È così crudele prendersi gioco di me, è peggio che sparare sulla Croce Rossa! E mi ferisce ancora di più il fatto che tutto ciò sia compiuto scientemente e ci si premuri perfino di raccomandarsi che certe cose non arrivino al mio orecchio, affinché l’architettura di quest’impostura non subisca incrinature. Una grandiosa dimostrazione di rispetto nei miei confronti, non c’è che dire…

    E in fin dei conti la verità fondamentale è sempre la stessa: sono stata un’ingenua, come d’abitudine.

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  • Complessi e conseguenze

    7 marzo 2009
    Senza categoria

    In fin dei conti ho sempre saputo qual è il mio problema, il guaio è che non riesco a liberarmene. Una persona più coraggiosa, o forse solo un poco più saggia, si sarebbe ribellata già da tempo, ma io non ne sono capace e sto mandando al diavolo la mia intera esistenza perché non riesco mai ad avere l’approvazione dell’unico essere umano che – ormai dovrei saperlo – me la negherà comunque per l’eternità, visto che non sarò mai perfetta. Il solo risultato che ottengo è di costruirmi pezzo per pezzo un destino di fallimento e scendere ogni giorno un gradino più in basso nella scala della stima che ho di me stessa. E sono già arrivata ai numeri negativi, spinta inesorabilmente nell’abisso da ciascuno dei suoi giudizi sfavorevoli, che mi pesano come pietre tombali e mi convincono sempre più di essere completamente inutile e inadeguata.

    Per questo non ho sogni e non ho ambizioni: perché ogni cosa mi pare spropositatamente al di sopra delle mie possibilità e quindi non mi sembra il caso nemmeno di prendersi il disturbo di desiderarla o di tentare. Tanto vale mollare subito e risparmiare sulle illusioni, sperando in questo modo di evitarsi almeno i “te l’avevo detto” post-disfatta.
    Per questo scappo sempre dalle persone che tengono a me e alle quali anch’io tengo: perché penso di non essere abbastanza intelligente, abbastanza divertente, abbastanza carina, abbastanza interessante. E, temendo che queste all’improvviso si accorgano della mia mediocrità e ne restino deluse, preferisco giocare d’anticipo. Mi sento sempre sopravvalutata e stare sui piedistalli mi dà immediatamente le vertigini.
    Per questo, finché sarò io a dover decidere, finché spetterà a me l’ultima parola, non farò altro che fare e dire l’esatto contrario di quello che vorrei, o peggio non fare e non dire proprio un bel niente.

    Se esistesse un TSO emotivo, ne avrei disperatamente bisogno.

    Listening to:
    Nude – Radiohead

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  • Come al solito

    6 marzo 2009
    Senza categoria

    Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
    e non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.

    Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato.
    Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.
    Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
    Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,
    anche se non ci abito;
    sarò sempre quello che non è nato per questo;
    sarò sempre soltanto quello che possedeva delle qualità;
    sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,
    e ha cantato la canzone dell’Infinito in un pollaio,
    e sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.
    Credere in me? No, né in niente.

    […] Ho fatto di me ciò che non ho saputo,
    e ciò che avrei potuto fare di me non l’ho fatto.
    Il domino che ho indossato era sbagliato.
    Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso.
    Quando ho voluto togliermi la maschera,
    era incollata alla faccia.
    Quando l’ho tolta e mi sono guardato allo specchio,
    ero già invecchiato.
    Ero ubriaco, non sapevo più indossare il domino che non mi ero tolto.
    Ho gettato la maschera e dormito nel guardaroba
    come un cane tollerato dall’amministrazione
    perché inoffensivo
    e scrivo questa storia per dimostrare di essere sublime.

    E continuo sempre, inesorabilmente, a sgusciare via come un’anguilla che scappa dalla bagnarola posata accanto al banco del mercato del pesce. Con l’unica differenza che ciò che l’anguilla fa per istinto di conservazione, io lo faccio per pura idiozia e forse anche per un sottile cupio dissolvi.

    Listening to:
    Uragano vite – Marco Parente

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  • Pensieri biforcuti

    5 marzo 2009
    Riflessioni

    Mi sento strattonata contemporaneamente in due direzioni opposte, come gli emisferi di Magdeburgo. Ma dentro di me non c’è il vuoto e, soprattutto, non sono d’ottone: io mi posso lacerare all’improvviso e sanguinare. E poi rimarrà ben poco da ricomporre.

    Sono affossata dal peso di una felicità che intuisco essere possibile, ma che mi sembra di non meritare e alla quale, tuttavia, sento di essermi già sconsideratamente affezionata. L’estremo compiacimento e l’immensa gratitudine che provo si stemperano in un senso di colpa opprimente, perché sono fin troppo consapevole di essere stata di gran lunga sopravvalutata. E l’impazienza sfuma sempre nel timore viscerale che salti fuori in tutta la sua oscena evidenza la mia totale e irredimibile inadeguatezza.

    Listening to:
    Educazione all’inverso – Moltheni

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  • Occhi bassi

    4 marzo 2009
    Senza categoria

    Quanto scialacquio di fatica e materiale dotarmi di due occhi così grandi e farli incapaci di guardare! Che almeno lo sguardo sia sottratto alla forza di gravità!

    Il vuoto di per sé non merita di essere scandagliato dalle pupille, a meno che la mente non vi proietti pensieri e immagini, visioni e fantasie; ma perché industriarsi tanto, se basterebbe voltare appena la testa per trovare significati esogeni già pronti e meritevoli di osservazione, che attendono solo d’essere introiettati e, di conseguenza, non richiedono alcuno sforzo d’esternazione?

    Può essere giustificabile e comprensibile che non si sia in grado di dare, ma si può altrettanto accettare e spiegare che si sia incapaci d’accogliere?

    Listening to:
    Lion’s mane – Iron & Wine

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  • Desideri

    2 marzo 2009
    Senza categoria

    Non sono mai stata venale né ambiziosa: le mie aspirazioni sono esageratamente semplici, anche se per nulla a portata di mano. Più di tutto, vorrei poter essere l’ultimo pensiero felice che qualcuno fa prima di addormentarsi.

    Listening to:
    Make no sound – Gomez

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  • Misspent youth

    2 marzo 2009
    Senza categoria

    Ho sempre vissuto tra simulacri, come qualcuno che pretenda di conoscere il mondo solo perché possiede cartoline e souvenir provenienti da ogni paese. Con una dedizione e un metodo che, se non avessero portato a effetti nient’affatto positivi, sarebbero degni della massima ammirazione, ho fatto di tutto per cercare di ricreare un microcosmo in 15 m² scarsi, arrivando al punto di costruirmi perfino un cielo stellato personale sotto il quale andare a dormire ogni notte, nell’illusione pericolosa di riuscire a bastare a me stessa, di poter essere quasi del tutto autosufficiente, di poter chiudere la porta della mia camera e ignorare che al di là di essa ci fosse un altrove con il quale doversi immancabilmente confrontare. Ma all’improvviso questo minuscolo “metamondo” mi pare incredibilmente angusto e vedo in tutta la sua disarmante prosaicità che il mio cielo è solo una serie di misere stelline di plastica fosforescente attaccate al soffitto. E, tuttavia, ho paura che adesso sia troppo tardi e non ci sia più niente da fare per me, che sono un animale cresciuto in cattività.

    Listening to:
    Stumbleine – The Smashing Pumpkins

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  • Domenica mattina

    1 marzo 2009
    Senza categoria

    Per iniziare piacevolmente una giornata non c’è niente di meglio che prendersi una bella sfilza di insulti prima delle 11.00…

    Ho deciso: fonderò un partito che lotti per l’abolizione dei clacson.

    Listening to:
    Masterswarm – Andrew Bird

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  • Anticipazioni di primavera

    28 febbraio 2009
    Senza categoria

    Osservo i trifogli verde tenero – ospiti non graditi ostinatamente rispuntati nei vasi di mia madre, nonostante i suoi costanti sforzi sterminatori – che tremano languidi all’ombra delle piante, e le lenzuola stese nel palazzo di fronte, che garriscono al vento come bandiere e proiettano un’ombra danzante, ora sottile e precisa come una lama ora gonfia come una vela.

    Provo un sentimento di fratellanza. Anch’io mi muovo, sebbene impercettibilmente.

    Listening to:
    Le solite cose – Cristina Donà

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  • 21(mila) grammi

    26 febbraio 2009
    Senza categoria

    Come un mare di seta,
    rosso fuoco d’autunno,
    io brucio.
    E protette dal sonno dentro me muoveranno
    lentamente le fiamme.
    Io non so controllare quest’ansia criminale di vivere.
    C’è qualcosa più grande di me.
    È qualcosa più grande di me…più grande di me.
    Io non riesco a parlare e nemmeno a svenire.
    Io brucio.
    Io non riesco ad uscire da me e non mi basto.
    Io brucio.
    Sono come una foto sfocata, sbagliata, malriuscita.
    Io brucio. Brucio. Brucio.

    Perché mai, nonostante un corpo tanto leggero, la mia anima deve pesare una tonnellata? Portarsela appresso è tremendamente faticoso, sfiancante, al punto che a volte vorrei tanto potermela sfilare, ripiegarla distrattamente e abbandonarla in fondo a un cassetto, anche solo per poche ore, per assaporare finalmente una sensazione tiepida e inebriante di facilità e di fiducia. Non sentire più l’ingombro di questo terrore idiota e immotivato che sempre mi attanaglia, né il panico che mi assale nei momenti in cui dovrei svelarmi o lasciarmi svelare. Resistere all’istinto di fuggire sistematicamente davanti alle cose belle che mi succedono, per paura che improvvisamente si rivelino essere solo delle semplici fantasie, delle illusioni consolatorie, che la mia mente ha partorito per edulcorare la durezza della realtà; oppure per il senso d’indegnità che provo ininterrottamente, come se non meritassi nulla più di questa penalizzante marginalità rispetto al resto del genere umano. Non temere  sempre e comunque di stare fraintendendo – o, peggio, deliberatamente travisando – i segnali che provengono dall’esterno e finirla di essere diffidente, incredula e di pensare di sbagliarmi, fermamente convinta come sono che sia fin troppo ovvio che niente di buono possa mai accadere proprio a me. Liberarmi momentaneamente dall’idea di essere uno degli esemplari peggio riusciti nell’intero campionario dell’umanità e, soprattutto, sgonfiare un po’ l’ipertrofia patologica e molesta dei miei pensieri. Smettere di vivere in apnea, respirare a pieni polmoni, come non ricordo di essere mai riuscita a fare. Inspirare fino all’estremo, fino a percepire qualcosa in petto che cede, che quasi si spezza, espirare, ricominciare da capo e poi ancora e ancora e ancora, fino ad ubriacarmi d’ossigeno.

    Listening to:
    Brucio – Paolo Benvegnù

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NIENTE DI ALIENO

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