Spesso mi sveglio con una canzone in testa e, quando succede, per tutta la giornata non c’è modo di scrollarmela di dosso: mi ritrovo a canticchiarla distrattamente mentre faccio il caffè, cucino, lavo i piatti, pulisco casa. E il più delle volte finisco anche per metterla in sottofondo in loop mentre lavoro. È un’ossessione provvisoria, che dura quanto le mie ore di veglia e si debella attraverso il sonno notturno.
Stamattina il mio cervello ha scelto di dissotterrare un brano di uno degli artisti che mi fecero più spesso compagnia quando avevo vent’anni o giù di lì, e mi viene da pensare che non si tratti di mera casualità e che forse l’inconscio volesse mandarmi un messaggio.
You better get yourself together soon!
Quasi urla la voce un poco rasposa di M. Ward a un certo punto di questo 4/4 in andamento allegro, in cui palpita l’energia infettiva e martellante d’un piano a metà tra vaudeville e ragtime.
Rimettersi in sesto. Ricomporsi. Riorganizzarsi. E farlo senza indugio. Se solo fosse chiaro cosa significhi nel mio caso rimettersi in sesto, ricomporsi e riorganizzarsi! Perché, sì, innegabilmente ci sono ancora tante cose lasciate in sospeso e vuoti e disordine. C’è soprattutto una casa piena di “buchi” che non si è ancora avuta voglia di colmare, forse per negligenza. Oppure per un ulteriore rafforzamento di quel minimalismo che m’ha sempre contraddistinta, che mi fa considerare superflui i rimpiazzi per quel che non c’è più, ché quanto è rimasto è fin troppo per me sola e la gatta. E magari non sembrerà bello, quest’appartamento esageratamente grande e piuttosto spoglio, però ha cessato d’opprimere come quando mi sentivo ospite mal sopportata all’interno delle sue quattro mura – che pure sono sempre state di mia esclusiva proprietà – e non sapevo più come fare per comprimermi e fare largo alle caterve di paccottiglia che venivano stipate incessantemente; col preciso intento – mi viene a volte da pensare con una punta di malizia – di farmi sentire a disagio, giacché erano cose ben note e il mio horror pleni e la sensazione d’asfissia che mi trasmette il sovrappiù.
A guardarli con occhi estranei, questi spazi disadorni probabilmente daranno l’idea di precarietà o magari d’indecisione, suggerendo il prolungarsi spropositato del processo di cicatrizzazione di quella che è, senz’ombra di dubbio, una profonda ferita e, a giudizio di qualcuno, una grande sconfitta (come se perseverare quotidianamente nel degradare se stessi fosse cosa più onorevole che dire basta, ma tant’è…). Le guarigioni, tuttavia, non sono fatte d’esteriorità e non ci si risana colmando frettolosamente i vuoti, bensì osservandoli e imparando a conviverci. Del resto i tredici anni perduti, le opportunità sfumate, l’innocenza e lo slancio dati ingenuamente in oblazione non si potranno mai riavere indietro e allora che senso avrebbe apparecchiarsi un’esistenza in cui fare come se niente fosse? Occorre, invece, avere sempre presente quel che è stato e trasformarsi di conseguenza, non dare un maldestro colpo di spugna per tornare uguali a come s’era prima.
Per quanto a due anni di distanza agli altri possa ancora sembrare poco o nient’affatto evidente, la trasformazione è pienamente in fieri, e non ha avuto – e continua a non avere – bisogno d’alcun placet. Ecco, in verità, perché in barba alle apparenze in queste stanze sguarnite si sta tanto bene: c’è lo spazio necessario per rifondare se stessi. E farlo, finalmente, in linea con il proprio gusto.
Listening to:
Vincent O’Brien – M. Ward
